Claudio Pavone. Uno storico "in rete"

Nell’intera parabola culturale di Claudio Pavone, venuto a mancare un giorno prima del suo novantaseiesimo compleanno, si leggono in controluce le grandi potenzialità, così come le tensioni e le torsioni, che la ricezione del discorso storico, nel suo confrontarsi con le stagioni politiche della nostra Repubblica, ha raccolto dal momento in cui assume la natura di giudizio di senso comune. L’intenso, laborioso e vivace lascito di Pavone, non a caso, ci offre un peculiare angolo visuale per riflettere sulle dinamiche odierne della Public History. In maniera spesso forzata, senz’altro per via di un’interessata coazione a ripetere, la stampa nostrana lo sta ricordando esclusivamente come lo studioso che avrebbe riabilitato (o “sdoganato”, come si suole affermare adesso) a sinistra il tema della Resistenza in quanto “guerra civile”. Una banalizzazione a tutti gli effetti, tanto più grave laddove poi interviene l’aggravante di un latente e implicito rimando, ancorché in sé inconfessabile, a quelle suggestioni che promanano dal substrato della lettura neofascista, la scrittura dei “vinti”, che del periodo a cavallo tra l’8 settembre del 1943 e i primi di maggio del 1945, declina il tutto nella chiave esclusiva di una contrapposizione fratricida. Controbattere che un tale approccio sia deliberatamente travisante, poiché invece nulla ci restituisce della grande vivacità culturale dell’intellettuale e, soprattutto, delle sue argomentazioni, è in quanto tale insufficiente. Il ripetere a pappagallo il fatuo e stanco assunto della lotta di Liberazione come guerra tra pari, un falso paradigma che è tale poiché del tutto decontestualizzato dall’intelaiatura di riflessioni dentro le quali è invece concretamente e vividamente calata la nozione pavoniana di “guerra civile”, è infatti funzionale alla riduzione della ricerca storica, così come del medesimo confronto storiografico e della loro comunicazione pubblica, a una specie di corollario periferico e corroborativo della polemica quotidiana di piccolo taglio, di bassa cucina che, da diverso tempo, ha sostituito qualsiasi altro criterio di scambio e di costruzione di un senso dei trascorsi.

 

Non di meno, piega scioccamente la validità euristica, così come l’impostazione maieutica, del lungo lavoro di Pavone, al pari delle molteplici piste per ulteriori riflessioni che esso oggi ci consegna, al maniacale, ritualistico nonché conativo rimando alla denuncia di una “egemonia” ideologica che avrebbe fatto da filtro e da cappa alla libertà di giudizio su quel passato. Quest’ultima viene poi intesa essenzialmente come conformismo degli approcci intellettuali, in aderenza a una disciplina politica, che Pavone, da «tardivo azionista» quale diceva d’essere, avrebbe invece concorso ad incrinare. Magari anche suo malgrado. Chi si fa latore di un tale approccio, a ben vedere ha al centro del suo dire non l’oggetto che afferma di volere liberare dalle presunte mistificazioni, bensì il ripetuto piagnucolio sulla sua condizione di marginale: che è tale, a conti fatti, perché concretamente incapace di andare oltre una lettura meramente dicotomica e aprioristicamente valutativa, quindi pregiudiziosa, dei fenomeni storici.

 

Tentazione, quest’ultima, che invece rimane del tutto assente nell’impegno profuso dallo storico romano. Per il quale a contare non erano solo le cesure ma anche le continuità, quindi non tanto le identità bensì le disidentità, non i territori puri ma le zone di intersezione. Non è un gioco sui coni d’ombra e sulle oramai inflazionate “zone grigie”, valide per confondere tutto e tutti, assolvendo infine i responsabili. Semmai si tratta del rapporto documentale e narrativo con una vivida ed umana esperienza tra corpi contrapposti, ben prima che tra apparati ideologici. Questo è il fuoco che anima il Pavone storico della Resistenza, che se ne fa anche narratore attraverso un’opera di ricostruzione degli ambienti e degli attori, gli uni e gli altri intesi come oggetti di riflessione tanto materiali quanto simbolici, dove il conflitto è un insieme convulso di contrapposizioni e rifiuti ma anche di relazioni e scambi. Un insieme di scelte, quindi, che intervengono, spesso disordinatamente, dopo una lunga epoca di disimpegno, quella dettata dal regime fascista, e la incombente tentazione di una disillusione anticipatoria, quella del cinismo e dei sarcasmi di chi avrebbe atteso, magari in una qualche “casa sulla collina”, che i giochi fossero fatti da altri. L’istanza antiretorica è allora la vera cifra di questo modo di porsi dinanzi a un processo storico che altrimenti rischia di dividersi tra false demistificazioni e reiterate cristallizzazione mitologiche. Due atteggiamenti tanto antitetici quanto speculari.

