Il capitano Nemo di Colum McCann

26 Gennaio 2026

Leggo sulla quarta di copertina di Twist, il romanzo di Colum McCann (tradotto da Marinella Magrì, Feltrinelli 2025) un endorsement di Salman Rushdie che dice: "Lo spirito di Joseph Conrad aleggia sul testo, ma qui il cuore di tenebra giace sul fondo dell'oceano". Conrad in questo romanzo è però solo una citazione di McCann nei ringraziamenti ("E, naturalmente, un riconoscimento va anche a Joseph Conrad e a T.S. Eliot"). Se non ci basta che il protagonista di Cuore di Tenebra si imbarchi su una nave per raggiungere l'Africa, come fa quello di Twist, ci si chiede perché a nessuno non sia venuto in mente di accostare l'epico viaggio del romanzo di McCann a Ventimila leghe sotto i mari di Jules Verne. In un'eventuale competizione a scovare i rimandi più consoni sembra molto più plausibile che McCann, nel tratteggiare la figura di John Conway, si sia ispirato più al Capitano Nemo di Verne che al Marlow di Cuore di tenebra. Il Capitano Nemo è un uomo oscuro e insondabile, un recluso nei fondali marini che rifiuta la società degli uomini, pur continuando a voler incidere sul loro destino secondo una propria morale segreta. Molto somigliante a John Conway che, con il suo isolamento progressivo dai legami sociali, condivide con Nemo la stessa aura di mistero: tutti e due hanno scelto di vivere ai margini, osservando il mondo dall’alto o, meglio, dagli abissi. Entrambi (Nemo vive in un sottomarino, Conway si immerge fin dove l'acqua è buia) agiscono secondo un’etica privata: Nemo non è indifferente alle cause dei popoli oppressi, raccoglie antichità, monete e oggetti preziosi dai fondali marini, spesso provenienti da navi affondate o relitti, li accumula e li mette a disposizione di gruppi che lottano per l’indipendenza o l’autonomia, in particolare dei greci che combattono contro l’Impero ottomano. 

Conway opera nell'ombra, influenzando reti e sistemi digitali (questa frase sarà più chiara a chi legge il romanzo fino in fondo, non sveliamo il finale). Due personalità, Nemo e Conway, incomprensibili agli altri; tutti e due archetipi dello scienziato o dell’uomo che rifiuta la società ma non perde tempo a lottare per cambiarla, eroi oscuri il cui mondo segreto è popolato da regole proprie e da una forma di vendetta – o di giustizia – che sfugge alla morale comune. Twist è un libro con un vero finale, come sempre dovrebbero avere i romanzi e i film ben congegnati, ma oggi è difficile trovarne, le storie si interrompono a un certo punto, quasi che l'incompiutezza volesse alludere alla circolarità della vita che sempre ricomincia: il più delle volte è una resa narrativa. Colum McCann soddisfa invece pienamente il lettore, con una conclusione che scioglie nodi, ricompone le deviazioni del racconto, restituisce senso retrospettivo alla vicenda che ci ha intrattenuti per 249 pagine. 

Non tutte allo stesso livello: McCann sembra ossessionato da una specie di scrittura automatica, tutta frasi brevi, aforistiche, tipo: "Il tempo ci raggiunse alle spalle e ci assestò un colpo alla nuca", "il modo migliore per comprendere cosa sia 'casa' è perderla per un po'", "la vita continuava a scorrere in senso antiorario", "gran parte di ciò che siamo è ciò che non possiamo essere", "niente, nemmeno le parole, può fermare il flusso del tempo" che, alla lunga diventano un rituale stilistico: invece di aumentare l'impatto emotivo fanno l'effetto di una filosofia for dummies, facili consigli morali pronti da applicare con l'intento di farti dire “com’è vero”. L'incipit, "Siamo tutti schegge nel grande schianto", è assertivo, e non ammette replica: uno di quei romanzi che un certo tipo di lettore sottolinea furiosamente. Alla storia che McCann racconta bisogna concedere una aprioristica plausibilità: perché pare inverosimile che, oggi, un magazine online paghi un giornalista irlandese, Anthony Fennel, e lo mandi a Città del Capo per imbarcarsi su una nave, la Georges Lecointe (il nome di un esploratore belga,1869-1929), per seguire i lavori di ricerca di un cavo Internet tranciato sul fondo del mare e scrivere un reportage su come si ripara. 

