Un entomologo a Parigi
Versailles
La Pasqua al parco della Reggia prospettava qualche chance in più rispetto alle strade di Parigi. Avevo già studiato la mappa e l’appuntamento poteva essere appena fuori dal labirinto dei Jardins, tra la fontana dorata del Char d’Apollion e la sobria eleganza dei due Trianon (che però trovammo chiusi, essendosi fatto tardi nel frattempo, quel pomeriggio).
Il vento rifrangeva Lully in filodiffusione assieme alla cronaca d’una gara di canottaggio sul Grand Canal. Dietro La Flotille agghindata coi gagliardetti, oltre le smisurate prospettive e i lontani punti di fuga, notai interessanti marais, un frastagliato sottobosco fatto di foglie marce, tronchi caduti e spate di piante acquatiche.
Il tutto era per lo più inaccessibile, recintato o proibitivo in tenuta da turista. Come l’anno scorso a Marienbad avevo gli occhi arrossati, tra i corridoi e le gallerie barocche, ricolme di specchi, stucchi, statue e marmi, ori e immense tele a olio celebrazione d’innumerevoli vittorie. Le giunture scricchiolavano come un parquet antico. Non restava che tentare.
Dissimulando un atteggiamento fin troppo interessato ai tropismi del selvatico (d’altronde addomesticato in quel luogo non del tutto finto) iniziai a dar calci a sassi via via sempre più grandi, per prendere confidenza con l’attitudine, a zigzagare dietro ai cassonetti della spazzatura, frugando negli angoli bui.

Fin quando, caduta ogni remora, Ercole ha sollevato un grosso ceppo, l’unico prossimo al bordo dell’Allée Saint-Antoine. Non mi sono stupito del compiersi dell’occasione: che il Carabo fosse lì ad attendermi era un destino che doveva compiersi.
La corazza di metallo ha brillato per un istante tra le pieghe della terra grassa e le foglie accartocciate, nella celletta monastica. Purificazione, immortalità e gloria per le preziose cordonature, oro e argento ampiamente sparsi per adornare convessità un po’abrase, effetto buccia d’arancia. Ho stretto tra pollice e indice i bordi lisci del pronoto bisellato.
“Questi acquitrini devono esserne pieni” ho pensato chiudendo il tappo della bottiglietta di plastica che ospitava già una Cepaea bicroma e due ramificati licheni color penicillina.
Spezzato il ramo il rito poteva dirsi concluso. Incorniciato in un’arcadia alla Poussin, l’ovale dello scudo specchiava il Rex nemorensis. Era la stessa specie che trovò il pittore ed entomologo Mario Sturani nel 1931 dopo una gita nelle banlieue. Lo dice nel romanzo Il maglione rosso (1948, edito da Aragno) che ho letto di recente: li allevò in soffitta fra tele e pennelli, in pitali coperti alla meglio da lastre di vetro.
Non avrei potuto fare altrettanto: i tarsi palmati lo identificano come un maschio. M’ha accompagnato per due giorni, durante il volo, oltre gates e duty free, finché le antenne non si sono fatte tremanti e l’addome gonfio. Da quel momento non sono stato più solo, una forza ctonia m’accompagna: il Carabus nemoralis (forse nella varante pascuorum, dei pascoli), nascosto nel folto, il mio inatteso uovo Fabergé.

Passaggi
I bouquinistes lungo la Senna, di fronte a Notre Dame, erano tutti chiusi. Ma nel pomeriggio alla piccola Librairie Jousseaume (fondata nel 1826), al 45 di Galerie Vivienne il gentile proprietario mi ha procurato una copia intonsa di Les insectes, opera di Louis Figuier risalente al 1869 illustrata con sopraffine incisioni.
In vetrina era esposta anche la monografia su Raymond Roussel di François Caradec. La boiserie raccoglieva altre edizioni giunte dal XIX secolo e una mappa dell’isola di Sant’Elena, lacera come quella d’un tesoro. Con l’occhio sono corso a Horse Point, il luogo dove visse l’estinto Aplothorax burchelli, il cosiddetto “Carabo di Napoleone”. Tutto ciò mi ha reso particolarmente felice.
Al Musée d’Orsay m’attende poi un Papilio machaon (Wiener Werkstätte) del 1903-1932, di Josef Hoffmann, effigiato su una “Boîte à timbres”, in una teca di oggetti liberty.