 

Se parliamo di Claudio Pavone siamo quindi dalle parti di un Marc Bloch, che di un certo modo di cogliere lo spirito dei tempi attraverso l’immaginazione sociologica, la curiosità incessante e il rapporto di continuo interscambio tra esperienza individuale, ossia la dimensione della risonanza personale, e mondo circostante, quello dell’impalcatura corale, ci ha consegnato un vero e proprio metodo di lavoro. Su noi stessi, prima ancora che su coloro che ci hanno preceduti. E sulla valenza simbolica che il passato gioca con forza rispetto al presente. Sapendo che il simbolismo dei trascorsi è essenzialmente il risultato delle aspettative del presente.

 

Nel vivacissimo e fertile laboratorio di Claudio Pavone entrano infatti in gioco molti elementi, tra di loro strettamente interconnessi poiché costantemente interagenti: l’archivio, la ricerca, la costruzione del giudizio di senso e i criteri per la sua condivisione. Sono quattro dimensioni strategiche che lo accompagnano per tutta la sua vita e che si estrinsecano anche nella pluralità di attività professionali nelle quali si è impegnato: impiegato, sia pure per breve tempo, presso la Confindustria, poi funzionario di rango degli archivi di Stato, docente incaricato e quindi associato all’Università di Pisa, organizzatore culturale e figura chiave nella rete degli Istituti per la storia della Resistenza e nella Società italiana per lo studio della storia contemporanea. Molte cose insieme nella stessa persona, a volte al medesimo tempo. Il tutto, però, a partire dall’essere e dal rimanere essenzialmente un archivista, che si fa quindi anche studioso di archivistica (il fatto non era per nulla scontato); chiedendosi pertanto cosa sia un documento, con quale lingua esso si esprima e di quali parole sia fatto, dove e come lo si trovi, più in generale domandandosi come le fonti vadano organizzate, trattate e quindi utilizzate, per stabilire infine un ponte tra il tempo in cui i documenti furono redatti e quindi conservati e il tempo in cui vengono presi in considerazione, letti e interpretati. Anche da ciò gli è quindi derivato il suo essere un autorevole studioso del modo in cui si organizzano e si studiano le fonti archivistiche, dedicando a tale aspetto opere di grande importanza, come la Guida generale degli archivi di Stato italiani, quattro volumi editati nel 1981 per il coordinamento e la curatela sua e di Piero D’Angiolini, oppure la non meno rilevante Storia d’Italia nel Ventesimo secolo. Strumenti e fonti, tre tomi molto più recenti, editati sotto l’egida del Dipartimento per i beni archivisti e librari del Ministero per i beni artistici e culturali. Non si capisce lo storico Pavone, quindi, se non si coglie l’impianto culturale dell’archivista Pavone.

 

E nulla si intende dell’archivista Pavone se non si riflette sul contesto ambientale, letteralmente ecologico, che egli cerca nel momento in cui si confronta con ciò che reputa essere le fonti di riferimento. L’archivio, per Pavone, non è una semplice conservatoria, ma un soggetto animato che vive per il tramite di chi lo fruisce. Forse un Golem, che deve prendere vita per il mezzo altrui, essendo composto di molti elementi in origine inerti, argillosi, che assumono letteralmente forma venendo modellati da chi si impegna nel dargli un senso, ovvero uno “spirito”. Le fonti, quindi, possono parlare anche con voci diverse, ossia con l’intonazione di coloro che intendano interpretarle. Sussiste una relazione diretta, pertanto, tra traccia, scavo e simbolo. La traccia offerta dalla fonte, lo scavo di senso su di essa, la sua estrinsecazione in un simbolismo dinamico, non ripiegato su se stesso. Fondamentale è il non farsi abbacinare dall’illusione che il documento contenga già in sé la verità, da “rivelare” a beneficio, magari, di un comune clamore, di uno scandalo violento ed effimero. Semmai il documento indica un modo di descriversi da parte di coloro che ne sono estensori. Non di meno, è imprescindibile il collocarlo in una serie logica, di cui è sempre e comunque parte integrante. Senza quest’ultima, rischia altrimenti di rivelarsi fuorviante. Per Pavone, quindi, non c’è nulla di più impegnativo del lavorare su ciò che già è edito. Lo dimostrerà, non a caso, del suo, nel corso del tempo. Il bisogno di mitografia è invece il rischio dal quale egli cercare di fuggire, poiché prosciuga la ricerca storica trasformandola in un blocco cristallizzato o, se si preferisce, nella palude dei luoghi comuni.

