Tania Franco Klein e i bias culturali
Nulla è a carica neutra se guardato, ogni cosa subisce la forza delle strutture culturali attraverso cui siamo abituati a interpretare il mondo. Forse perché abbiamo bisogno di affidare a una narrazione sicura e già convalidata i nuovi fenomeni con cui ci confrontiamo quotidianamente, forse perché il mondo sarebbe davvero troppo complesso se dovessimo di volta in volta scoprire e indagare tutto dall’inizio.
Tania Franco Klein (1990), artista multidisciplinare messicana, ce lo dimostra con la serie “Subject Studies: CHAPTER I”, attualmente esposta per la prima volta in Italia in una mostra a cura di Tim Clark presso i Chiostri di San Pietro a Reggio Emilia in occasione della XXI edizione del festival internazionale Fotografia Europea, dedicata ai “Fantasmi del quotidiano”, fino al 14 giugno.
Dentro alcune inquadrature mantenute identiche - stesso arredamento, stesso punto di vista, stesso schema luministico - troviamo di volta in volta soggetti diversi, donne e uomini, bambini, ragazzi o persone adulte e anziane, vestiti però in modo identico. In un mondo dove tutto è costante, l’unica variabile è l’essere umano che lo abita.
Le scene che vediamo sono attentamente costruite dall’autrice, dagli elementi di scena alla posa dei soggetti, chiamati molto spesso a interpretare anche la stessa postura: vediamo, per esempio, l’interno di un bagno con le piastrelle verdi, un lavandino, lo specchio, un porta asciugamani senza asciugamani ma con un reggiseno appeso senza troppa cura. Cambia il getto d’acqua, e vediamo il lavandino colmo o totalmente vuoto, e cambia, come dicevamo, il protagonista della scena, l’abitante. In canottiera bianca e pantaloni neri, appoggiati ai bordi del lavandino e girati nella nostra direzione troviamo, per esempio, un ragazzo sui vent’anni, un uomo di cui scopriamo il braccio tatuato soltanto nel riflesso allo specchio, un bambino di circa dieci anni e le braccia magre, altre donne di età diverse.
Le immagini di Tania Franco Klein avvengono nel processo mentale di chi le osserva. Mentre cerchiamo, istintivamente, di proseguire la narrazione oltre a ciò che si vede, dando ai soggetti un ruolo sociale, uno stile di vita, addirittura un nome, componiamo le loro storie a partire dalla manciata di dettagli che li differenziano.
Sebbene tutti i volti abbiano un’espressione neutra, gli sguardi non sono mai diretti verso lo stesso punto; sul viso e sulle braccia nude scorgiamo indizi rivelatori sull’età, addirittura sulla personalità.
Il vero contenuto delle immagini di Tania Franco Klein scopriamo essere quel che vi proiettiamo, più ancora della scena rappresentata; e lo scopriamo anche scrivendone, provando a descrivere quello che vediamo dei protagonisti delle inquadrature: come aggettivare senza prendere posizione? Come operare una scelta lessicale senza accettare che sia avvenuto un processo di giudizio personale, anche inconsapevole?
Tania Franco Klein ha fotografato 106 soggetti, che in mostra troviamo in una selezione di fotografie fisiche, appese, e un’altra su alcuni schermi con cui lo spettatore può interagire facendo scorrere le immagini. Certamente la potenza del lavoro di Franco Klein sta anche nella moltitudine di “casi” proposti in quello che si propone di essere un vero e proprio studio antropologico sui bias culturali impressi nel pensiero dell’essere umano.
Pare non esistere, infatti, un pubblico specifico a cui è rivolto il lavoro di Tania Franco Klein, né una risposta precisa per scoprire se la nostra lettura sia coerente con la verità biografica del soggetto. Il nucleo del lavoro risiede nell’osservazione stessa, che scopriamo essere necessariamente imparziale, intrisa di narrazioni già consolidate, di associazioni arbitrarie, di invenzioni soggettive.
