Mater Baltica: storia acquatica di un’evoluzione
“Gli esseri umani sono le uniche creature letterarie della Terra. Pur privi del talento delle piante per la fotosintesi e incapaci di volare come gli uccelli, gli umani sono in grado tuttavia di scrivere grandi poemi epici e mediocri promemoria, grazie allo sviluppo peculiare del loro cervello”, così scriveva Joseph W. Meeker in uno dei primi e più genuini studi di “ecologia letteraria”. The Comedy of Survival comparve nei primi anni Settanta in America con una prefazione dell’etologo austriaco Konrad Lorenz, di cui Meeker – comparatista e studioso di ecologia umana – era stato allievo, nonché ospite nella sua casa di Seewiesen, in Baviera, mentre lavorava al libro. In un’analisi di opere e in primo luogo di forme letterarie, Meeker partiva nel suo studio dal presupposto che se la capacità di creare letteratura poteva considerarsi una peculiarità della specie umana, allora bisognava chiedersi con onestà quale fosse la sua influenza sul comportamento degli esseri umani e sull’ambiente naturale, ovvero se, dal punto di vista dell’evoluzione e della selezione naturale, la letteratura contribuisse più alla sopravvivenza o all’estinzione della specie umana. Perché, in definitiva, l'umanità si sarebbe potuta trovare nella condizione di doversi accontentare di un triste primato: quello di essere la prima specie ad aver compreso le cause della propria estinzione.
La creazione e l’ambiente sono al centro di una curiosa e delicata narrazione per poesia e immagini che Elena Tognoli ci dona con il suo Mater Baltica (proposto di recente, con la consueta cura editoriale, da La Grande Illusion di Pavia, impaginato da Giovanna Durì); uscito dapprima in Belgio in traduzione francese, ora il libro compare in un rinnovato originale italiano.

È la storia di una strana creatura, una donna che porta in grembo un nugolo di piccole uova: “Hanno trovato una donna / nel Mar Baltico, / era piena di piccole uova. / Spiaggiata era bella, / sul corpo crescevano / infiorescenze di alghe / e licheni.”
La donna ha un corpo che cambia continuamente forma, è per gran parte fatto d’acqua, come del resto il corpo umano che si compone di fluidi biologici in equilibrio idro-salino, così come la Terra è percorsa da acque dolci e salate, nel suolo e in superficie. Ciò è ben visibile nei disegni del libro, dove i contorni del corpo femminile, come i tratti di penna blu che lo tratteggiano, si sciolgono nel fitto blu dell’acqua o nel bianco di pagina. In questo continuo fluire, dal principio alla fine della storia, la donna include, abbraccia, protegge le uova nella sua metamorfosi; e nel suo viaggio tra le correnti si pone mille domande: su quel che la circonda, su se stessa e, soprattutto, su quel che potrà nascere dal suo fardello: “La donna pensava a / quello che sarebbe uscito / dalle sue piccole uova: / mostri marini, / una nuvola di girini, / anfibi a quattro zampe / che risalgono l’evoluzione / per camminare su due gambe / e farsi venire il mal di schiena”.
E intanto si ritrova imbrogliata nelle reti come un carapace, va incontro a buffi e fantasmagorici pesci che hanno braccia, di tanto in tanto prova a sdraiarsi su uno scoglio ruvido a sentire l’asciutto, pensa ai figli del futuro, poi risale la corrente del fiume assieme alle creature marine e pone domande alla loro sapienza, ma son pesci smemorati. Verso il finale, la protagonista riporta le uova al mare, vede immergersi dall’alto le grandi mani coperte di sale dei pescatori, tenta di aggrapparsi al “buio bluastro” del fondale ma viene trascinata in superficie, tra scampoli di luce, assieme alle sue uova. Che ne sarà di loro nel mondo definitivo degli umani?