 

La questione di fondo, semmai, diventa allora il dove e il come trovare un punto di convergenza che sia non pacificatorio – funzione rifiutata poiché intesa come deliberata mistificazione – bensì pluralistico. Il passaggio, in altre parole, dai luoghi comuni ai luoghi in comune. La Resistenza, nel suo essere anche una guerra civile (ma non solo tale), è il centro di convergenza di questa dialettica storica. È guerra civile ciò che incorpora la centralità dilacerante del conflitto come atto istitutivo delle soggettività politiche. In Italia rifonda l’agire politico, negando al fascismo, e a ciò che di esso residuava, la natura stessa di soggetto di dignità. Nulla di più lontano dalle retoriche del revisionismo, tra tartufeschi bilanciamenti e contro-bilanciamenti. Per questo, nel racconto che ci restituisce lo studioso, è anche atto fondativo, evento generativo, poiché per riunire certuni in un esercizio di riconoscimento reciproco deve prima dividerli dagli “altri”. La guerra civile non è intesa come identità ma filtro, al medesimo tempo colonna d’Ercole e forca caudina attraverso il cui transito gli individui che sono chiamati in causa mutano se stessi. Il concetto va quindi ribadito: non si studia la Resistenza malgrado la guerra civile o per il suo esclusivo tramite ma, piuttosto, domandandosi cosa implichi considerare una lotta di liberazione e di emancipazione anche in tali termini. Qui lo storico si fa antropologo e non è un caso se a partire dai suoi scritti la lunga stagione della lettura esclusivamente politica della lotta di Liberazione, già allora affaticata, si stemperi ulteriormente, lasciando il passo ad altri orizzonti. Non antitetici a quelli precedenti ma più problematizzanti. Non si trattava, nel qual caso, di demistificare una “vulgata egemonica” ma di capire che era intervenuto il tempo di valutare le fonti, di qualsiasi genere fossero, secondo un criterio interpretativo capace di rispondere alle domande che con gli anni Ottanta si andavano facendo pressanti. A rischio, altrimenti, qualora si fosse lasciato inevaso e irrisolto il campo degli interrogativi, di essere espropriati del diritto di formulare dei quadri di interpretazione organici e strutturali. Non a caso il Pavone storico arriva a ordinare pensieri e suggestioni, idee e sensazioni, biografie come anche autobiografia in un periodo di transizione che, apertosi allora, continua a manifestare ancora oggi i suoi effetti di lungo periodo. A sua volta, quest’opera di riorganizzazione sistematica trova in alcuni ulteriori antecedenti le più profonde motivazioni di fondo. La questione del bilancio complessivo sulla presenza della violenza nella vita repubblicana, quella politica che aveva attraversato il decennio precedente, così come l’interrogativo sulle sue ricadute culturali di lungo periodo, si era fatta a quel tempo pressante. L’interrogativo non era di ordine esclusivamente morale bensì quasi antropologico. Il rimando alla Resistenza, essenzialmente come memoria del rifiuto dell’ordine costituito, in un regime di auto-organizzazione dal basso, infatti, era stato già un tratto distintivo dell’identità dei movimenti che dalla seconda metà degli anni Sessanta in poi erano venuti occupando la scena politica. Quanto e più dell’antifascismo, quest’ultimo inteso essenzialmente non come cultura politica (spesso vissuta come un complesso di ritualismi ingessati, espressione di una battaglia di retroguardia) bensì come ipotesi per un insieme di pratiche militanti rivolte contro l’“avversario di classe”. Una tale impostazione, tuttavia, varcò la soglia di non ritorno nel momento in cui divenne la matrice del terrorismo, tanto più dal momento che una parte delle organizzazioni che ne costituivano l’ossatura rivendicava il ricorso alla lotta armata come una sorta di secondo (e ultimativo) capitolo di una Resistenza interrotta. Nel frangente dell’“emergenza democratica” e poi del declino conclamato della partecipazione politica, suggellato dal riflusso della militanza, Pavone iniziò quindi a tratteggiare quegli indirizzi di fondo che una decina di anni dopo sarebbero confluiti nella sulla opera più importante. I punti di partenza sono quelli che già erano stati configurati dalla rilettura azionista del lascito resistenziale: la natura dell’esperienza della lotta per bande; il rapporto, spesso conflittuale, tra le diverse generazioni di antifascisti; l’avviamento alla politica per un’intera società che usciva violentemente da un lungo periodo di spoliticizzazione; la rottura del monopolio della forza da parte delle istituzioni e la transizione verso la violenza sistematica, prima subita e poi esercitata, soprattutto da parte dei “civili”; la Resistenza come forma di nuova legalità e di costruzione di un quadro di legittimità e liceità dal basso, da trasfondere successivamente nell’organizzazione politica; ma anche le dinamiche relazionali tra la ricostruzione di un’identità individuale e la condivisione di un progetto di mutamento degli ordinamenti sociali attraverso l’agire combattente, insieme al senso della irreversibilità delle scelte in tale modo operate. Molto di questo, come di altro, si trovava già nell’intervento di Pavone al convegno bresciano dedicato alla «Repubblica sociale italiana, 1943-45» tenutosi nell’autunno del 1985, per essere poi ripreso in altre opere, come in quella collettanea curata da Massimo Legnani e Ferruccio Vendramini su Guerra, guerra di liberazione, guerra civile, editata cinque anni dopo con la raccolta degli atti di un successivo convegno del 1988.