Altre figure dello studio dell’autrice sono sedute sul sedile posteriore di un’auto senza altri passeggeri, né conducente, sotto una luce che cade come un riflettore lasciando in ombra i posti vuoti davanti. Se a creare un’atmosfera fatta del calore del primo mattino o del tramonto è una luce di dichiarata ispirazione caravaggesca, nella serialità insita al lavoro dei “Subject Studies” troviamo una declinazione differente del tema dell’identico rispetto ad altri lavori che nella storia dell’arte e della fotografia lo hanno visto centrale. Spesso è stato il soggetto dell’immagine a mantenersi uguale da una visione all’altra – dalla Cattedrale di Rouen di Claude Monet, alla zuppiera di Franco Vimercati – ponendo l’attenzione sulla percezione stessa, sulla dinamica dello sguardo e sulle sue alterazioni legate al tempo. Nel caso di Franco Klein è l’ambiente a restare immobile, mettendoci nelle condizioni di dover trovare in autonomia un contesto più esteso plausibile a ciò che ci viene mostrato. Se Monet o Vimercati ci insegnavano il significato della percezione visiva, Franco Klein ci indica la sua logica interna, i suoi cunicoli inconsci, persino subdoli. Per scoprire il significato del vedere, infatti, ci insegnano sempre i maestri citati, l’ultima cosa che conta è il soggetto: il discorso vero sta fuori dalla zuppiera, dalla Cattedrale; è nella luce, nel modo in cui cambiamo noi da una visione all’altra, nel tempo che impieghiamo per fare nostro il percepito.
Nel discorso di Franco Klein, all’opposto, è il soggetto il centro verso cui tende l’attenzione dell’osservatore e in cui si verifica, allo stesso tempo, anche la propria soggettività.
Non è la conoscenza di quanto è mostrato, quanto la rivelazione dei filtri con cui crediamo di conoscere; non è verso il contenuto, ma verso di noi che le immagini del primo capitolo dei “Subject Studies” puntano il dito. Un’inversione di tendenza della fotografia stessa, che generalmente trova il proprio valore indicale nella capacità di additare, quasi letteralmente, ciò che decide di mettere in luce.
Queste immagini nascono per interrogarci. Nel suo discorso inaugurale di Fotografia Europea, l’assessore alla cultura di Reggio Emilia Marco Mietto ha esordito dicendo: “I fantasmi sono prodotti della cultura”, e il lavoro di Tania Franco Klein tematizza in modo esemplare la presenza invisibile di quelle voci interne che ci parlano nel momento in cui guardiamo le sue immagini. Anche l’invenzione non è mai scevra da condizionamenti, mai libera da strutture; le storie che cuciamo addosso ai soggetti di Franco Klein sono frutto di un impianto ideologico e culturale difficile da scrollarsi di dosso.
“La fotografia deve misurarsi sulla capacità di aiutare gli esseri umani a capire dove guardare: possono l’arte, la cultura, aiutare a non avere paura?” continua l’assessore, e dentro la tavola calda, il bagno, l’automobile e il salotto in cui sono ambientate le immagini di Franco Klein si trova un ipotetico punto di partenza.
I soggetti di “Subject Studies” sono tutti inermi. Non succede nulla, non compiono alcun gesto. “Stanno” e basta, anche se sempre in bilico su un’azione suggerita da lontano. Nel salotto, sono semi sdraiati sul pavimento con le gambe sotto un tavolino di legno e scalzi, e intravisti attraverso una tenda veneziana: l’interno spoglio non dà altre indicazioni sul motivo per cui la persona si trovi in questa strana situazione. Lo sguardo può guidarci verso un’interpretazione, e siamo costretti a seguirlo pur sapendo che non scorgeremo nulla di quanto ci sta indicando, mentre un’eco si crea attorno alle figure lasciate sole nelle stanze in cui compaiono. D’istinto sembrerebbe che tutto il mondo sia disabitato a eccezione della persona dentro l’auto, il bagno, la tavola calda, il salotto. Le nostre proiezioni sono costrette a riempire il vuoto, a rispondere all’eco, a trovare nell’assenza di elementi narrativi una spiegazione plausibile.
Ma le immagini di Tania Franco Klein non raccontano alcuna storia, non conoscono alcuna vita di quelle che ci mostrano, non hanno origine se non quella della volontà registica dell’autrice. Chissà se riusciremo mai a guardarle con lo stupore della prima volta; quello con cui è stata guardata una cattedrale, o una zuppiera.
In copertina, Tania Franco Klein, Subject Studies: CHAPTER I, Courtesy Tania Franco Klein.
Tania Franco Klein, Subject Studies: CHAPTER I, a cura di Tim Clark
Fotografia Europea, Reggio Emilia,
Chiostri di San Pietro, fino al 14 giugno