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Colum McCann. 

Potrebbe forse avere i mezzi per farlo The Guardian, per uno dei suoi "long read" della domenica, più strano pare che lo faccia un magazine online. In ogni caso, Fennel si imbarca, sempre in contatto con una della redazione: il nostro narratore è anche un drammaturgo, abbastanza spiantato e con problemi di alcolismo; questa missione, lunga settimane e retribuita, gli sembra perfetta per togliersi un po' di mezzo, dal suo matrimonio fallito e da un figlio che non vede. Ama esplorare il mondo alla ricerca del significato letterario della vita ed è alla ricerca di una storia "sulla connessione, sulla grazia e sulla riparazione". I cavi sottomarini, che trasportano le informazioni via Internet – che noi immaginiamo nel "cloud", nello spazio, e sono invece trasportate da tubi in fibra ottica posati sui fondali oceanici – gli offrono la possibilità di confrontarsi con le domande fondamentali dell'esistenza. 

Resta subito affascinato dal capo missione della Georges Leconte, John Conway, che gli sembra bellissimo ma che Fennel-McCann descrive con la predilezione del giornalista per i cliché: "Sui trentacinque, forse meno. Magro, barba leggera, jeans, berretto di lana rosso, occhiali con montatura di metallo. Aveva un'aria quieta, raccolta. Se dentro di lui batteva un orologio, sembrava scandirgli il tempo a un ritmo più lento del nostro" e "avevo già visto uomini come lui, tormentati e angelici al tempo stesso"; "era di una bellezza che sembrava disorientarlo"). Una caratterizzazione del personaggio stereotipata ("una certa solitudine lo pervadeva", "una nota segreta lo rendeva presente e altrove nello stesso momento") e, per molte pagine, l'ammirazione di Anthony per Conway sembra del tutto sproporzionata al personaggio così come lo descrive. Aveva iniziato dicendo "Non è qui mia intenzione comporre un'elegia per John A. Conway, né un canto celebrativo su come ha condotto la sua vita" poi si lascia prendere la mano. All'inizio del romanzo apprendiamo che Conway è morto ma bisogna arrivare alla terza parte per vedere il personaggio prendere vita, le ultime trenta pagine, da quando Conway scompare, sono le più belle, la storia finalmente decolla. Prima, il romanzo – molto amato da milioni di lettori nel mondo – procede lentamente, ingolfato dalle metafore. 

McCann vorrebbe maneggiare, "alla Conrad", la vastità del suo argomento, vorrebbe trasformare in epica la routine di un gruppo di marinai e ingegneri che fanno un lavoro difficile ma si perde troppe volte nel simbolico e, per dare enfasi alla storia, la riempie di filosofia sulla fragilità dell'esistenza e della comunicazione umana. Il misterioso Conway, nonostante sia chiamato a fare un lavoro molto "attuale", che ha a che fare con la nostra vita digitale, è fuori dal mondo: sta soffrendo per la fine della sua relazione con un'attrice sudafricana, Zanele, interprete “dell’incomunicabilità” di Beckett, sembra preoccupato per la crisi climatica che incombe nella sua mente e in quella di Fennel come il simbolo della caduta in disgrazia dell'umanità. Più che un romanzo (promettente) sulla riparazione di cavi tranciati sul fondo dell'oceano, Twist è, pagina dopo pagina, sempre di più il romanzo di due uomini che, guardando il mare, si interrogano sulla vita. In una specie di doppio finale non necessario Fennel incontra Zanele, nel frattempo diventata famosa: "Avrei voluto salutarla con una frase incisiva, qualcosa che lasciasse il segno. Ma non mi è venuto in mente nulla". Vivaddio: quando McCann smette di cercare la frase "incisiva" e accetta di raccontare semplicemente cosa accade, fuor di metafora, i cavi e la profondità del mare bastano ad agganciare il lettore. McCann vuole invece aggiungere per forza, in ogni riga, la profondità del suo pensiero. Ma Verne lo sapeva (e lo sapeva anche Martin Eden, prima di smettere di sapere): non serve filosofeggiare sugli abissi, basta scendere. 

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