 

 

A questo indirizzo di riflessioni peraltro aveva risposto, dolente e ferito al medesimo tempo, Giancarlo Pajetta quando, sempre nel 1985, vi si era contrapposto frontalmente ribadendo: «no, non si è trattato di una guerra civile […] si è trattato di una guerra di popolo, di una guerra unitaria, di una guerra per l'indipendenza; come l'Italia, forse, non aveva conosciuto mai». L’evoluzione successiva del lavoro di Pavone produsse il risultato di ordinarne definitivamente i significati all’interno di un’agenda giocata su una doppia polarità: il tema rigorosissimo della moralità, in rapporto al ricorso alla violenza e alla lotta armata, cogliendone le molteplici configurazioni e gli effetti identitari di lungo periodo; la costruzione di una lettura della storia nazionale che, facendo i conti con il problema della continuità degli apparati pubblici tra fascismo e Repubblica, questione derivatagli in non poca parte dal rapporto con Guido Quazza (laddove Pavone contesta all’antifascismo una sostanziale debolezza di contrattazione politica e di consapevolezza di costituire un fattore di rottura), potesse ora invece ragionare anche nei termini di una fertile conflittualità, liberando la Resistenza del suo senso di incompiutezza. Così negli scritti raccolti nel volume Alle origini della Repubblica, uscito nel 1995, quando la ricezione di Una guerra civile aveva già orientato in grande parte la discussione. Per Pavone, a questo punto, come ha efficacemente osservato David Bidussa: «tutto questo ha un valore più generale e non riguarda solo o esclusivamente la Resistenza. Significa porre la questione delle categorie culturali, oltreché storiografiche o metodologiche, attraverso le quali s’interrogano i fatti della storia, e s’indagano le culture politiche che quei fatti definiscono o contribuiscono a definire». E ancora: «scrivere la storia di un tempo e di un evento, mettendo al centro le forme della partecipazione, nel momento in cui si viveva l’esperienza concreta, e poi ritornare a riflettervi indagando come li abbiamo “archiviati” nella nostra mente non è solo un esercizio di ricostruzione tecnica, ma riguarda molte cose. Categorie e atti come scelta, valori, violenza (esercitata e subìta), giustizia, morte (vista e data), pur calati in una dimensione quotidiana che contribuiva a dare a ciascuno di essi un significato nel tempo dell’evento, non sono idee fisse, icone cui si possa ricorrere per dare un senso alla propria azione in un altro e diverso contesto e in un altro tempo storico».

