Hans Tuzzi scrittore orafo

14 Luglio 2026

Pur avendo pubblicato anche raccolte di racconti, Hans Tuzzi risulta essere soprattutto un romanziere: tanto più che una parte cospicua della sua opera consiste in narrazioni poliziesche, dove l’intreccio assume inevitabilmente un ruolo cruciale. Il suo ultimo volume, apparso alcune settimane fa presso Bollati Boringhieri, È scritto. Narrazioni di destini, rappresenta da questo punto di vista un’interessante novità. Abbastanza esiguo quanto a dimensioni – 160 pagine – contiene ben 47 racconti: tutti brevi, alcuni brevissimi, dalle poche righe di Regina viarum alle sei pagine del conclusivo Naufraghi. E, diciamolo subito, l’impressione è che stringatezza e condensazione esaltino le qualità di Tuzzi, orafo della prosa, da sempre incline a lavorare di cesello sulla lingua.

La cifra distintiva è ben illustrata nel risvolto: «storie vere nelle quali, ora tragica ora benefica ma sempre inquietante, si riconosce l’ala del destino, quel misterioso attimo della vita in cui tutto sembra già scritto e ciascuno incontra la propria natura». Così infatti suona il titolo, È scritto. Narrazioni di destini (e almeno un cenno merita l’illustrazione di copertina, elaborazione in chiave fantastica di un disco solare, dello svedese Daniel Egnéus). Modernamente, si preferisce attribuire gli eventi imprevisti al caso; ma (prosegue il risvolto) il caso, la coincidenza, lungi dall’essere un lancio di dadi, «altro non sono che il destino non ancora palesatosi in tutta la sua irresistibile forza». Gli antichi parlavano di Fato, termine che deriva, com’è noto, da un verbo che significa «parlare»: «fatale» è ciò che risponde a necessità in quanto discende dalla parola divina. L’espressione «è scritto» traspone il senso di inevitabilità sul piano della civiltà della scrittura conservandone l’aura numinosa, se non addirittura sacrale.

Forse qualcuno crede davvero – o cerca di convincersi – che una qualche forma di predestinazione esista. La cosa non può stupire: tale reazione rappresenta uno dei modi più semplici e istintivi di cercare conforto a fronte dell’irreparabile (di consolarsi, di rassegnarsi a ciò che è accaduto), ovvero, in altro genere di contesti, costituisce un espediente per chiudere il discorso eludendo eventuali responsabilità soggettive. Personalmente, sono incline a ritenere che di un evento si può dire che «è scritto» solo dopo che sia stato scritto effettivamente: è la forza del racconto a fissarne i lineamenti, conferendogli quei connotati di coesione, esemplarità e memorabilità che nella nostra coscienza tendono spesso a legarsi all’idea di passato, sulla base dell’assunto (logicamente indimostrabile) che ciò che esiste da più tempo possa vantare un grado superiore di esistenza. Insomma, il «destino» è il prodotto non di un decreto a priori, ma di una narrazione a posteriori: un evento non viene raccontato perché è fatale, ma risulta fatale in quanto sia stato raccontato. Raccontato, s’intende, con la dovuta efficacia: un po’ come dire, riguardo ad ambiti di esperienza meno drammatici, che gli episodi interessanti (copyright Stefano Bartezzaghi) capitano a chi li sa raccontare.

Ora, non c’è dubbio che nel repertorio di eventi fatali snocciolato da Tuzzi si manifestino qualità narrative di sicuro pregio. Eventi fatali: in maggioranza morti, dunque, morti accidentali, suicidi, delitti, vendette (difficile non ricordare che nella smorfia napoletana il numero 47 è appunto ‘O muorto). Ma anche coincidenze paradossali, salvataggi fortuiti, appuntamenti rinviati per anni o decenni: ora colpi della fortuna (nell’accezione latina della parola, sorte buona o cattiva a seconda dei casi), ora scelte lungamente meditate e architettate. Fra i precedenti letterari di quest’opera di Tuzzi, i riferimenti meno peregrini sono le Vite immaginarie di Marcel Schwob (1896) e i Delitti esemplari di Max Aub (1960), e fors’anche le Vite di uomini non illustri di Giuseppe Pontiggia (1993) e i Sillabari di Goffredo Parise (1971, 1982): ma con un sovrappiù di concisione e asciuttezza, una maggior frequenza di ellissi, e un tono complessivamente più amaro. Ogni narrazione è introdotta da un’epigrafe: e non occorre dire che alla pertinenza delle singole citazioni fa riscontro un ventaglio assai ampio non solo di autori e di fonti, ma anche di possibili concezioni del destino. «Puoi anche svegliarti prima dell’alba, ma il tuo destino si è già svegliato prima di te» recita un proverbio bantu; «Il destino colpisce gli uomini come un cammello cieco» scrive Jorge Luis Borges; «Il destino è ciò che fai della tua vita» obietta Fritz Lang; «Il destino può mutare, la nostra natura mai» sentenzia Schopenhauer. Tant’è: le «officine del destino» – come si legge in una pagina di Giacomo Debenedetti, anch’essa oggetto di citazione – sono per definizione «oscure». Ed è curioso constatare la convergenza fra un detto maori riportato da Tuzzi («Fra nascita e morte, ogni giorno è tuo»), espressione di saggezza popolare, e una poesia di Alberto Caeiro, proto-eteronimo di Fernando Pessoa: «Se dopo la mia morte volessero scrivere la mia biografia, /non c'è niente di più semplice. / Ci sono solo due date – quella della mia nascita e quella della mia morte. /Tutti i giorni fra l’una e l’altra sono miei».

Un aspetto notevole è la varietà delle ambientazioni: gli episodi narrati – che vengono proposti come veridici, senza peraltro offrire quasi mai dettagli che consentano di risalire alla fonte – si svolgono nei luoghi più diversi, con una presenza significativa dell’Africa e dell’America latina. Rari personaggi storici o pubblici, come il conte svedese Hans Axel von Fersen, amante di Maria Antonietta, o Manoel Francisco dos Santos detto Garrincha (Passerotto), ritenuto dagli esperti il più grande calciatore brasiliano dopo Pelé. Ma si tratta, appunto, di eccezioni. Il senso di questi racconti è che anche nella vita di persone qualsiasi la dinamica degli eventi possa suggerire l’esistenza di disegni segreti, l’epifania di riposte verità, la realizzazione di oscuri decreti, nel segno della benevolenza o (più spesso) della malevolenza di entità superiori: la si voglia chiamare nemesi (come la dea greca della giustizia distributiva) o scutra (voce siciliana che designa un’accanita malasorte).

Certo è che mai Hans Tuzzi aveva affidato a un’opera tracce autobiografiche così evidenti. Mettendo insieme alcuni tasselli testuali e paratestuali (il racconto conclusivo, la dedica iniziale, la fotografia del secondo risvolto) il lettore non faticherà a riconoscere i colpi d’ala che hanno segnato il destino dell’autore. E forse anche questo si può considerare sintomo di una felicità di scrittura particolare: nuova no, ma di rado così leggera, così veloce e insieme così lapidaria. Un effetto che corrisponde a un movente profondo dell’ispirazione di Tuzzi: tant’è che si potrebbe ripercorrere l’intera sua produzione narrativa ricercandone i germi, perseguendone le tracce.      

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