Irradiazioni
Arrivato a Saint-Germain-des-Prés a sera, uscito dalla verde a Rue du Bac, ho passeggiato verso la Maison Deyrolle. La boutique è in un palazzo elegante, di quelli tipici del Direttorio, ma la facciata era in restauro.
Dopo aver salito le scale, entrato nella wunderkammer, in questo posto bizzarro che, secondo Antonio Riccardi, sta a metà strada tra il museo didattico di un’università di provincia e il gabinetto scientifico di qualche eccentrico collezionista, tralascio di proposito gli erbari, l’orso bruno, la zebra e l’unicorno (!) naturalizzati, dirigendomi alla sezione entomologica, nell’ultima sala.
Un giovane commesso con le mani tatuate, col quale mi sono intrattenuto a parlare d’insetti e di tassidermia, mi ha porto la scatola un po’ fané d’una vecchia collezione. Dentro ho scorto una rara e integra Loricera pilicornis (si dice che in natura il piccolo Carabo usi le antenne a pettine per imprigionare in un abbraccio mortale collemboli e altre ambite prede).
Misuro vite trapassate, ridotte a cose commerciabili. Il costo irrisorio dissimula l’ulteriore valore aggiunto della reliquia. L’insetto è stato catturato nell’aprile del 1945: Parigi era stata liberata da poco e la guerra doveva ancora finire.
Estraendo cassetti a scomparsa uguali a quelli usati per esporre medaglie (di simili ne ho visti all’Hôtel de Salm, museo della Légion d’honneur) ho trovato altre due specie, raccolte nel 1947 sulla costa normanna. I rottami dello sbarco non dovevano essere stati rimossi, facevano parte del paesaggio di rovine in cui l’entomologo doveva essersi messo a rovistare per trovare la coppia di Amara dalle elitre d’un bel giallo paglierino.

Da qui sono passati i più importanti entomologi (lo stesso Sturani v’acquistò un Goliathus regius, il più grande coleottero al mondo) e al fondatore, Jean-Baptiste Deyrolle, che aprì l’impresa nel 1831, è dedicata una sottospecie del Carabus arcensis. Dopo il terribile incendio divampato nel 2008 si sono salvati solo pochi reperti. Un libro fotografico, che non mi sono lasciato sfuggire, ripercorre le vicende del luogo.
Cercando nelle teche noto che si segue qui un criterio per cui gli insetti grandi o colorati hanno prezzi assai alti mentre le rarità, inezie che solo lo specialista può apprezzare, per lo più di piccola taglia e di scialbi colori, giacciono neglette.
Rincresce che certi esemplari non abbiano il cartellino di reperimento, risultando inutili per la scienza. D’altronde non è questo lo scopo: le Morfo blu saranno complementi d’arredo per l’appartamento sui Boulevards. Senza l’ausilio d’una ghigliottina ci stiamo tagliando da soli le teste, siano esse adorne o meno di collier di Cartier.
A Les Invalides rimarrò scioccato dalla foto di Hitler in posa davanti alla Tour Eiffel. Su un pannello adiacente a una libreria da campo (Frontbuchandlung) simile in tutto all’ingresso di questo negozio, un ufficiale della Wermacht in piedi sulla soglia ricorda Ernst Jünger.
Brecce
Il cielo è del grigio dei tetti, una lastra d’ardesia, mentre il vento piega i rami. Vivere a Parigi è questo? Sono venuto al Jardin des Plantes in cerca dalle immagini Fasmidi di Didi-Huberman ma finisce che non vedo niente, dietro alle lenti appannate dalla pioggerellina fine.
La vita è nelle pieghe, negli interstizi. Al Quartiere Latino ci diamo appuntamento alla sala da tè della Grande Moschea io e un amico entomologo che lavora al museo di storia naturale. Mi fa una sorpresa regalandomi una scatola del secolo scorso. È vuota (conteneva Elateridi) ma conserva il tipico odore delle vecchie collezioni: canfora e creosoto, essenze nel frattempo proibite, tanto inebrianti quanto nocive.