 

Per Pavone – figura umanamente mite, al limite della dolce reciprocità con i suoi interlocutori più motivati, una mitezza sempre però temperata da un’interiore disposizione d’animo a non deflettere dal risultato raggiunto, anche a costo dell’altrui incomprensione (e ne scontò molta) – ciò che conta non è mai la singola unità bensì la sequenza, non è il testo in sé ma il contesto che lo correda, non è la parola bensì l’ordine sintattico. Si lavora su questi secondi elementi per dare un ordine di grandezza valoriale (l’interpretazione di significato) ai primi. L’espressione chiave dello storico, che ci consegna, è infatti “rete”. Rete di relazioni, rete di significati. Al netto della sua stagione professionale negli archivi, e alle riflessioni di metodo e di merito che ci ha consegnato, la rilettura di Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza (titolo e sottotitolo non possono essere in alcun modo disgiunti, pena, altrimenti, la decadenza dell’ampio significato da attribuire ad un’opera tanto complessa quanto periodizzante) è quindi anche un’ampissima e suggestiva opera di riordino delle molteplici fonti che l’esperienza della lotta di Liberazione ci ha tramandato. Poiché l’intera esperienza resistenziale avviò, non importa quanto inconsapevolmente nel momento in cui si verificava, anche un nuovo rapporto con le parole, le immagini, le raffigurazioni, la stessa comunicazione pubblica. Segnando una discontinuità non più componibile. Quella che si consumava tra un fascismo tanto agonizzante quanto feroce e un antifascismo plurale ma ancora incerto, laddove si stava definendo non solo una contrapposizione politica e morale, bensì un urto epocale tra ciò che restava di un apparato di regime dove il rapporto con la collettività era ricondotto a retorica pura, e la narrazione di sé solo ed esclusivamente a esercizio di mitografia, di contro a una galassia di donne e uomini che stavano invece cercando dei minimi comuni denominatori per definire per proprio conto la loro identità. Il nesso tra esperienza resistenziale, ricerca di se stessi e costruzione di una cittadinanza sociale nelle intense pagine della sua opera emerge quindi con grandissima schiettezza. Poiché Una guerra civile, che è cosa diversa da «la» guerra civile, ci restituisce la fisicità di quei fatti, sollevandoli dalle gratuite astrazioni concettuali di una storiografica che non riusciva ad interrogare gli eventi perché non era in grado di interrogarsi su se stessa, sulle sue proprie procedure, sul suo stesso statuto ontologico. Pavone non ha rotto nessun pregiudizio apologetico nei confronti del lascito resistenziale. Semmai si è posto una domanda radicale: del partigianato, della sua natura di esperienza dirompente, della sua perdurante attualità politica (a destra ciò era stato inteso antecedentemente da Carl Schmitt ma in un ben altro contesto) in quanto milizia tanto militare quanto militante, tanto operativa quanto riflessiva, tanto auto-difensiva quanto offensiva, cosa è rimasto nel tracciato repubblicano, in settant’anni di storia? E qui deriva un’altra parola chiave del suo lessico, ossia “disobbedienza”. Intesa come discontinuità. La guerra civile raccontata da Pavone risponde al racconto del brulichio di una collettività, dell’incertezza come anche della speranza, dell’offuscamento e della ricerca di orizzonti. Di una conclusione e di un inizio. Di una tale discontinuità Pavone, egli stesso ex resistente giunto alla maturità intellettuale, si incaricò di farne una sorta di autobiografia nazionale. Il volume, licenziato e pubblicato nel 1991, un anno indice nelle trasformazioni del Novecento, con il definitivo crollo dell’Unione Sovietica, va quindi affrontato sotto questo profilo poiché ambisce a dare corpo a una narrazione antropologica della Resistenza itinerando attraverso le sue fonti. Da buon archivista quale, in fondo, è sempre stato, per tutta la sua lunga e proficua esistenza. Dopo di che, ciò che di lui ci resterà, è la mitezza dell’intransigenza. Quella che gli derivava da un confronto perennemente aperto con se stesso, prima ancora che con tutto il resto del mondo.

Claudio Pavone

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