Mater Baltica è un’opera visiva e poetica che si apre a molteplici suggestioni. Proverò a descriverne alcune. È una storia che certo parla anche di maternità, ne evoca gli aspetti fisici, psichici, sociali, incantevoli e oscuri; lo fa in modo singolare, ovvero recuperando quel legame di unione col mondo (innanzi tutto naturale) e con le immagini arcaiche del fluire con cui Freud si confronta, nei primi anni Venti, quando discute del “sentimento oceanico”. Il termine gli era stato suggerito dallo scrittore francese, Nobel per la letteratura nel 1915, Romain Rolland, in merito al potere delle religioni, e Freud lo riprendeva non senza qualche perplessità; era un sentimento che non riconosceva in se stesso e tuttavia ne ammetteva l’esistenza. Di lì a poco, nel Disagio della civiltà (scritto nel 1929, pubblicato col titolo originale Das Unbehagen in der Kultur nel 1930) egli riconoscerà, del resto, come non sia facile analizzare in modo scientifico i sentimenti, e che si potrà tutt’al più tentare di coglierne le manifestazioni fisiologiche e, nel caso del sentimento oceanico, soprattutto le rappresentazioni. Con gesto tanto lieve quanto deciso, il tratto e la scrittura di Elena Tognoli nominano anche il disagio delle donne legato all’aspettativa sociale della maternità, le donne sono creature sociali e così la numerazione dei capitoli si manifesta nel numero crescente di uova lasciate su una sedia (sempre diversa per stile ed epoca di appartenenza); e quando la donna acquatica piange, dai suoi occhi di ostrica vengono fuori perle già infilate, come le collane delle signore di quella che un tempo si sarebbe chiamata la buona borghesia. La mancata maternità, in talune circostanze, può essere avvertita ancora come una menomazione, una necessità sociale disattesa che mina un’identità di essere umano: “La donna cercava una data / di scadenza / perché tutte le cose / soprattutto il pesce / e le donne / prima o poi vanno a male”.
Da passaggi come questo, si comprende perché negli ultimi decenni si siano sollevate da più parti le voci dell’eco-femminismo culturale e sociale. Si tratta di un discorso che si compone di visioni estremamente differenziate, spesso contraddittorie tra loro e non prive di forzature metodologiche, ma accomunate da un convergente presupposto, cioè che alla base di oppressioni basate su razza, classe sociale, genere, sessualità, abilità fisiche e specie vi sia la medesima ideologia prevaricatrice che per secoli ha segnato la dominazione dell’essere umano sulla natura; da Carolyn Merchant a Val Plumwood, da Donna Haraway a Carol Gilligan, il dibattito ha evidenziato come, di contro alla visione tradizionale, sia necessario pensare il mondo e la convivenza multispecie secondo nuove “etiche della cura” o “dell’attenzione”, che non competono per destino storico solo alle donne, ma che la specie umana dovrebbe adottare al proprio interno e nella relazione con il non-umano.

La fragilità della donna e della natura è espressa in Mater Baltica anche con i toni della tenerezza. Spiaggiata sul Baltico, la donna “ha odore di paura”, a volte trova un asciugamano sulla riva come un “telo colorato da crisalide” e vi si avvolge “per ricevere una carezza con un po’ di imbarazzo”. Insomma, di fronte a un mare che ha “trasparenza di bottigliette d’acqua” ed è vuoto perché i pesci sono negli acquari e le uova ormai stipate nelle corsie frigo dei supermercati, dinanzi a una natura che si scopre frangibile come le nostre esistenze, tocca chiederci, che tipo di umanità vogliamo diventare.
La protagonista di Mater Baltica è, inoltre, una creatura acquatica poiché la sua storia si compone di desideri e associazioni che attingono a un ricco immaginario onirico, che è quello della creatività e del sogno ad occhi aperti, ovvero quella rêverie tipica della creazione poetica e artistica che si nutre di immaginazione materiale (parola che con “mater” condivide una medesima radice). “L’immagine è una pianta che ha bisogno di terra e di cielo, di sostanza e di forma” – scrive Bachelard in L’eau et le rêves (in italiano: Psicanalisi delle acque) – “fuor di metafora, è necessaria l’unione di un’attività di rêverie e di un’attività ideativa per produrre un’opera poetica. L’arte è un innesto nella natura”.
Se nei disegni le linee sinuose dei rivoli d’acqua imitano traiettorie di radici e strutture di alghe e coralli, ancor più la scrittura evidenzia che l’ambiente naturale che è evocato in questo fantastico corpo di donna non è solo quello marino/fluviale, ma anche quello vegetale e minerale, come quando il corpo della protagonista viene pescato verso il finale e si carica di pietre. Il corpo della donna in Mater Baltica è metamorfico e poroso, un corpo cavo che accoglie al suo interno anche le voci e il ricordo di altre creature, di specie scomparse, dell’interazione fra materia organica e inorganica da cui noi esseri umani, con i nostri corpi caduchi, deriviamo, come ci ricordano tanto la morte quanto il nostro patrimonio genetico.

