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Adorno e il nuovo radicalismo di destra

La ragione principale per cui Aspetti del nuovo radicalismo di destra vale la pena di essere letto non sta nella supposta preveggenza di Theodor Wiesengrund Adorno o in chissà quale ‘attualità’ spicciola del suo pensiero politico. La sua forza sta nel visualizzare un elemento che percorre il senso della politica e con cui la Germania, ma certo non solo essa, ha dovuto fare i conti prima, durante e anche dopo la Seconda Guerra Mondiale: Adorno lo chiama il demonico. Non lo dice espressamente, ma usando questo concetto come decisivo della sua diagnosi sui risorgenti movimenti di destra in Germania mobilita una categoria goethiana. Si tratta del dubbio che dietro alle costruzioni razionali, per esempio il problem solving razional-strumentale che si adopera nella politica o in economia e certamente anche nelle arti, o che si suppone governi l’ordine della natura si nasconda un sostrato irrazionale fatto di paure ancestrali, di visioni paranoiche, di pulsioni violente e di emotività fuori controllo.

 

L’analisi delle cause profonde dei comportamenti politici irrazionali, che caratterizzarono i movimenti della nuova destra tedesca all’altezza degli anni Sessanta del secolo scorso, fa di questo libro, grazie alla sua radicalità, uno strumento quanto mai utile per capire alcune dinamiche politiche che si sono mantenute invariate nel corso del tempo 

 

È bene però precisare che si tratta della trascrizione di una conferenza che Adorno tenne a Vienna nel 1967 su invito della Verband Sozialistischer Studenten Österreichs [Unione degli studenti socialisti dell’Austria] nella locale Università. Di essa era stata conservata una registrazione: il testo che leggiamo non uscì quindi dalla penna ma dalla voce di Adorno. Questa differenza, dizione orale anziché formulazione scritta, era particolarmente importante per il filosofo francofortese che vedeva le trascrizioni con sospetto. Le sottigliezze dei suoi ragionamenti e la struttura intimamente dialettica che li governa qui si cercano invano. Prevale una dizione affermativa e insolitamente semplificatoria che sarà gradita a molti lettori anche se deluderà gli adorniani di stretta osservanza. Cionondimeno, come osserva Volker Weiss nella sua postfazione, “È possibile leggere il discorso tenuto a Vienna come la prosecuzione della conferenza del 1959 Che cosa significa elaborazione del passato.” 

 

Ci sarebbe dunque una continuità ideale tra la Aufarbeitung der Vergangenheit, ossia tra l’affermazione della necessità di una consapevolezza etica del proprio passato, della cognizione del narcisismo collettivo come la psicopatologia di cui soffrì un’intera nazione e l’esplorazione delle ragioni del riemergere in tutta la sua potenziale distruttività dello stesso impasto emozionale da cui prese avvio il nazionalsocialismo.

 

La diagnosi di Adorno inizia con il riferimento a un dato economico e alle sue conseguenze politiche: la tendenza del grande capitale alla concentrazione che determina quasi sempre una condizione di precarietà dei ceti medi, il loro declassamento e il risentimento che da esso trae origine. Non manca un accenno alla disoccupazione indotta dai progressi tecnologici. Ma l’osservazione che coglie maggiormente nel segno e che supera le contingenze e specificità storiche per rivelarsi ancora oggi di fondamentale importanza è quella che riguarda i mezzi della propaganda. Adorno osserva che:

 

“Ciò che caratterizza questi movimenti è, viceversa, una straordinaria perfezione dei mezzi, innanzitutto quelli propagandistici in senso lato (…). Dovendo sintetizzare all’estremo, credo che proprio questa costellazione di mezzi razionali e scopi irrazionali corrisponda, in un certo senso, a quella tendenza complessiva della civiltà che deriva da questo genere di perfezione della tecnica e del mezzo, mentre di fatto scompaiono gli scopi della società nel suo complesso. (…). Se i mezzi sostituiscono sempre più i fini, sembra possibile dire che in questi movimenti radicali di destra la propaganda costituisce la sostanza della politica. E non è un caso che i cosiddetti leader del nazionalsocialismo, gli Hitler e i Goebbels, fossero soprattutto propagandisti, che le loro fantasie abbiano agito nella propaganda e che siano stati particolarmente produttivi proprio in questo ambito”. 

 

 

In definitiva per Adorno l’attualità del radicalismo di destra dipende dalle risorse investite nella comunicazione ma anche e soprattutto nella sollecitazione di quelle molle emotive regressive che scattano in presenza di un discorso la cui sola finalità è la fidelizzazione del pubblico a quel tipo di discorso. Solo così è possibile trasformare i mezzi in messaggi e dare sfogo alla distruttività che alberga potenzialmente in ognuno di noi, come appunto il lato demonico, refrattario alla razionalità discorsiva e alle evidenze documentali e scientifiche.

