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Paola De Pietri. To face

Nella foschia si intravede un’ampia distesa d’erba da cui affiorano qua e là zone sassose che rendono difficoltosa una semplice passeggiata. D’altra parte siamo in una zona che oggi è meta turistica ma nel passato ha conosciuto gli scontri durissimi che hanno visto contrapposti giovani che, a seconda dei luoghi anche confinanti in cui erano nati, potevano vestire la divisa dell’esercito italiano o di quello austriaco. La Grande Guerra fu chiamata così perché quasi azzerò un’intera generazione facendola marcire nelle trincee, soffocare nei cunicoli, trucidare da generali incapaci che imponevano avanzate su campi aperti, morire sotto bombardamenti così intensi da svuotare gli arsenali cui le industrie non riuscivano a fornire sufficienti munizioni. Bisogna avere bene in mente tutte queste cose da troppi dimenticate per osservare con sguardo consapevole a questi luoghi che, come tutti, non sono innocenti.

 

 

È proprio la consapevolezza oltre alla costanza ad aver guidato la fotografa reggina Paola De Pietri nei luoghi di confine fra Austria e Italia che furono teatri di incessanti combattimenti. Li ha percorsi più volte fra il 2009 e il 2011, ogni volta scoprendo aspetti che ha poi fatto emergere in tutta la loro seducente tragicità. To Face è il titolo della mostra da lei realizzata e curata da Roberta Valtorta che è esposta alla Triennale di Milano, avvalendosi di un allestimento essenziale che valorizza le stampe di grandi dimensioni consentendo di osservarle alla dovuta distanza e con l’indispensabile attenzione.

 

 

Capita dunque di trovarsi di fronte a una grande roccia sulla cui superficie sono state scavate nicchie dove ora si trovano incastrati tronchi d’albero trasportati a valle dalle piogge: basta socchiudere gli occhi e lasciare andare a briglia sciolta la fantasia per immaginare che in quelle stesse nicchie, stando ammassati gli uni agli altri, trovavano rifugio i soldati. Allo sguardo estetico che valorizza la bellezza degli altopiani con immagini di una delicata compostezza, si intreccia un ulteriore piano di lettura legato alla consapevolezza storica.

 

 

Bellissimo è il bosco con il sentiero che si addentra fra il fogliame ma come dimenticare che proprio lì, poteva apparire, improvvisa, la sagoma di un soldato armato. Anche i luoghi non sono innocenti – quella che sembra una grotta appena illuminata dall’esterno è in realtà un antico cunicolo dentro cui silenziose si muovevano le truppe – ma è la natura ad aver imposto le sue ragioni all’irragionevolezza umana. I segni serpeggianti incisi nella roccia ricordano quelle che un tempo erano trincee dove si viveva e moriva ma ora l’erba ha quasi cancellato ogni testimonianza del passato.

Ormai tutto è silenzio, la natura si è ripreso il suo spazio, ha suturato le ferite e si offre come un monito che Paola De Pietri raccoglie e con le sue fotografie ripropone alla nostra riflessione.

 

 

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