Muybridge secondo Rebecca Solnit
Appena si nomina Eadweard Muybridge credo che, a chiunque conosca un poco la storia della fotografia, venga subito in mente la sua celebre serie di immagini con un cavallo al trotto. Con quelle fotografie del 1872 e soprattutto del 1877, egli aveva di colpo messo in discussione secoli di dipinti in cui i cavalli venivano rappresentati con le quattro zampe sollevate da terra, come quando saltano un ostacolo, o come i cavallini a dondolo delle giostre. Ed ecco che, per la disperazione di tutti i pittori, con le sue foto scattate secondo dopo secondo, Muybridge dimostrava in modo inoppugnabile che no, quello slancio in aria del cavallo, i pittori se l’erano solo immaginato. Tale fu – e tale rimane tuttora – la fama di quella serie di fotografie da oscurare tutti i lavori che Muybridge aveva realizzato prima e dopo la sua sequenza “equestre”. Tant’è che io stessa rimasi stupita, anni fa, quando mi capitò fra le mani un libro in cui compariva un suo panorama a 360 gradi di San Francisco, ripreso dall’alto di un edificio, con una serie di fotografie della città, accostate con precisione l’una all’altra. Ma che strano, pensai, quel Muybridge aveva dunque scattato anche fotografie diverse da quelle di cavalli, uccelli e persone in movimento, per cui era diventato famoso? Ma ora, finalmente, Rebecca Solnit dissolve le nebbie imprecise che avevano avvolto la figura di quest’autore straordinario. E lo fa con un libro altrettanto straordinario: Un fiume di ombre. Eadweard Muybridge, un fotografo nel selvaggio, tecnologico West (Johan & Levi,2025, pp. 351, € 40). Questa saggista e critica d’arte californiana, è infatti riuscita nell’impresa (nient’affatto facile) di scrivere un libro documentato e avvincente, capace di intrecciare il percorso fotografico di questo autore con la storia del «selvaggio, tecnologico West», spingendosi da Muybridge fino alla Silicon Valley (sembrerà strano eppure c’entra eccome). Questo testo, come scrive l’autrice, «racconta di un uomo che (…) nella sua traiettoria ha attraversato tutte le questioni centrali della sua epoca – il rapporto con il mondo naturale e l’industrializzazione del mondo umano, le guerre indiane, le nuove tecnologie e il loro impatto sulla percezione e sulla coscienza. È l’uomo che ha spaccato il secondo, un’impresa sensazionale e della portata immensa quanto la scissione dell’atomo». Muybridge ci viene quindi presentato come una figura altamente significativa per capire gli incredibili cambiamenti del periodo storico in cui visse, quel passaggio epocale tra il vecchio mondo e il nostro.
Chi era costui? Era nato non lontano da Londra, nel 1830, e il suo vero nome era Edward James Muggeridge. Ma non gli piaceva. Prima cambiò il suo nome in Eadweard, ispirato da quello di un re sassone (cosa che già la dice lunga sull’alto senso di sé che lo guidò per tutta la vita). Poi, per ben due volte, giunto in America a vent’anni in cerca di fortuna, modificò il cognome passando da Muygridge al più “orecchiabile” Muybridge , sfruttando la massima libertà (compresa quella di nascondere il proprio passato) di una già effervescente San Francisco, epicentro di tutto il West e perfetta nell’offrire le migliori opportunità a chi sapeva imporsi con decisione. Lì, da semplice libraio, divenne ben presto fotografo: aveva capito che quel mestiere, se gestito bene, avrebbe reso senz’altro di più e si confaceva meglio alla sua irrequietezza. In quegli anni – siamo attorno al 1867 – erano molto richieste le fotografie paesaggistiche che mostravano le meraviglie del selvaggio West, tra cui spiccava per la sua maestosità la Yosemite Valley. Ovvio quindi che il Nostro partì per quella meta attrezzato di tutto punto, cioè con un gravoso carretto che fungeva anche da camera oscura, mentre la fiancata esibiva la scritta: “Helios’s Flying Studio”. Acuto e intraprendente aveva già capito che, per farsi notare, era meglio “firmare” le proprie opere con un marchio immediato ed evocativo. Meno immediato era invece il procedimento fotografico che doveva usare: una macchina fotografica ingombrante da montare su un cavalletto, niente comode pellicole (le inventeranno ben più tardi) ma negativi su vetro da stampare a contatto, meglio quindi se grandi (venivano addirittura chiamate “lastre mammut”). Lastre che, per di più, dovevano essere sviluppate sul momento, secondo procedimenti chimici tutt’altro che semplici. A complicare il tutto, le immagini realizzate dovevano funzionare sia per essere stampate sui giornali (e uno dei suoi scatti di Yosemite ebbe l’onore di essere nominato “foto del mese” dalla prestigiosa rivista Philadelphia Photografer), ma anche per suscitare meraviglia in chi le guardava con il visore dello stereoscopio, che all’epoca andava molto di moda. Questo visore infatti permetteva di trasformare la fotografia in una sorta di divertente teatrino di carta, giocato sul contrasto tra primi piani, piani intermedi e sfondo. Con lo stereoscopio una bella veduta panoramica sarebbe apparsa solo “piatta”, occorreva aggiungervi alberi e rocce digradanti verso l’orizzonte, e occorreva soprattutto disporli su piani diversi così da creare quell’effetto tridimensionale che era il pregio delle visioni offerte da quell’accattivante strumento. Sempre capace di cogliere i desideri dei possibili acquirenti, Muybridge, in ogni sua immagine, offre suggestivi e drammatici primi piani con cascate, rocce o grovigli di rami, al di là dei quali s’innalzano, sullo sfondo, le cime grandiose dei monti. Non solo: fotografa luoghi inediti con inquadrature innovative e per di più – tecnica ancora poco nota negli USA – sovrappone ai suoi scatti quelli di cieli nuvolosi e drammatici. Mentre nelle immagini dei suoi concorrenti i cieli apparivano sempre pallidi e monotoni, in quelle di Muybridge spiccavano infatti imponenti nuvoloni che le rendevano più artistiche e accattivanti. Com’era possibile? Perché, grazie al suo archivio, poteva aggiungerci a piacimento i nembi e i cumuli che aveva in precedenza fotografato: un vero e proprio “trucco”, basato su un fotomontaggio. Non contento, s’inventa pure il congegno Sky shade, che consentiva due esposizioni simultanee: una più rapida – e quindi giusta per riprendere il cielo con nubi – e una più prolungata per il paesaggio. È questa la sua prima invenzione per fissare in fotografia ciò che nella realtà rimane fugace e instabile: una “trovata” cui ne seguiranno molte altre, fino ad arrivare alle mitiche immagini del cavallo al trotto, capaci di “afferrare la velocità del tempo”, e di rendere finalmente visibile ciò che l’occhio umano non era mai riuscito a distinguere prima di allora nel susseguirsi rapidissimo degli istanti.
Ma in quegli anni era il tempo stesso che pareva essersi messo a correre più che mai veloce. Il 10 maggio 1869 s’inaugura infatti la prima ferrovia transcontinentale americana che collegava la costa atlantica con la California e riduceva a pochi giorni un tragitto periglioso che durava mesi. Fu un successo, ma anche un disastro per i nativi americani delle grandi Pianure: i Lakota, i Cheyenne e gli Arapaho furono ben presto massacrati e obbligati a lasciare le loro terre per venire rinchiusi in desolanti riserve. Non era solo “colpa” dei treni, ovviamente. In quegli anni la Rivoluzione industriale avanzava infatti a grandi passi travolgendo le popolazioni native, il paesaggio e la fauna selvatica (vennero uccisi anche un milione di bisonti all’anno, pure le balene rischiarono l’estinzione…). A tale travolgente furia innovatrice e distruttrice non poteva certo sottrarsi il nostro Muybridge. Sembra infatti che proprio lui sia stato il primo fotografo embedded ingaggiato dall’esercito americano per documentare la guerra e la sconfitta dei nativi Modoc (1873), asserragliati e nascosti nelle grotte sotterranee e nelle fenditure vulcaniche di Lava Beds. Guerra che fu seguita dalla stampa internazionale anche grazie, secondo il nostro immodesto autore, alle sue fotografie. Fotografie, a dire il vero, che non si discostano molto da quelle fatte dai fotografi della guerra di Secessione americana (1853-1856): nessuna battaglia o tragedia in atto, ma soprattutto accampamenti militari, cupi luoghi di uno scontro cruento già avvenuto e qualche combattente messo in posa mentre finge di sparare: la tecnica di allora non permetteva ancora di “fermare” le convulse fasi di una battaglia. E nemmeno il vulcanico Muybridge riuscì, nella campagna contro i Modoc, a distinguersi per una particolare originalità.