 

Non a caso, afferma Adorno, il nazionalismo, nonostante le guerre e le distruzioni di cui la Germania porta, più delle altre nazioni europee, i segni indelebili, risorge di continuo sotto le costellazioni geopolitiche più differenti:

 

“La singola nazione è straordinariamente limitata nella sua libertà di movimento dall’integrazione nei grandi blocchi di potere. Ma non bisogna trarne la conseguenza affrettata che il nazionalismo, in quanto superato, non giochi più un ruolo chiave; viceversa, accade spesso che alcune convinzioni o ideologie assumano un aspetto demoniaco o autenticamente distruttivo proprio quando non risultano più sostanziali in base alla situazione oggettiva. I processi alle streghe non sono avvenuti nei tempi in cui era in auge il tomismo, ma durante la Controriforma, e qualcosa di analogo potrebbe accadere con il nazionalismo «patico», se così si può chiamare.” 

 

Adorno invita a riflettere – ed è questa probabilmente l’essenza del suo discorso viennese del 1967 – sull’attualità per così dire atemporale delle tentazioni verso l’irrazionale, che si presentano quasi sempre come negazione dell’evidenza. L’evidenza infatti così come i procedimenti della scienza o l’argomentazione razionale agiscono nel regime della visibilità e della prova, nella dimensione delle verità reversibili e interrogabili. L’inclinazione al pathos invece, tipica dei movimenti di destra – ma forse non solo di essi –, contrappone alla dimensione visibile la dimensione oscura, tellurica del sospetto e del complotto, affermando ‘verità’ che non si sottopongono al vaglio razionale della prova ma si presentano come inappellabili. Aderire ad esse significa salvare il mondo dal male assoluto.

Le dinamiche descritte da Adorno a proposito del “nazionalismo patico” governano i vecchi e nuovi razzismi e le xenofobie. La loro ‘attualità’ non è data dai ‘ricorsi’ della storia, che probabilmente non esistono, ma da una vulnerabilità della natura umana che fa pensare a quella affermazione di Kafka secondo cui gli uomini sarebbero “pensieri nichilistici, pensieri di suicidio, che affiorano nella mente di Dio”.

 

Questa inclinazione al “patico”, come lo chiama Adorno, è anche la ragione per cui i gruppi politici che se ne servono sopravvivono al crollo dei sistemi e alle catastrofi. Se dunque tale inclinazione non è vincolata alla storia ma è radicata nella natura umana con quali strumenti affrontarla? Una delle chiavi che Adorno propone, sia pure con cautela, è quella psicoanalitica. E qui affiorano le acquisizioni emerse dal grande lavoro di ricerca empirica sulla personalità autoritaria condotto negli Stati Uniti da una équipe coordinata da Adorno stesso durante gli ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale. 

 

Allo sguardo psicoanalitico si affianca poi una prospettiva sociologica: il nichilismo, la distruzione sono figlie della disperazione sociale di chi non vede alternative al suo degrado: “A chi non vede nulla davanti a sé e a chi non vuole la trasformazione delle basi sociali non resta nient’altro se non ciò che afferma il Wotan di Richard Wagner – «Sai che cosa vuole Wotan? La fine»”.  

 

I movimenti radicali di destra hanno quindi le loro radici non solo nell’ossessione paranoica del complotto e del nemico ma anche nella disperazione delle classi sociali più colpite dai cambiamenti. Di qui la crescita esponenziale del loro potere distruttivo: “fino a diventare «sistemi della follia» [Wahnsysteme]. (…) E non può sussistere alcun dubbio che i cosiddetti sistemi di massa di stampo fascista abbiano una profonda relazione strutturale con i sistemi della follia”.

 

Tra le fantasie negative del tramonto del mondo e le paure paranoiche del nemico nascosto emerge in questa conferenza viennese  una filigrana che attraversa la cultura tedesca tra Otto e Novecento, da Nietzsche a Spengler, tra morfologia e storia, in una tensione irrisolta che oppone alle metafore dell’organismo, dell’appartenenza e della cultura intesa come radicamento in un sostrato mitico quelle del pensiero raziocinante basato sulla dialettica politica e sui tentativi di dare sostanza all’impianto formale dei sistemi democratici. I fascisti nuovi e vecchi in fondo, conclude Adorno, altro non sono che “le piaghe di una democrazia imperfetta”.

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