Farfalle di fine estate

27 Ottobre 2026

Un giorno di metà settembre, poco prima dell’inizio delle scuole, un uomo di quarantacinque anni andò al Parco Avventura. Insieme al lui c’erano le famiglie e i compagni di classe del figlio. Nel sottobosco, sulle colline intorno alla città, filtrava una luce obliqua, i cavi d’acciaio intersecavano i tronchi in prospettive alte da terra. Sulle pedane aeree, tra le fronde di quercia, spuntavano i caschi rossi e le imbracature colorate.

Non appena ebbe posato zaino e borsa termica sul tavolo sentì gli scatti dei moschettoni. Stese la tovaglia a quadri e dispose piatti e bicchieri. Non gli restava che attendere il ritorno dei ragazzi. Iniziò a pestarsi la punta delle scarpe da trekking. Aveva una mano nella tasca dei pantaloni cargo mentre con l’altra teneva un libro di poesie di Hermann Hesse. Ogni tanto alzava lo sguardo dalle pagine per osservare le evoluzioni del figlio. Si fosse fatto coraggio avrebbe provato anche lui, ma soffriva di vertigini.

Il bosco era tessuto di ragnatele. I chiaroscuri evidenziarono ora il tronco tarlato d’una quercia ai margini della radura, ora i cespi di leguminose in fiore. Sullo sferracavallo dai calici gialli, nel solatio, vide volare certi piccoli licenidi azzurri. S’era domandato che specie fossero, osservando nel dettaglio le linee e gli ocelli sulla superficie inferiore. Circondato da un’aura di pulviscolo planò sulla radura erbosa il grande Satiride Hipparchia fagi dalla livrea bianca e nera. Due individui della stessa specie iniziarono a rincorrersi posando sopra le cediglie di sole, sui tronchi tiepidi esaltanti tannino. In controluce, nell’atmosfera che preannuncia l’autunno, il bosco ceduo era il teatro d’uno spettacolo da ricordare nelle sere d’inverno.

Il Parco faceva da argine a una lottizzazione di villette che divorava il resto della collina. Spuntate a una velocità sorprendente tali abitazioni con terrazze a tasca, adagiate sul crinale, consumavano il suolo. Ne conseguiva un senso angoscioso: era stato spianato un uliveto per ricavare il parcheggio per le auto dei clienti. Ma il sottobosco, a metà strada tra l’aperto e il chiuso, lasciava spazio alla crescita di svariate piante, senza essere soffocato dai cespugli di rovo.

Con la coda dell’occhio seguì il volo fiammante della femmina d’una Ninfalide, l’Argynnis paphia che s’attorcigliava in giri concentrici, giochi di luci, un inganno d’oscillazioni. Le ali planavano, battendo a tratti con vigore, si libravano per poi atterrare sulla scorza screziata delle cortecce, vellutata di muschi o ruvida di licheni. La farfalla sembrò cercare la superficie più simile alla sua tinta: sondava con l’addome, quasi avesse papille, dove fosse opportuno deporre le uova. Con movimenti rabdomantici giudicava non adatti alcuni posti. Forse per via di certi sensori posti sulle zampe e sulle antenne, elaborava dati. Se avesse voluto mimetizzarsi significava che in qualche modo era consapevole d’esistere, che percepiva sé nello spazio.

Le uova color madreperla avevano forma di bocciolo, circondate da perline. Bruchi millimetrici, dal capo scuro, si sarebbero ben presto schiusi scendendo verso la base del tronco, l’umidore dell’humus, in cerca di viole, loro piante nutrici, fino a diventare, i superstiti, grigi e irti di spine gialle, strati di nero, mutati infine in crisalidi di lacca scura, venate di ocelli argentei.

I fiori rosa del rovo erano apprezzati dall’Arginnide che vi posava a lungo con le ali aperte. Le “Tabacco di Spagna”, rappresentanti della tribù degli Eliconini, ammaliarono gli entomologi Aureliani nell’Inghilterra d’epoca vittoriana con ornate grazie che competono con le superfici alari inferiori dei Licenidi per varietà di forme in uno schema. Contemplare farfalle senza alcuno scopo avrebbe dato un diverso senso all’esistenza, una sorta di magia, un intrico di incanti e inganni.

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Laura Lotti, dettaglio di acquerello botanico e naturalistico".

Legato da cinghie e tiranti il figlio compiva controllate evoluzioni. Sperò che lui almeno potesse osservare, sulle cime delle farnie, un piccolo Licenide, il Favonius quercus, ovvero la Tecla della quercia. Di un blu scuro cangiante, diffusa in tutta Europa, non è rara ma difficile da scorgere non scendendo quasi mai a terra, poco attratta dai fiori poiché gli adulti ottengono le sostanze nutritive dalla melata secreta dagli afidi. Vederlo fra le fronde, sospeso a venti metri da terra sarebbe stata un’apparizione cangiante simile a un’epifania, una finestra aperta sul mondo. Tra lui e il Licenide c’era una relazione elettiva d’affetto, prima che di possesso. Un amore pari a quello che provava per suo figlio.

