Choukhadarian. La linea spezzata

La prima volta che ho incontrato Giovanni di persona per me era ancora Silvio: così si faceva chiamare e chissà perché, non me lo ha mai spiegato, su it.cultura.libri, il newsgroup dove ci eravamo conosciuti e che tutti noi, ossessionati dai libri e utenti internet della prima ora, utilizzavamo negli anni novanta per scambiarci idee su lettura e scrittura, quando blog e social network erano ancora di là da venire. In quel newsgroup la più parte dei partecipanti litigava, si insultava, ‘Silvio’ invece commentava con impeccabile eleganza. Erano anche i tempi in cui ancora non esistevano Google e Wikipedia ma ‘Silvio’ spaccava il capello in quattro, leggeva tutto, aveva letto tutto. Detestava le cadute di stile tanto nei libri quanto nei commenti su quei libri, detestava il conformismo, la volgarità. Poteva intraprendere scontri che diventavano thread infiniti, ma non smetteva in nessun caso i suoi modi da signore. 

 

Quella prima volta che l’ho incontrato di persona, quando da Silvio è diventato Giovanni, è stata, e dove altrimenti, a un Salone del Libro di Torino. Era un maggio caldo, Giovanni aveva uno dei suoi vestiti chiari e leggeri, una camicia bianca, i mocassini, la pochette color lillà rigogliosa nel taschino della giacca. Spiccava da lontano per distinzione in quel serraglio di addetti ai lavori e lettori tutti egualmente affaticati, sudati, nevrotici. Anche in carne, ossa, lino e seta, era il gentiluomo che mi aspettavo da quel che scriveva: elegante, però anche fuori dal comune, né rettilineo né curvilineo nelle idee, nel portamento, nei movimenti, piuttosto frastagliato, spigoloso, come seguisse un’imprevedibile spezzata. Avrei saputo anni dopo che quella vaga irregolarità del portamento, quel percorso impercettibilmente spezzato dei movimenti, non era un vezzo, ma la conseguenza di un primo episodio ischemico. 

 

Opera di Anne Magill
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Davvero non ha avuto fortuna, Giovanni, quanto a salute. Se a Torino è stata la prima, a Sanremo, in gennaio, è stata l’ultima volta che l’ho visto, e aveva solo cinquant’anni. Se n’è andato per un tumore che lo tormentava da un paio d’anni, non ne aveva parlato se non a pochissimi, io non ne sapevo nulla, ho capito che c’era qualcosa che non andava dal suo profilo Facebook: c’erano le sue foto dall’ospedale di Sanremo prima, dall’Hospice dopo, sempre da un letto, sempre ricoverato, evidentemente non era una cosa passeggera. Non rispondeva ai messaggi che gli inviavo mentre cresceva la mia preoccupazione, ma ho capito che era in fin di vita solo quando mi sono deciso a scrivere a Silvana Sicari, la sua compagna da tanti anni, che mi ha detto tutto. Sconvolto, sono corso a Sanremo a trovarlo. Silvana l’aveva avvisato, mi aspettava. Ad aspettarmi c’era anche un suo pensiero, una bottiglia, un elegantissimo Rossese Dolceacqua, Giovanni così signore da non dimenticare i buoni vini, le buone maniere, le gentilezze per gli amici, nemmeno a un passo dall’addio. Abbiamo chiacchierato un po’ di cose lievi, non c’è stato nessun accenno alla malattia, poi mi ha preso da parte come se si dovesse finalmente parlare delle cose davvero importanti e mi ha detto “adesso mi devi dire che cosa hai letto di bellissimo negli ultimi mesi”.

 

Il cognome Choukhadarian viene dal padre armeno, rifugiato a Gerusalemme ed emigrato in Liguria, a Taggia, negli anni sessanta, dove si sposò e Ohannès, Giovanni, nacque nel ’67. Ci fu prima il liceo classico, poi giurisprudenza in Cattolica a Milano, poi gli anni in cui fu venditore per la Utet che si sovrappongono agli anni di it.cultura.libri e dopo ancora, prima dell’Hospice di Sanremo, c’è stato il mondo di Giovanni. Scrivere di libri, occuparsi di libri – ma anche scrivere e occuparsi di musica, l’altra sua grande passione – era stata un’evoluzione naturale dopo i newsgroup. In rete pubblicava e commentava nei siti dove la discussione era più seria e per così dire tecnica, mi ricordo per certo di Vibrisse (il sito/blog di Giulio Mozzi), di Lipperatura (quello di Loredana Lipperini), di Nazione Indiana (nato per mano di Scarpa, Moresco, Voltolini, proseguito poi con altre teste e altre mani), in tempi più recenti naturalmente Doppiozero. Sulla carta stampata avrebbe scritto per testate locali come La Riviera e l’Eco della Riviera, e per le pagine culturali dei quotidiani La Repubblica, Il Giornale, Il Foglio, prevalentemente firmando recensioni di narrativa.

 

Era ospite fisso della sala stampa del Festival di Sanremo e del premio Tenco, viaggiava per festival musicali e letterari, è stato tra i giurati-lettori del Campiello insieme a Silvana e presentava, ecco, soprattutto presentava i libri degli amici e ogni volta era uno spettacolo. Elegante, con la camicia d’estate e il dolcevita nei mesi più freschi, poi giacca e immancabilmente pochette, lungo le sue spezzate di movimento e di pensiero prendeva in contropiede spettatori e autore. Era impossibile opporsi, contrastarlo, cercare di guadagnare il centro dell’attenzione, il centro era lui ed era giusto così, ne sapeva più di te persino del tuo libro. Riconosciuto questo allora era bello lasciarsi trasportare, lasciarlo fare, perché in quelle occasioni ‘istrione’ e ‘mattatore’ erano le parole che meglio lo descrivevano. 

 

Di presentazioni di miei libri ne avrò fatte un centinaio, ma me ne ricordo solo quattro o cinque, tre sono quelle che ho fatto con lui. La più memorabile? Quella in una Diano Marina invernale, deserta, ‘se spari dieci colpi di fucile ad alzo zero non prendi nessuno’, così ne parlavano quel giorno gli amici liguri. Era domenica, Giovanni aveva inventato un ‘pranzo con l’autore’ che aveva raccolto una manciata di adesioni, eravamo in uno dei pochissimi ristoranti di Diano aperti, c’eravamo io, lui, Silvana, i nostri pochi appassionati lettori seduti con noi e poi due tavoli di avventori ignari. Una famiglia e due coppie di coniugi anziani, che al posto della frittura di pesce si erano visti arrivare Giovanni con un microfono e il mio libro in mano. Giovanni che aveva respinto le loro proteste, li aveva costretti al silenzio, all’ascolto, mi aveva fatto dire un paio di cose mentre lui ne diceva venti. Aveva letto delle pagine. Non aveva esitato a sedersi al tavolo di quelle brave persone. Prima del dessert già gli aveva venduto non una copia a tavolo ma una a testa, con tanto di sentiti ringraziamenti e strette di mano.

 

Sono felice di aver potuto scrivere qualcosa per il mio amico Giovanni. Come lui ne esistevano pochissimi, anzi forse solo uno. Sono felice che in questo modo qualcosa su di lui rimanga nella rete, ma vorrei che ne rimasse ancora di più. Sto meditando di aprire una voce wikipedia a suo nome. Ne parlavo giorni fa con Silvana, chiedendole se per caso non esistesse già e mi fosse sfuggita. La sua battuta, perfetta: “no, non c’è. Giovanni su Wikipedia compare alla voce ‘pochette’.”

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