La scatola – confida – è stata salvata dal repulisti di materiale obsoleto. Era destinata alla pattumiera. Condividiamo i nostri saperi: “S’apre a libro, vedi?”. Ecco il vezzo umanistico dei naturalisti francesi – dico io – che ordinavano gli insetti in verticale, chiusi come lettere nella grande opera dell’evoluzione. A differenza dei pragmatici inglesi che ripongono le scatole in orizzontale, vassoi suddivisi in scomparti, evitando scollature e danneggiamenti. Sulla costola in finto derma sta scritto a china, come fosse una rilegatura: “Collection H. Sietti / 1939”. La guerra incombeva, anche allora, come sempre.
Entriamo nel MNHN dove il film dei ricordi divora tutto, fino a scomparire nella penombra della grande sala dell’evoluzione. Il buio avvolge le meraviglie del sapere, in un’atmosfera vagamente steampunk. Tutto è stato rinnovato, messo in prospettiva, adeguatamente storicizzato. Ciò evoca qualche nostalgia, dopo la visita alla galleria degli animali estinti.
Oltre alla musealizzazione del museo, alla sua decolonializzazione, le teche sono state sostituite con installazioni multimediali, i diorami da schemi didattici, i video indirizzano i percorsi tematici. L’allestimento è soffuso dai suoni campionati nei biomi. Trascorro un quarto d’ora a osservare una grossa Anthia esposta in un pannello che illustra l’ecosistema della savana. Essa manca nella mia collezione.
Coincidenze. In una vetrina illuminata, trovo un superbo esempio di scatola a libro che, per eccesso di magnificenza assai francese, come il forziere d’un tesoro, trabocca di Ceroglossus cileni d’un verde brillante. Fastuosi.
Al bookshop acquisto due libri. Un atlante dal titolo Les insectes (edito dall’Imprimerie Nationale) ha fotografie che ritraggono ali ed elitre su sfondi neri, la cui complessità lascia ben sperare nella cultura del francese medio. L’altro è la guida ai valori morali del museo. Sorprende come la più importante istituzione scientifica nazionale sia consapevole della necessità di mettere in crisi i valori identitari del capitalismo estrattivista (fondanti l’istituzione stessa). La critica decostruttiva alla società occidentale s’unisce a una rinnovata fiducia nel metodo scientifico per preservare la biodiversità. Divorerò le pagine di notte, nel letto della minuscola stanza d’albergo a Pigalle con vista sul Sacre Coeur.

Il serraglio di Medusa
Al Louvre aguzzo la vista negli orti conclusi ai piedi di vergini e santi ma, a differenza degli Uffizi, nessun Dürer ha lasciato tracce di Lucanidi. Sciamano i turisti mentre erborizzo le aquilegie ai piedi del San Giovanni Battista, che poi forse è un Bacco (1510), attribuito a Francesco Melzi, o gli esili steli in La vergine Maria e Gesù bambino tra i santi Quintino e Benedetto (Parma, 1500 ca) di Francesco Marmitta.
La visita prosegue nella calca finché in una stanza quasi deserta non mi genufletto davanti alla tela di Otto Marseus Van Shrieck, Serpenti e farfalle (1670). Tanto amo questo pittore che negli anni ho realizzato alcuni d’après delle sue nature morte, particolari nel ritrarre il sottobosco e nell’uso della lepidocromia. Esercita un incantesimo, un’attrazione morbosa la Coenonympha pamphilus, più ancora del serpente, più dei cardi simbolo di resurrezione. Il tenue satiride è il punctum che fora la pupilla.
Patriarchi
Tramite Instagram tento per due volte di fissare un appuntamento con l’artista Mad Meg, ma il progetto fallisce a causa di un’indisposizione. Le sue opere grafiche, a china o a Bic, sono gigantesche e dettagliate, con una forte carica politica. Le scoprii per la prima volta esposte al Museo di Storia Naturale di Milano, prima di perdermi tra i diorami. Figure umane entomocefale, allucinazioni alla maniera di Hieronymus Bosch, una satira del potere e dei potenti attraverso l’insettificazione. La denuncia del male e la violenza del mondo si dispiegano in disegni di oltre due metri, fitti d’intrecci, segni e parole, calligrammi e entrelacs verbo-visuali. Rimandiamo l’incontro all’autunno (spero possa illustrare la copertina del mio libro sui Fasmidi).