Osservò le ali dell’Arginnide: di sotto d’un verde muffa screziato di bianco e sopra invece arancio, d’un arancio maculato di linee e punti, disruptivo, la figurazione vivente del sole sulle foglie secche del sottobosco. Distraendosi dalla lettura del libro, che teneva chiuso in mano con l’indice a far da segno, rivolse l’attenzione alle gallerie d’uscita scavate dai cerambici in un tronco segato da poco, rovistando tra le foglie cadute a terra.

Gli apparve la nobile sagoma lobata della foglia di quercia. Il mezzogiorno scoccato da poco avviò l’idillio silvano. Mentre gli altri genitori discutevano sull’arredamento di casa, le ristrutturazioni o pianificavano le prossime ferie, il suo godimento era in quella posa inerte, asociale. Avrebbe voluto parlare con qualcuno delle “Farfalle di fine estate” e dell’omonima poesia antologizzata nel piccolo libro che ancora teneva in mano.

Ancor più delle rime provò stupore per quanta cura mettesse l’Arginnide nel perpetuare la vita, dei suoi voli interrotti per trovare l’anfratto giusto. Pensò di raccogliere un uovo. L’avrebbe potuto prendere e, coltivando le viole in un vasetto, allevarlo a casa, in città. Ma si chiese anche perché avrebbe dovuto sostituirsi alla natura, che fa accadere le cose in modo spontaneo. Forse per partecipare alla creazione contribuendo con le sue cure al realizzarsi d’una forma. Uno scoiattolo artigliò il tronco salendo in spirali concentriche. Aristotele la chiamava entelechia: portare a compimento il soggetto. La realtà che raggiunge il pieno grado dello sviluppo. Avrebbe voluto controllare e sentirsi responsabile delle metamorfosi da uovo a bruco e da bruco a crisalide, a farfalla. Ma non c’era bisogno del suo aiuto. La natura l’avrebbe fatto comunque.

Per un attimo si sentì inutile. Osservò suo figlio tra le fronde giocare con gli amici. Come avrebbero trascorso l’inverno quei piccoli bruchi? Sarebbero stati capaci di far fronte alle insidie della vita, ai rigori del clima, ai predatori? E lui, avrebbe pagato gli stipendi, soddisfatto i clienti, fatto quadrare il bilancio? L’Arginnide avrebbe potuto catturarla con le mani, se avesse voluto, ma pensava dovesse restare libera, in nessuna scatola entomologica sarebbe risaltata come lì, in quel luogo.

Avrebbe potuto scattare delle foto, ma sarebbe stato comunque un atto predatorio. S’illudeva di salvare qualcosa, recidendo il flusso della vita nel catturare immagini? Iniziò a scrivere degli appunti su un piccolo quaderno per venire a capo di qualche pensiero, ma la scrittura sfuggiva, a ogni passo la sintassi si faceva involuta. Pensò che neppure la descrizione portasse chiarezza al sentimento dell’esperienza. Più si agitava, più tutto diveniva complicato, ingarbugliando con le parole ciò che ai sensi appariva chiaro. La vita non tollerava i riflessi della finzione.

Continuò a scrivere anche quando genitori e bambini iniziarono a mangiare. Un lettore avrebbe forse in futuro condiviso l’emozione di quelle tracce, provato la declinazione di stupore osservando le ali dell’Arginnide nell’azzurro del cielo. Si vide per un attimo vedersi, da fuori, seduto sulla panca di legno in quella radura, il tavolo ragnato di penombra.

L’idea di scrivere un racconto sulle farfalle dei boschi temperati l’ebbe alla stessa età di suo figlio in quel momento. Ricordò la tavola a tempera Bosco temperato deciduo nel grande libro di Valerio Sbordoni e Saverio Forestiero, Il mondo delle farfalle che da bambino sfogliava con attenzione. Fu il punto di svolta: non nei grandi lepidotteri tropicali ma tra le specie all’apparenza semplici delle campagne e degl’incolti del centro Italia stava la gioia più schietta. Immerso per ore nelle pagine del ponderoso tomo, sognando, tralasciava di fare i compiti. Il disegno del bosco era uno specchio, il modello che dava vita all’esperienza. Più di tutti lo colpiva, nella parte centrale, il Favonius quercus indicato nella didascalia, prima delle revisioni tassonomiche, col vecchio nome di Quercusia quercus. Termini evocativi come ecotoni o biomi gli s’erano tanto impresi in mente che infine, invece di studiare scienze naturali, avrebbe seguito la vocazione delle parole per illudersi di raggiungere la mimesi con l’oggetto desiderato.