A colpirci, in questo caso, è l’ampio e significativo racconto di Rebecca Solnit, che “approfitta” della tragedia della Modoc War per sottolineare la distruzione di un popolo e più in generale dei nativi americani: i Modoc, braccati e sconfitti, diventano infatti, nel suo testo, il simbolo di una cultura antica, legata a luoghi e a tempi sacri, che invano si contrappone all’avanzata di un mondo basato su valori antitetici. Un mondo nuovo e dirompente, dove tutto deve invece essere usato a scopo di lucro (compresi i cowboy e gli stessi indiani da mostrare nei circhi), mentre i profitti si concentrano nelle mani di pochi. E tra questi pochi, c’era Leland Stanford, uno dei quattro possessori della Central Pacific Railroad, azienda che ebbe un ruolo determinante nella costruzione della ferrovia transcontinentale. E proprio costui sarà una figura decisiva nella vita professionale di Muybridge. Appassionato di cavalli, Leland arriverà a possedere quasi ottocento cavalli da corsa, fra i quali spiccava Occident, il suo cavallo preferito: un puledro velocissimo che voleva rendere ancora più efficiente. Ma, per allenarlo al meglio, occorreva studiare la sua andatura equestre. Una sconfitta del suo prediletto sarebbe stata anche una sconfitta per il padrone, cosa inammissibile. Ci voleva quindi un fotografo capace di fotografare Occident in movimento, ma chi? Gli raccomandarono Muybridge, e così, nel 1872, iniziò il loro proficuo sodalizio. Erano anni in cui tutti i più importanti fotografi agognavano a riuscire a creare fotografie istantanee, in sintonia con la frenesia di un’epoca protesa ad andare sempre più veloce. Impresa che, con i lenti procedimenti su lastre umide, si poteva solo sognare. E, in effetti, tanto per capire lo spirito del tempo, davvero sognò di notte di «ottenere un’immagine in un decimo di secondo per poter rappresentare scene d’azione», l’astronomo, chimico e fotografo britannico John Herschel (inventore, fra l’altro, del termine “fotografia”) nel 1869. Il suo era solo un sogno, ma significativo dell’ossessione di un’epoca che doveva “bruciare” i tempi. Come trasformare dunque un desiderio in realtà? Ci voleva ancora qualche anno per ottenere immagini davvero nitide del movimento e Muybridge fu il primo, nel 1872, ad andarci vicino: ma i suoi primi risultati si dimostrarono ancora imprecisi e poco nitidi. Occorreva lavorare ancora...