Dopo aver visitato la tomba di Napoleone ci incontriamo con Riccardo Venturi al Cafè Maa, davanti al Musée de Cluny, per sorseggiare un “americanò” parlando dell’istallazione video Icarus che ha come soggetti due entomologi miei conoscenti. In una serra olandese sul punto di venir demolita, piena di bozzoli appesi, Bart Coppens e Enzo Moretto – mi mostra su YouTube – sono coperti di falene dalle ali pelose. È la rivisitazione entomologica del mito classico. Avverto qualcosa d’inautentico nel concettismo patinato del packaging; in certa arte l’advertising sembra aver preso il sopravvento sulla tecnica, così che l’insetto resta un elemento esornativo. Ci salutiamo con me che prometto a breve la consegna del saggio su Henry Michaux per la rivista “Antinomie”.
Il rumore è il messaggio per Andrea Inglese
Se i romanzi delle esistenze fossero linee colorate del metrò, con intrecci di trame, luoghi, nomi e storie – già tutto scritto sulla mappa della vita, solo da percorrere su e giù, spolette nel telaio, finché è valido il biglietto – la nostra coincidenza avverrebbe fuori dall’omonima fermata lungo la blu, sortendo dal buio della quale, dall’antro sotterraneo, sembreremmo dei risorti, per l’appunto a Pasquetta, al Père Lachaise.
Scortati dai familiari fino al tabellone con la mappa del cimitero, in cerca di obiettivi che diano senso allo stare qui, passeggiando in salita, sotto alla luce abbacinante del crudele aprile, scopriremmo che le nostre discendenze s’illudono dell’illusione di sceneggiature e scenografie, nel luogo che ricorda (alla fine del viaggio) la fine del viaggio, la fine d’ogni viaggio, fatto di fantasmi e di spettri, nomi e date.
Ci muoviamo un po’ spauriti, tra le lapidi. Mi sento un po’ Cavalcanti, tra sentori d’incenso, mentre salto sulle lastre incise e tra le erbe dietro al crematorio, accanto alle arche coi fiori recisi. Sostiamo sulla pietra tombale (dove manca però l’ottaedro stellato), in udienza spiritistica dal grande manitù che ammonisce, convinti che sia proprio André che sussurra: C'est à l'innocence et à la colère de quelques hommes à venir – e parla di noi, con noi, è chiaro – qu'il appartiendra de dégager du surréalisme ce qui ne peut manquer d'être encore vivant... (scopriremo, dopo aver postato la foto su Facebook, che è un fuoco fatuo, la fotogenica tomba d’un omonimo).
Vaghiamo in cerca dell’oro del tempo finché Marcel Proust non ci riunisce in posa, l’uno di fronte all’altro, angeli genuflessi sul marmo scuro. Ci perdiamo di vista, da quel momento. Cerco un piccolo obelisco che nel 1833 la Società Entomologica francese pose in memoria dell’abate Pierre-André Latreille (Necrobia ruficollis Latreillii salvator): incarcerato a Bordeaux dal Terrore, salvò la testa grazie a un Cleride.
Un baluginino m’attrae mentre tra le fessure del selciato cerco d’afferrare impalpabili spicole che si riflettono sulle elitre di piccoli coleotteri – loro qui? – che zampettano tra le pietre delle tombe. Se tu potessi riconoscerli sapresti che sono un’Amara (forse A. aenea, di circa mezzo centimetro) e un Notiophilus (probabilmente della specie N. acquaticus, di circa due millimetri).
Resto lì, come un santo, tra il folle e l’invasato, cercando di tenere tra le dita questi Carabi in sogno, gocce di metallo fuso, mercurio sgusciante, sei zampette leste su cui scrivere un petit poème en prose, testimonianza insolita di biodiversità urbana. Già nel 1913 Raymond Peschet, sul “Bulletin de la Société entomologique de France”, pubblicò la Liste de Coléoptères recueillis à Paris.
M’illudo d’afferrarli ma rimango a mani vuote, col cuore messo a nudo, frustrato (come quando poco dopo abbiamo incontrato un improbabile George Harrison che pure non era uno dei Beatles), pieno di nostalgia per tale Locus solus, in quest’orto concluso, lacrimando prima del congedo, nell’isola dei morti, in mezzo alla città della luce.
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