Poe, Sempio e le voci dentro
“Questo è vero, sono un uomo nervoso, spaventosamente nervoso, e lo sono sempre stato; ma perché pretendete che sono pazzo?” Comincia così Il cuore rivelatore di Edgar Allan Poe, pubblicato sul “Broadway Journal” nel 1845. Racconta di un uomo che ha ucciso un altro uomo, più anziano di lui, perché terrorizzato dallo sguardo di ghiaccio del suo occhio azzurro. Ma anche dopo sente il battito del cuore della vittima in testa tanto che, non potendo più separarsi da quel suono ossessivo, confessa ai poliziotti il suo delitto.
I giornali in questi giorni scorsi raccontano qualcosa che si avvicina alla storia dell’autore americano riguardo a un caso giudiziario che da tempo ha catalizzato su di sé l’attenzione dei mass media, quotidiani, televisioni, social: il caso Garlasco. Andrea Sempio è ora sospettato d’essere l’autore del delitto di Chiara Poggi, dopo che, come si sa, è stato condannato da oltre un decennio un altro. Sempio è stato registrato nella sua automobile mentre farfugliava alcune frasi ad alta voce: un soliloquio in cui parlava di Chiara Poggi. Raccontava a sé stesso, passando dalla sua voce maschile a quella femminile di lei: “Lei ha detto…non ci voglio parlare con te”. “Era tipo io gli ho detto “riusciamo a vederci?”… “Lei mi ha messo giù… E ha messo giù il telefono… ah ecco che fai la dura…” (ride) ma io non l’ho mai vista in questo modo, l’interesse non era reciproco, ca…o. Lei dice “non l’ho più trovato” il video.” Eccetera (così è riportato da “La Repubblica” e da “il Corriere della Sera”). Parla da solo e si sdoppia nella voce di lui, cioè di sé stesso, e in quella di lei. Un monologo, che secondo i magistrati equivarrebbe a una confessione della sua colpevolezza, come se fossimo in un racconto poliziesco, o in quel racconto scritto con grande maestria da Poe. Possibile?
Un professore di psicologia alla Durham University, Charles Fernyhough, ha scritto in un suo libro: “I nostri cervelli, così come le nostre menti, sono piene di voci”. Le voci dentro (tr. it. T. Boldrini, Cortina) è dedicato ai vari modi attraverso cui le voci appunto abitano le nostre teste. Fernyhough non prende in considerazione nel suo studio solo quelle manifestamente allucinatorie, ma prima di tutto quelle che appartengono al nostro dialogo interiore, che ci sono d’ausilio e di sostegno in momenti difficili o quando dobbiamo prendere decisioni ardue.
In un libro di qualche anno fa, Allucinazioni (Adelphi), Oliver Sacks, esploratore di zone liminari della nostra mente, ha esaminato un romanzo di Evelyn Waugh, La prova di Gilbert Pinford (1957), in cui il protagonista affronta l’esperienza di voci ossessive concludendo che il suo delirio trae forma “dalle stesse facoltà intellettuali, emozionali e immaginative dell’individuo, nonché dalle convinzioni e dallo stile della cultura in cui un individuo è immerso”. Sacks ha chiamato questo fenomeno “Sentire cose”, ricordando come nel 1911 Eugen Bleuer, psichiatra e direttore del grande ospedale psichiatrico di Burghölzli vicino a Zurigo, avesse descritto quest’universo che assediava i suoi pazienti schizofrenici in Dementia Precox, o il gruppo delle schizofrenie.
Nella letteratura del XIX e XX secolo si trovano numerosi altri esempi di voci che parlano secondo modalità differenti dentro la testa delle persone. Charles Dickens faceva parlare i personaggi delle sue storie in letture pubbliche, manifestando doti da ventriloquo, e in una lettera a un amico confidava che scrivere significava per lui sentire delle voci o, come ha detto un critico letterario suo studioso, “avere in prestito la voce di un altro”. Così accade in L’innominabile di Beckett, mentre Ray Bradbury in un’intervista del 1990 ha dichiarato di svegliarsi alla mattina sentendo voci, e quando queste raggiungevano il giusto volume, era solito precipitarsi fuori dal letto per cercare di intrappolarle prima che andassero via.

Non è questa la prima volta che le voci si presentano alla ribalta nella storia dell’umanità, poiché nelle culture antiche veniva loro riconosciuta una grande importanza. Era infatti in questo modo che gli dèi si manifestavano agli eroi greci. Secoli dopo, il cristianesimo, con il suo movimento di normalizzazione, le ha invece attribuite in modo alterno a demoni e angeli, con le conseguenze che sappiamo: benevole, portavano sugli altari, malevole, o peggio, invece dritti al rogo. Lo studio scientifico delle psicosi e dell’isteria ha quindi introdotto una visione diversa del fenomeno, dando loro un posto prima di tutto nella patologia psichiatrica. Tuttavia, ricorda Fernyhough, e qui sta l’interesse del suo studio, le voci non riguardano solo i cosiddetti “malati di mente”, ma ciascuno di noi; il suo corposo libro si sofferma su questo fenomeno e lo illustra con molteplici esempi. Non è forse vero che Miguel de Unamuno negli anni Trenta del Novecento ha scritto: “Pensare è parlare con sé stessi”. E Lev Vygotskij, il geniale psicologo russo, censurato e messo all’indice durante il periodo staliniano, ha parlato di un “discorso interiore” (Pensiero e linguaggio, Giunti). Noi tutti parliamo a noi stessi, rimproverandoci, incoraggiandoci o sollecitandoci. Non si tratta di voci esterne, bensì di voci interiori, che nessuno pensa di attribuire a entità divine, per quanto, come spiega Fernyhough, esistano persone che sono tormentate da discorsi di tipo persecutorio, o altre cui, come accadeva alle mistiche del passato, capita di sentire Dio che parla a loro, come testimoniano le biografie di diverse sante. Le voci dentro ha il merito di tracciare una topografia delle voci che ci abitano: certo nelle psicosi ci sono fenomeni allucinatori, che assillano anche in modo grave uomini e donne; ma è vero che “una mente isolata è in realtà un coro”, come scrive Fernyhough riprendendo Vygotskij. L’autore sviluppa l’idea di un “pensiero dialogico”, espressione che lo studioso russo non usa mai, e che tuttavia viene da lui.