Nel frattempo Muybridge (che pare fosse oltremodo irascibile per un grave colpo in testa, a causa di una vecchia caduta da una diligenza) nel 1874 compie un gesto clamoroso: scopre che sua moglie lo tradisce e ammazza il rivale con un colpo di pistola. Poteva essere impiccato, invece viene incredibilmente assolto: la fortuna pare sempre dalla sua parte. Ma già nel 1877 il nostro autore riesce, quasi in contemporanea, ad annunciare al mondo la sua grande impresa nel campo della fotografia istantanea: riprendere “Occident a tutta velocità” e a imporsi per il primo grande panorama di San Francisco: un perfetto collage di foto accostate le une alle altre; una sequenza ininterrotta, lunga addirittura cinque metri, che riprende la città dall’alto, per mostrarla appiattita come la pelle di un animale (il capitolo che Solnit dedica a questo lavoro s’intitola non a caso “Scuoiare la città”). Per riuscire nell’impresa – simile a un panopticon perfetto – sfrutta la torretta della casa di uno dei potenti della Central Pacific (si sa che i “super-ricchi”, come se non gli bastasse mai il prestigio raggiunto, devono pure dominare dall’alto i luoghi in cui vivono). Muybridge «condensa un’intera rotazione dell’occhio lungo l’orizzonte (un’azione che deve necessariamente svolgersi nel tempo) in una simultaneità che è al contempo del tutto plausibile e assolutamente impossibile» – scrive l’autrice, citando le parole del regista Holis Frampton. Non a caso, nel libro che avevo avuto l’opportunità di sfogliare anni fa, tale panorama di Muybridge veniva contrapposto alle fotografie di Eugène Atget: se il primo uniforma il tempo e vede la città in modo distante, asettico, “scientifico” (il tutto mentre la città era scossa dal primo Grande Sciopero della storia degli Stati Uniti, da conflitti razziali e scontri, di cui ovviamente non c’è traccia nella sua opera algida e impassibile), il secondo, Atget, racconta invece una Parigi in cambiamento, fatta di vie, abitanti, vetrine, periferie, interni, che egli fotografa girando la città strada per strada, angolo dopo angolo.
In quello stesso anno fatidico, il 1877, Muybridge riesce comunque anche a compiere l’impresa che lo consegnerà alla storia. Nelle scuderie di Stanford crea una pista da corsa appositamente imbiancata con una serie di numeri in progressione dipinti al limite dell’inquadratura, secondo una griglia ordinata. Lungo tale percorso obbligato, piazza una dopo l’altra, prima dodici poi ben ventiquattro fotocamere che si attivano grazie a un filo spezzato dallo stesso cavallo Occident, mentre sta correndo. Ed ecco che si realizza la grande impresa: il movimento del cavallo in corsa viene fissato, istante dopo istante, con immagini nitide, in perfetta e indiscutibile sequenza! Perfetto, sì, ma non basta, Muybridge non si ferma. Scopre la possibilità, assolutamente innovativa per l’epoca, di usare inneschi elettrici per ridurre quasi a zero l’intervallo di tempo tra il contatto con il filo e lo scatto dell’otturatore. Così, già dal 1878, può con sicurezza fotografare e “fissare nel tempo” persone che camminano o ballano, uccelli, animali, insomma ogni vivente che si muove. Soggetti – soprattutto donne e uomini nudi in movimento – che egli poi continuerà a fotografare per il resto della vita, anche perché tali immagini venivano molto richieste dagli artisti che così potevano risparmiarsi la spesa di pagare modelli in carne e ossa da mettere in posa. «Proprio questa nuova valutazione della percezione, quest’occultamento del qualitativo nella sensazione attraverso la sua omogeneizzazione aritmetica, rappresenta un elemento cruciale della modernizzazione» – scrive il critico d’arte Jonathan Crary (in Visione e modernità nel XIX secolo). Detto in altri termini proprio la modernità (di cui Muybridge era un perfetto rappresentante) esigeva in quegli anni di indagare in modo il più possibile scientifico (almeno in apparenza) movimenti di uomini e animali, scomponendoli in una serie di sequenze, che prima di allora non si erano mai potute vedere, seguendo una logica che Foucault avrebbe definito di «appropriazione strategica della soggettività». In altri termini, una visione che riduce i soggetti a semplici esseri meccanici in movimento. Non a caso, Solnit commenta che tale buon esito dell’esperimento con Occident sottraeva «ulteriormente l’essenza del cavallo ai misteri della natura per avvicinarla alla più gestibile meccanica dell’industrialismo». E, sempre non a caso, tali studi sul movimento umano verranno poi utilizzati per velocizzare le attività industriali, come dimostrerà la celebre catena di montaggio introdotta da Henry Ford nel 1913, nella sua fabbrica di Detroit.
