La frontiera di Richard Avedon
Non aspettatevi grandi panorami, strade infinite, tramonti spettacolari o cavalli lanciati nella prateria A dispetto del titolo, In the American West, non troverete alcuna immagine che la tradizione americana ci ha insegnato ad associare al grande Ovest. Al loro posto, un fondale bianco e una successione di volti: operai, minatori, camerieri, camionisti, contadini, disoccupati, lavoratori dei rodei, persone incontrate lungo le strade. È la radicalità della grande serie che Richard Avedon (1923-2004) ha realizzato tra il 1979 e il 1984, con la quale ha raccontato il mitologico territorio di frontiera americano, concentrandosi sugli esseri umani che lo abitano. Per realizzare questo progetto, ha fotografato più di mille persone fuori dal loro ambiente, privandole di ogni elemento che possa spiegare o giustificare la loro presenza. Davanti all'obiettivo restano il corpo, il volto, gli abiti, la pelle, le mani. Restano, in altre parole, soltanto loro. «I miei soggetti – ha detto – sono persone che nessuno guarda. Ma sono loro che fanno muovere il mondo».
Richard Avedon è stato uno dei più importanti fotografi americani del Novecento. Nato a New York, ha iniziato la sua carriera nella fotografia di moda contribuendo a trasformare il modo di rappresentare il corpo.
Caratterizzata da sfondi semplici, spesso bianchi, pose dinamiche e grande attenzione ai volti e alle espressioni, la sua fotografia non mostra soltanto l'aspetto esteriore del soggetto: attraverso lo sguardo diretto e l'isolamento della figura, cerca di rivelarne la personalità e la fragilità. Questa ricerca raggiunge un momento fondamentale proprio nel progetto In the American West. Nata nel 1979 da una commissione dell'Amon Carter Museum of American Art di Fort Worth (Texas), la storica serie fu esposta per la prima volta nel museo di Fort Worth nel 1985 e pubblicata nello stesso anno nel volume edito da Harry N. Abrams (New York).
Tra le immagini più celebri, c’è quella che ritrae Ronald Fischer, un apicoltore di Oak Park, nello Stato americano dell’Illinois, che non avrebbe mai immaginato che rispondere a un annuncio su una rivista specializzata, “The American Bee”, lo avrebbe reso protagonista di uno dei ritratti più iconici della fotografia contemporanea. Nel 1981, il fotografo newyorkese, celebre negli anni Sessanta per le sue fotografie di moda e delle star per «Harper’s Bazaar», e negli anni Ottanta per le sue copertine di «Vogue», che all’epoca aveva già esposto anche al Metropolitan Museum di New York, lo immortalò a torso nudo, la testa rasata, con il corpo ricoperto da centinaia di api, realizzando un’immagine tanto inquietante quanto suggestiva.
Richard Avedon. In the American West. 1979-1984 arriva a Palazzo delle Esposizioni di Roma, fino al 31 gennaio 2027, in una mostra curata da Clément Chéroux, direttore della Fondation Henri Cartier-Bresson (leggi qui). L'esposizione presenta le 110 stampe di riferimento realizzate per il libro insieme a materiali d'archivio della Richard Avedon Foundation: polaroid, appunti, documenti e corrispondenza. Una scelta che consente di guardare non soltanto il risultato finale, ma anche il processo attraverso cui quelle immagini sono state realizzate.
In questa serie la singola fotografia perde progressivamente la propria autonomia. Un volto risponde a quello precedente, un corpo contraddice quello successivo, un sorriso cambia senso accanto a un'espressione impassibile. È la sequenza a costruire il racconto. Non una storia lineare, ma una specie di romanzo americano senza trama. E allora si comprende che il vero soggetto del progetto non è il West geografico. È l'America come insieme di individui, differenze, corpi, condizioni e destini. Il territorio è stato eliminato per fare emergere la società.
Quarant'anni dopo questa scelta conserva una sorprendente attualità. Non perché le fotografie ci dicano ancora qualcosa di cronaca sull'America di oggi, ma perché ci pongono una domanda che non appartiene a una stagione storica: che cosa significa guardare un'altra persona? Avedon non offre una risposta, offre una situazione. Un essere umano davanti a un altro essere umano, separati soltanto dalla camera. Avedon non abbellisce i suoi soggetti, non li idealizza. La pelle, le rughe, i denti, le imperfezioni, la stanchezza e la vulnerabilità diventano parte dell'immagine con una precisione quasi spietata. Le stampe accentuano questa esperienza: il volto fotografato non è più un'informazione, ma una presenza. In the American West è un libro di storia apocrifo: racconta un’America senza eroi, dove anche gli sconfitti hanno diritto al primo piano. Come spiega Marco Delogu, presidente di Paexpo, oltre che fotografo e editore, che ha fortemente voluto questa mostra, nel testo del libretto pubblicato per l’occasione: «Seguendo il lavoro di August Sander, Richard Avedon nel suo In the American West, caso raro in fotografia, rappresenta l’essenza e ci restituisce ritratti per l’eternità».
Le stampe esposte, dello stesso formato delle immagini presenti nel volume, divenuto negli anni un libro totem della fotografia contemporanea, obbligano a confrontarsi con la presenza dei soggetti, mentre i materiali d'archivio permettono di vedere ciò che normalmente resta nascosto: la selezione, le prove, il lavoro, le decisioni che precedono l'immagine definitiva. È proprio questa distanza tra la fotografia apparentemente semplice e la complessità della sua costruzione a rendere In the American West una delle opere decisive del maestro americano.
Come ha osservato Chéroux, Avedon «opera come se fosse uno di quei fotografi itineranti che, all’epoca della conquista del West, giravano il Paese di città in città. Per cinque anni, soprattutto durante la primavera e l’estate, ha attraversato una ventina di stati con la sua macchina fotografica di grande formato (negativo 20x25 cm), con chili di attrezzatura e diversi assistenti. Mentre lo stile era molto semplice, la produzione era piuttosto elaborata».
È ancora più interessante osservare queste immagini a Roma, perché proprio qui nel 1946 Avedon ha realizzato le sue prime fotografie, tra i vicoli e le grandi piazze di una città aperta da poco. Queste fotografie, così come quelle scattate a un anno di distanza in Sicilia, mostrano già gli elementi del suo immaginario visivo: un etereo senso della luce e l’illusione di una leggerezza fisica, ma quasi fluttuante, dei corpi. Come quello di Zazi, un’artista di strada che il grande fotografo, allora ventenne, ritrae mentre si muove e danza abbacinata da una luce bianca e teatrale.
Come ha detto Jane Livingstone in Evidence, forse proprio in Italia nasce il fascino per il bianco in cui Avedon immergerà le figure da ritrarre. D’altronde ha dichiarato lo stesso autore: «Questo è il mio metodo. Fotografo il soggetto davanti a un fondale bianco largo circa due metri e settanta e alto poco più di due metri, fissato a una parete, a un edificio, talvolta alla fiancata di un rimorchio. Lavoro al riparo dal sole perché la luce diretta sulle superfici crea ombre, riflessi ed effetti che finiscono per guidare lo sguardo. Voglio che la fonte luminosa sia invisibile, in modo da neutralizzarne il ruolo nella percezione delle cose». Così sono nate le sue immagini immortali.
Richard Avedon. In the American West. 1979-1984
Palazzo delle Esposizioni di Roma, fino al 31 gennaio 2027
a cura di Clément Chéroux
In copertina, Ronald Fischer, apicoltore, Davis, California, May 9, 1981, Fotografia di Richard Avedon © The Richard Avedon Foundation.