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Occhio rotondo 69. Dolce vita

21 Giugno 2026

I fotografi di scena sono dei professionisti chiamati dai produttori e dai registi a documentare il lavoro sui set al cinema, come in teatro. Molti di loro sono stati importanti in varie occasioni, non ultima la pubblicità del film realizzata a riprese finite con i loro scatti. Pierluigi Praturlon è stato uno di loro e ha accompagnato le riprese e gli attori di un regista importante del nostro cinema: Federico Fellini. Nato nel 1924, è scomparso nel 1999 dopo molti anni di lavoro. Ha cominciato nel 1946 a Roma, arrivando dal Friuli. 

All’inizio vendeva apparecchi cinematografici agli stranieri, scattando insieme foto di cronaca. Lo aveva chiamato a collaborare Carlo Ponti, e nel 1960 si trova a seguire La dolce vita. Parla inglese, e questo gli è utile, dato che fotografa le star arrivate a Roma da tutto il mondo in un momento di grande espansione del nostro cinema. L’avevano sopranominato Lux, per via delle dive che ritraeva. Una delle prerogative del film di Fellini è che gli attori americani, e quindi anche Anita Ekberg, nella parte di Sylvia, parlano inglese nel film, compreso Marcello Mastroianni, che è Marcello Rubini, giornalista, che lo parlotta nella sua straordinaria recitazione, e insieme sé stesso. 

Le fotografie più famose del set sono quelle scattate nella vasca della Fontana di Trevi, ma ve sono altre meno note, dove Anita Ekberg compare a bordo della spider decapottabile di Marcello, che la porta in giro per la Capitale. Sono fermi a un distributore di benzina dell’AGIP. Non per far rifornimento, ma perché Marcello compra le sigarette. Tutti allora accendevano ripetutamente i sottili cilindri di tabacco. Eccola quindi qui, Sylvia in una foto di Praturlon, che non corrisponde al fotogramma del film. Girata verso Marcello, che non figura nel ritratto, tiene nella sinistra la sigaretta che sembra accesa. È avvolta nella sua pelliccia bianca. Tutto invece intorno è nero, e lo è anche l’automobile. 

La presenza di Anita Ekberg è fortissima in virtù del suo viso, dei lunghi capelli biondi, e per via dell’intensità del suo sguardo: ci traguarda. Sullo sfondo la pensilina della stazione di servizio AGIP. Sembra un altro spazio, qualcosa di più moderno ancora della automobile, che è pur sempre uno degli oggetti principali del film – sono tutte automobili da sogno, contornate nelle scene d’insieme dalle vespe e dalle piccole vetturette dei paparazzi. La spider è una carrozza meccanizzata a due posti, e insieme un piccolo salotto vagante nel buio della notte, quasi un’alcova. Le pompe di benzina là in fondo sembrano essere in un altro spazio con quel segno orizzontale sorretto dai due piloni sottili e bianchi per la luce che le illumina: cemento. La luce modella tutto in questa immagine. Ci sono un paio di berline ferme. Si vede anche il cane a sei zampe sulla destra nell’insegna. 

L’eleganza di Anita Ekberg è perfetta e il suo viso tradisce un momento di esitazione: come in tutto il film è contemporaneamente una diva inavvicinabile e una preda, esprime l’eterno femminino, qualcosa che esorbita dal mondo borghese o borgataro che Marcello attraversa nel corso del film. Praturlon ha tagliato l’immagine in modo perfetto, tanto che la vicinanza a chi guarda di Anita induce la sensazione di essere lì, con lei, dentro la cornice stessa. Senza il distributore sullo sfondo – una architettura modernista, figlia del segno di Le Corbusier –, la messa in scena, pur nella sua forza visiva, non sarebbe completa. Il distributore è infatti l’altro palcoscenico, una presenza teatrale, minore ma indispensabile; da questo si capisce quanto il film del regista romagnolo debba al teatro, e a quello lirico in particolare. Il modo giusto per guardare lo scatto del fotografo friulano è quello del colpo d’occhio. 

Non bisogna guardarlo troppo a lungo, perché emergono altri dettagli, troppi, che ne sminuiscono la forza e l’effetto. Basta lei, la donna-pantera (ma anche donna-cerbiatto, nonostante la sua forma giunonica) e quel segno laggiù in fondo che sembra galleggiare con sicurezza nel fondo nero, cui corrisponde il bianco di Anita, la sua pelliccia appunto, l’onda dei capelli, e il bianco dei suoi occhi. Un’immagine davvero unica che ho scoperto solo ora, pur avendo visto passare il film tante volte sugli schermi del cinematografo, e anche quello più piccolo del televisore. Chissà com’è nata? Da un’intuizione del fotografo? da una dritta del regista? per caso oppure no? Nella mostra A schermo pieno. Eni nel cinema italiano (a cura di Sergio Toffetti, Museo Nazionale del Cinema, Torino) è lo scatto più bello esposto tra tanti memorabili, non a caso riprodotto sulla copertina del catalogo di Allemandi, e dentro a pagina piena. Sarebbe da ritagliare e appendere per la sua magia inafferrabile. Nonostante quello che ho scritto qui al riguardo, lo scatto del friulano resta un emblema della misteriosa bellezza del cinema di Fellini e anche della bellezza italiana della “dolce vita”. 

Fotografia di Pierluigi Praturlon, Allemandi, Museo Nazionale del Cinema (Torino)

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