Ormai Muybridge è una celebrità: non solo gira tra una conferenza e l’altra, ma influenza anche gli studi sul movimento del fotografo francese Étienne-Jules Marey; incanta artisti come Edgard Degas ed altri ancora che utilizzeranno le sue fotografie come punto di partenza per le loro opere. Quindi niente più quadri con cavalli “in volo”, come amava mostrare l’antiquata pittura del passato! «Giorno per giorno si fa valere sempre di più incontestabilmente il bisogno di impadronirsi dell’oggetto da una distanza minima» – scrive Walter Benjamin, tralasciando però che, oltre a “impadronirsi dell’oggetto”, la fotografia mirava anche a impadronirsi del tempo. Un “dominio” che però, per Muybridge, doveva anche essere scenografico, utile per attrarre il pubblico, così come era già accaduto con le cosiddette Fantasmagorie, spettacoli di lanterna magica in cui le immagini su vetro venivano proiettate, come per “magia”, su uno schermo. Ma un conto è fissare il movimento, un altro è “metterlo in moto”, creando visioni animate simili a quelle di un film. Ed ecco il nostro autore cimentarsi pure in questa nuova impresa. Perfeziona lo zootropio (inventato nel 1834), noto come “la ruota della vita”, grazie al quale, guardando attraverso una fessura, si aveva l’illusione di vedere figure in movimento. Ma a Muybridge interessava creare spettacoli per un vasto pubblico e non certo inserire le sue immagini in un apparecchietto a uso personale: così nel 1880 inventa lo “zoopraxiscopio”, una vera e propria proiezione di immagini che, grazie alla velocità del passaggio tra una foto e l’altra, simula l’animazione. Altro successo. «Per far credere allo spettatore di avere davanti agli occhi dei destrieri in carne e ossa mancavano solo il rumore degli zoccoli sull’erba e qualche sbuffo di vapore nelle narici» – scrive un entusiasta giornalista. Dopo aver trasformato la fotografia in uno strumento che rivela l’universo segreto del movimento, di fatto Muybridge si spinge fino ad anticipare il cinema. Se Marey era davvero scientificamente interessato a decostruire e studiare il movimento, Muybridge voleva ricostruirlo come una rappresentazione narrativa, mostrarlo in modo scenografico, sotto forma di affascinante spettacolo. Cosa che egli fece per il resto della sua vita, prima in America e poi in Inghilterra, dove trascorse gli ultimi dieci anni di vita e dove morì a settantaquattro anni, a Kingston-upon-Thames, suo paese natio, nel 1904.
Ma perché Rebecca Solnit vuole concludere il suo libro con la Silicon Valley? Cosa c’entra mai la futuribile California del nostro tempo con la storia del nostro inventore-fotografo? Negli ultimi capitoli lei s’impegna a verificare che cosa sia rimasto oggi dell’epoca frenetica in cui Stanford e Muybridge si allearono per compiere quella che fu considerata l’impresa del secolo. Che tracce, o rovine, sono rimaste di quella loro mentalità protesa al futuro? Ebbene, se l’opera di Muybridge ha ispirato artisti come Sol LeWitt e il compositore Philip Glass, per contro Stanford, per commemorare il figlio morto precocemente, fondò nel 1885 la Stanford University. Celebre Università dalla quale usciranno i fondatori di Google, Tesla, Yahoo e Netflix. La pista imbiancata dove Muybrige fece correre Occident si è, per così dire, trasformata nel tunnel, anch’esso dipinto di bianco, del Centro d’Accelerazione Lineare di Stanford, dove si studiano i movimenti di elettroni e positroni per indagare la struttura della materia. In sintesi, lo “spirito” di Leland Stanford, che voleva estendere la tecnologia a sempre nuovi ambiti, continua a “vivere” grazie alla sua Università situata nel cuore della Silicon Valley. La corsa all’oro e l’avanzata della ferrovia, si è ora tramutata nell’esplosione del multimediale e dell’ingegneria genetica: uno sviluppo straordinario che sicuramente avrebbe eccitato pure il suo sodale Muybridge.