Michele Mari e la commedia nera

2 Gennaio 2026

Una commedia nera. Così Michele Mari definisce il suo ultimo libro, I convitati di pietra (Einaudi): una narrazione che rientra senza dubbio nel genere fantastico, ma con robuste radici nella realtà sociale e generazionale, oltre che nella topografia milanese, e tempestata di dettagli autobiografici che si possono supporre (ma con beneficio d’inventario) marginali. Assai diffusa, come tutti sanno, è infatti l’abitudine degli incontri tra vecchi compagni di scuola, che possono ripetersi a cadenza regolare, ovvero rinnovarsi di tanto in tanto, nel duplice segno del piacere di rinverdire memorie degli anni giovanili e del disagio – del turbamento, dell’inquietudine – di veder i segni del tempo che s’accumulano sui volti e i corpi dei coetanei: i quali, inevitabilmente, da un certo punto in poi sono destinati a ridursi man mano di numero, in uno stillicidio potenzialmente angoscioso. Mari immagina che dopo la maturità i trenta componenti d’una III A del liceo classico milanese “Berchet” decidano di rivedersi a cadenza annuale, versando ciascuno una cifra fissa, non simbolica, con l’intesa che il capitale accumulato, investito con oculatezza, verrà infine distribuito fra gli ultimi tre sopravvissuti della classe.

Diciamo subito che l’elemento “nero” prevale su quello comico. Nell’ispirazione di Mari è presente fin dagli esordi una componente gotica: una delle sue qualità più evidenti è la capacità di creare atmosfere cupe, inquietanti, ossessive. Quanto alla comicità, assume qui di preferenza i connotati del grottesco, non senza qualche forzatura (a differenza di quanto accade nei racconti più scopertamente autobiografici, dove Mari tocca meglio le corde dell’ironia). Ma a poco a poco il côté faceto perde rilievo, a fronte di un progressivo avvitarsi dei personaggi su quella che finisce per essere chiamata la riffa della morte. La gara di sopravvivenza diventa per molti una fissazione, un assillo patologico, perfino il movente di iniziative criminali. Del resto, nella varietà dei destini che toccano agli ex-compagni di scuola non mancano casi di emarginazione o declino, tant’è che uno finisce addirittura in mezzo alla strada; e a conti fatti, tra suicidi e omicidi parecchi moriranno di morte violenta. Ma se la preoccupazione economica gioca un certo ruolo, a prevalere sono in realtà altri impulsi: la rivalità, il gusto della competizione, la seduzione della scommessa, e soprattutto l’avversione reciproca, alimentata da rancori vecchi e nuovi. Quando i superstiti si contano sulle dita di una mano, il più convinto promotore del patto sciagurato propone un giro di vite ulteriore: il premio finale non verrà suddiviso fra gli ultimi tre, ma si proseguirà il gioco a oltranza, finché non rimarrà uno solo. A maggioranza, l’idea viene accolta: anche perché ormai, chiunque vinca, sarà troppo vecchio e decrepito per godersi davvero il tesoro.

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Michele Mari.

Non priva di interesse è la scelta dei cognomi. Abbondano i nomi lunghi, con una spiccata predilezione per i quadrisillabi (Crollalanza, Rebaudengo, Giovenzana, Maldifassi, Riccadonna, Migliavacca, Testaviva), e punte leggermente stravaganti (Fustigati, Mercandalli, Brancigalievore); alcuni nomi più ordinari (Mentasti, Ridolfi, Brusaglia, Semprini, Ruffolo); pochi quelli davvero brevi (Ricci, Sancio, Coppo), uno dei quali palesemente caricaturale (Brodo); più qualche nome straniero, storicamente connotato (Letellier, Rivadeneyra); una delle figure femminili principali è discendente e omonima di una contessa ungherese vissuta nel XVI secolo, Erzsébet Báthory, la cui memoria è legata a leggende vampiresche. La narrazione registra con puntigliosa precisione, oltre agli avvenimenti e ai decessi, gli indirizzi di ciascuno, le chiese dove hanno luogo le esequie, i nomi di coloro che partecipano alle celebrazioni.   

Strada facendo, al tema della scommessa si affiancano altre manie, altri pensieri ossessivi, legati alla passione per il collezionismo: da un lato i fumetti, dall’altro il cinema. Uno del gruppo nutre un’ammirazione sconfinata per l’attore americano Gene Hackman, di cui conosce a memoria l’intera filmografia; un altro imita alla perfezione le voci degli spaghetti western di Sergio Leone. I riferimenti si moltiplicano, con precisione filologica e ipnotica infatuazione, secondo un gusto cumulativo e classificatorio che già conosciamo proprio dell’autore, che su questa linea trova anche il modo di terminare la storia in maniera non troppo prevedibile. Ma il dato principale che emerge dal decorso dei rapporti fra gli impenitenti scommettitori è l’affiorare, nell’estrema senilità (gli ultimi tre arrivano a sfiorare il secolo di vita), di una inedita e perfino affettuosa solidarietà. Il che, a ben vedere, lascia sospettare che all’origine di questa commedia nera agisca anche una sorta di preoccupazione apotropaica: si direbbe che, dopo tutto, I convitati di pietra abbia qualcosa d’un protratto, elaborato, sofisticato scongiuro.

Il titolo, a proposito. Fermo restando che un riferimento diretto a don Giovanni non è applicabile, si direbbe che a ricoprire il ruolo ammonitorio e minaccioso che nel mito interpreta la statua del commendatore sia qui attribuito proprio ai compagni di scuola in quanto tali, indipendentemente dall’escogitazione di riffe più o meno ominose. La vita, come scrive lo Svevo della Coscienza di Zeno, è una malattia mortale: i ricordi del semplice vissuto, anziché infondere sollievo, possono acuire l’angoscia, esasperando il senso della caducità. L’unica possibile vittoria sulla finitezza della vita è offerta dall’arte. Da qualunque arte, compresa la settima. Insomma: la III A è morta, viva Gene Hackman.     

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