L’immaginazione poetica e artistica da sempre mescola nature. Mater Baltica richiama alla mente, ad esempio, la variegata tradizione artistico-letteraria delle ondine e delle altre creature acquatiche della storia letteraria europea. Dalle grandi correnti del Romanticismo, che notoriamente sono andate a rimestare nell’immaginario degli spiriti naturali, spuntano misteriose figure che, vicine a corsi d’acqua, pettinano le loro lunghe chiome lucide e seducono pescatori e principi con la loro “naturalità” femminile. La protagonista di Mater Baltica è però una donna d’oggi, per tutta la storia indossa sul capo una cuffietta che nasconde i capelli, un tratto divertente come altri nel libro e anche una marca che sottrae la protagonista a facili stereotipi.
Anche nella Ondina di Friedrich de la Motte Fouqué – la fiaba d’arte del Romanticismo berlinese amatissima tanto da Goethe quanto da E.A. Poe, che vanta una lunga e ininterrotta ricezione nei secoli successivi, da Christian Andersen a Oscar Wilde, da Jean Giraudoux a Ingeborg Bachmann – il mescolamento tra gli spiriti che animano la natura e l’essere umano avviene nel sogno. Dopo la loro prima notte d’amore, Ondina, che è uno spirito acquatico, diventa più “docile” e vicina alle maniere dell’amato umano Uldebrando, mentre quest’ultimo si fa sempre più “inquieto” perché di notte vede spettri che paiono donne ma diventano mostri e draghi, e così l’uomo partecipa oniricamente dei misteri del mondo naturale. Ondina è figlia del re del mare e ha potuto sposare un umano a una sola condizione, che dagli umani non venisse poi rinnegata e tradita: se l’umano la tradirà, Ondina dovrà tornare al mare e lo sposo dovrà morire. Come è facile attendersi, Uldebrando si allontana da Ondina, torna confuso tra le braccia della sua vecchia amata umana, e infine viene ucciso dalla creatura marina con un bacio che lo annega: dopo che tutti gli accessi ai corsi d’acqua sono stati chiusi nel villaggio e nel castello perché non giungano gli spiriti del mare, Ondina riesce comunque a raggiungere Uldebrando; questi è terrorizzato che sotto il velo si palesi il volto orrido dei suoi mostruosi incubi, ma Ondina compare al suo cospetto più bella che mai, un bacio straziante impedisce all’uomo di respirare e con le sue lacrime, che penetrano nel corpo di lui, Ondina lo annega.
Anche Mater Baltica, con una consapevolezza del tutto nuova rispetto all’Ottocento, riprende l’idea della materialità acquatica che accomuna corpo umano e natura. Che ne è infine delle uova?
Vengono consumate in un banchetto, i gusci scricchiolano “su otturazioni e gengive”, non si sa se è una festa o una commemorazione. Ma come può accadere solo nelle opere di poesia, dalle uova vengono fuori sillabe, parole, frasi. La madre baltica guarda commossa la nascita delle parole, restano suoni nell’aria, vi risuonano voci di balene ed elefantesse, sono storie che tornano al mare.
E l’incipit torna ciclico nel finale.
“Gli esseri umani sono le uniche creature letterarie della Terra”. Ma anche la letteratura non ci rende superiori, solo un po’ più consapevoli.
Per saperne di più:
Gaston Bachelard, Psicanalisi delle acque. Purificazione, morte e rinascita, trad. it. di M. Cohen Hemsi e A. C. Peduzzi, Cornaredo: Red!, 2006.
Sigmund Freud, Il disagio della civiltà e altri saggi, trad. it. di M. Tonin Dogana et al., Torino: Bollati Boringhieri, 2012.
Joseph W. Meeker, The Comedy of Survival: Studies in Literary Ecology, foreword by Konrad Lorenz, Los Angeles: Guild of Tutors Press, 1972.
Carolyn Merchant, La morte della natura. Donne, ecologia e rivoluzione scientifica, a cura di P. Savoia, trad. it. di L. Sosio, Milano: Editrice Bibliografica, 2022.