Digiunò, lasciando ad altri il suo tramezzino. Un caffè zuccherato sarebbe stato sufficiente. Rimuginava, al margine di quella radura, lucus a non lucendo, che non c’è niente d’impensato da immaginare, nessuna storia da creare, nessun mito che giustifichi l’esistenza, giacché tutto è già accaduto come in sogno. Anzi, che la vita è un sogno, un baluginare d’ombre.

Il libro conteneva una dedica scritta in corsivo con la penna stilografica. Dopo luogo e data c’erano i complimenti per la promozione in quarta classe, avvenuta con “dignitosa fatica” e le firme di babbo e mamma a far da sigillo. Aveva dunque nove anni e non ricordava quale fosse quella fatica. Alludeva forse a sforzi cognitivi, difficoltà d’apprendimento. Qualcosa riaffiorò. Piangeva, perché non era capace di tenere il ritmo del dettato in classe. Si domandò se i genitori dei compagni di suo figlio regalassero libri di farfalle: erano riuniti al tavolo, conversando di ristrutturazioni, elettrodomestici, incentivi fiscali, calcio. Quelle erano le narrazioni condivise nel cosiddetto Antropocene. Nessuno di loro si sarebbe messo in cerca di lepidotteri, presenze tanto sottili da diventare invisibili. Ma anche se l’avessero seguito nelle sue solitarie osservazioni naturalistiche, si sarebbe sentito più felice?

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Laura Lotti, dettaglio di acquerello botanico e naturalistico".

Pensò d’essere stato scortese a non partecipare al pranzo. Avrebbe dovuto stare coi suoi simili. Le farfalle dal canto loro, evolute per adattarsi ai mutamenti del clima, avrebbero continuato a volare nel sottobosco anche l’anno successivo, anche alla fine del mondo, mentre quegli amici li avrebbe sicuramente persi dopo il ciclo delle elementari. Sarebbe, prima o poi, finito tutto. L’estinzione avveniva sotto i suoi occhi, ogni istante. Ogni secondo la catastrofe era in atto e il mondo collassava su sé stesso. Deus sive natura, mormorò. Immaginò l’apparizione del Licenide sul bordo lobato della foglia di quercia. L’amore tiene insieme tutte le metamorfosi della vita. Non la forza e neppure il desiderio. Figurarsi la volontà.

Da lì, in lontananza tra le fronde, si poteva scorgere la villa di Cicaleto, dove dimorò il medico ed entomologo Roger Verity (1883-1959), marito della nobildonna fiorentina Matilde Fenzi. Forse solo se si è nobili si può essere all’altezza di uno studio disinteressato, libero dalla morsa della necessità, della contingenza, della competizione. Gli venne in mente la raccolta di lepidotteri di quell’aureliano, custodita alla sezione di entomologia del museo La Specola, composta da cinquantamila esemplari provenienti da ogni parte del mondo sistemati in scatole di legno fatte su misura. Si sarebbe sentito meno fuori luogo se fosse nato nel secolo scorso? Neppure allora sarebbe stato capace di scrivere un’opera come Rhopalocera palearctica o Le farfalle diurne d’Italia in cinque volumi, pubblicati tra il 1940 e il 1953, non avrebbe avuto la necessaria perizia tecnica, oltre che le risorse economiche.

Pensò che amava sinceramente solo ciò che è raro, prezioso, immaginifico, senza prezzo, ciò che tiene furtivamente unito l’orlo del sogno e della vita senza preoccupazioni di alcuna ricaduta pratica. Quello poteva definirsi davvero un dono. Come accadde allo storico dell’arte Aby Warburg durante il ricovero in un sanatorio svizzero, in estasi di fronte alle piccole falene attratte nella notte dalla lampada sul muro bianco, restò rapito. Ebbe in un istante consapevolezza di quanto fosse fugace l’equilibrio con cui il Licenide mostrava la grazia sottile. L’avrebbe tenuta anche al cospetto dell’Argiope, ragno predatore dall’addome giallo e nero che tendeva la tela circolare tra i rami del cespuglio di rovo.

Sull’estremità delle ali posteriori, mosse su e giù con un movimento ondivago e sensuale, i falsi occhi, dettaglio di un’ampia appendice, simulavano testa e antenne, imitate dalle piccole codine chiare sporgenti dal bordo. La Tecla della quercia era solita distrarre così l’attenzione dei predatori, occultando la vera testa al riparo tra le ali anteriori. Nella sua immaginazione divenne un’immagine agente.

Si riscosse da quello stato di contemplazione estatica che Vladimir Nabokov chiamava “ninfolessia”. L’incerta attesa era una sfida al caso, stagione dopo stagione, nel ciclo di metamorfosi da uovo a bruco, da bruco a pupa e infine farfalla. Avrebbe vissuto oltre la sua vita come un engramma naturale.

In copertina, illustrazione di Laura Lotti, dettaglio di acquerello botanico e naturalistico"

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