Negli anni Settanta in un libro geniale, e a tratti sconcertante, Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza (Adelphi), uno psicologo di Princeton, Julian Jaynes, ipotizzò che tutti gli esseri umani sentissero voci, le quale si generano nell’emisfero destro del cervello e sono udite da quello sinistro. Nella antichità, secondo Jaynes, queste voci erano interpretate come d’origine divina; lo psicologo sostiene che circa mille anni prima dell’era cristiana, cioè nel periodo in cui fu composta l’Iliade, il cervello umano era diviso in due (bicamerale significa “di due stanze”). Poi quando nacque, a suo dire, la coscienza moderna, cioè all’epoca della composizione dell’Odissea, in contemporanea con l’invenzione della scrittura, le voci furono interiorizzate e fatte proprie dagli individui stessi. Da quel momento in poi ci abitano. Così, mentre Achille nell’Iliade sente le parole divine, Ulisse nell’Odissea riflette tra sé e sé. Una tesi ardita e complessa, e anche molto discussa, che tuttavia ha il merito, scrive Fernyhough, di collocare il problema delle voci che ci abitano in un differente contesto: prima del 1200 circa a.C. le persone non parlavano tra sé e sé ma vivevano in una ininterrotta allucinazione uditivo-verbale che era attribuita a entità sovrannaturali.
L’opera dello psicologo inglese spazia dunque in vari territori, dalle voci che entrano nelle menti di scrittori, ad esempio Virginia Woolf, alle voci dei vari personaggi romanzeschi che sentono gli stessi lettori, sino alle allucinazioni in senso stretto. Fernyhough ipotizza che il cervello comunichi con sé stesso, sovente a scapito di quella che noi chiamiamo “coscienza”: lassù qualcuno ci parla. Daniel B. Smith, psicoterapeuta, giornalista e scrittore americano, ha scritto che con il fenomeno delle voci il cervello solleva la testa in superficie come il mostro di Loch Ness. In questo modo, e per un breve istante, si può davvero “vedere” o meglio “sentire” il proprio cervello. A leggere Le voci dentro, libro che è una via di mezzo tra un testo scientifico e un racconto, si è affascinati e sconcertati, e a tratti persino angosciati. Il libro, pur con i suoi meriti, non raggiunge la piacevole affabulazione narrativa di Oliver Sacks, qualità che l’ha reso, nonostante le critiche ricevute post-mortem, un autore di grande successo. Il merito di Fernyhough è piuttosto di costringere i lettori a farsi continue domande su sé stessi, sul proprio pensiero, sul dialogo interiore tra sé e sé, così che, quando finalmente viene raccontata l’esistenza del Hearing Voices Movement, si finisce per tranquillizzarsi un poco. Si tratta di un’organizzazione che associa coloro che sentono voci. Grazie all’intervento di psichiatri illuminati il fenomeno allucinatorio delle voci in pazienti psichiatrici si è orientato verso l’interpretazioni della guerra psichica che questi uomini e donne vivono dentro di sé. Le voci spesso sono strategie di sopravvivenza rispetto a esperienze traumatiche, sovente d’origine sessuale, scrive Fernyhough, così che si può anche ritenere che sentire voci sia un aspetto abbastanza comune dell’esperienza umana, e seppure di natura angosciosa, non è di per sé sintomo di una malattia. Per chi le ode, non è cosa da poco.
Ora il dialogo interiore di Andrea Sempio ha aperto, per così dire, una finestra sulle voci dentro. Da quello che si è potuto leggere sui giornali di carta e online, le registrazioni cosiddette “ambientali” costituirebbero una prova, un’autoconfessione, come capita al protagonista del racconto Il cuore rivelatore di Poe. Saranno portate in tribunale? Già sono discusse da specialisti della psiche e da giuristi, ma di certo fanno scoprire a un pubblico più vasto che noi tutti parliamo con noi stessi, in modo silente o ad alta voce, e che queste attività possono guidare processi mentali differenti, alcuni dei quali, a detta di Fernyhough, persino creativi. Possiamo dare il benvenuto agli “uditori di voci” o invece si tratta di nuovo di una immersione nel paranormale, come è stato per molti secoli? Il tramonto della mente bicamerale avrebbe portato alla nascita della nostra coscienza facendoci perdere il contatto con il mondo del divino? Difficile dirlo. Dal canto suo Vladimir Nabokov, citato in esergo a Le voci dentro, ha scritto: “Non si pensa con parole ma con ombre di parole”.
Questo articolo amplia e attualizza un testo pubblicato nel 2018 su La Repubblica.