Compagni, avanti il gran Partito!

Cento anni fa, il 21 gennaio 1921, nasceva a Livorno, da una scissione del Partito socialista, il Partito comunista italiano. In occasione dell'anniversario, la casa editrice Quodlibet ripropone un bel saggio di Mauro Boarelli, La fabbrica del passato. Autobiografie di militanti comunisti (1945-1956). Uscito alcuni anni fa per Feltrinelli, è arricchito in questa nuova edizione da una prefazione inedita di Carlo Ginzburg, che presentiamo ai lettori di “doppiozero” per gentile concessione dell’editore. 

 

 

1. Questo libro, apparso per la prima volta nel 2007, parlava già allora di un passato lontano. Lontano non nel tempo, e neppure (almeno per un lettore italiano) nello spazio: e tuttavia i documenti su cui il libro era basato, e la realtà alla quale rinviavano – il partito comunista italiano, in quanto partito di massa – appartenevano a un mondo tramontato. Nel frattempo quel passato si è allontanato ancora, con una rapidità stupefacente. Anche se l’inerzia linguistica ha conservato l’espressione «partiti politici», la partecipazione politica ha assunto, in una società dominata dal neoliberismo, una fisionomia completamente diversa, oggi accentuata dalla pandemia. Questa partecipazione, legata soprattutto a Internet, è sostanzialmente estranea ai partiti: un’istituzione trasformata e dissanguata, non solo in Italia.

Nell’introduzione alla ristampa del suo libro Mauro Boarelli analizza lucidamente questa distanza. Ma il suo sguardo retrospettivo sfocia in un invito a proseguire la ricerca, segnalando fondi archivistici inesplorati per la storia del partito comunista italiano. Sull’importanza di questa chiave di lettura non esistono dubbi. La fabbrica del passato lanciava una sfida originale alla corporazione degli storici, invitandoli a superare l’ottica verticistica formulata in maniera esplicita da Paolo Spriano nella sua Storia del Partito comunista italiano. Questa sfida è rimasta, per vari motivi, inevasa. Ma La fabbrica del passato si rivolge anche a un arco molto più vasto di lettori, perché affronta in maniera analitica, attraverso un caso specifico, una domanda generalissima: «che cos’è una fonte storica?».

 

2. Una fonte (qualsiasi fonte) può essere paragonata, riformulando una metafora notissima usata da Ferdinand de Saussure, a un foglio di carta. Una faccia del foglio di carta ci dice il modo in cui la fonte è stata costruita; l’altra faccia ci dice quello di cui la fonte è, in maniera più o meno deliberata, testimonianza. Le due dimensioni sono connesse in maniera inestricabile, come suggerisce l’immagine delle due facce di un foglio di carta. Per cogliere la dimensione referenziale della fonte dobbiamo chiederci, attraverso la costruzione di una serie documentaria, come la fonte è stata costruita: una domanda che i positivisti e i neo-scettici evitano tranquillamente di porsi. Nel momento in cui Mauro Boarelli si è trovato di fronte a un archivio inesplorato, e ha cominciato a leggere le autobiografie che i militanti comunisti emiliani del secondo dopoguerra avevano scritto, come richiesto dai funzionari del partito, si è chiesto: come sono nati questi documenti? In quale contesto?

 

 

Quali rapporti di potere hanno condizionato la loro fisionomia? Queste domande hanno generato un’analisi serrata, che a poco a poco ha fatto emergere dalle autobiografie dei militanti le caratteristiche essenziali del «partito nuovo» formulato da Palmiro Togliatti con la svolta di Salerno: la rielaborazione del modello sovietico; il centralismo democratico; la trasmissione di schemi ideologici attraverso l’educazione alla scrittura; la formazione dei militanti e il controllo sulle loro vite passate, presenti e, nella misura del possibile, future. Ma gli schemi ideologici formulati dal gruppo dirigente e trasmessi dai funzionari del partito non erano stati accolti in maniera passiva. Le donne e gli uomini, provenienti quasi sempre da famiglie povere o poverissime, avevano redatto, con un visibile sforzo, le proprie autobiografie, reagendo in modi diversi, plasmati dall’educazione ricevuta, dalle esperienze vissute, dal carattere. Su tutto ciò il partito, attraverso i suoi funzionari, esigeva una risposta, attraverso una confessione pubblica, poi trasformata in un’autobiografia scritta, spesso puntigliosamente annotata dai funzionari che l’avevano proposta.

 

Da questi strati, decifrati dall’occhio acutissimo di Boarelli, emerge la dimensione referenziale delle testimonianze, che in qualche caso si discostano dalla norma proposta dal partito, fino al punto di negarla parzialmente: i casi analizzati nel capitolo «Sconfinamenti» sono eloquenti. Le pagine sulle letture di questi militanti, uomini e donne, dànno un’idea della ricchezza di una documentazione che nessuno storico della cultura delle classi subalterne potrà permettersi di ignorare. Speriamo che qualcuno (forse Boarelli stesso?) sia invogliato a sviluppare, in una prospettiva comparata, le bellissime pagine sulla lettura del Tallone di ferro di Jack London (1907), tradotto in italiano da Gian Dàuli nel 1925 col sottotitolo Romanzo di previsione sociale, ispirato da quello della traduzione francese (1923) con prefazione di Anatole France: Roman d’anticipation sociale. È un tema, questo, reso più che mai attuale dall’ossessione predittiva generata dalla pandemia.

 

3. Il rituale della confessione pubblica in vigore nella chiesa ortodossa ispirò, com’è stato notato, la pratica delle autobiografie richieste ai militanti in Unione Sovietica. Nel caso italiano, sottolinea Boarelli, questo modello si è intrecciato a una tradizione gesuitica. Certo, il termine «militanti», e i suoi equivalenti in molte lingue, risalgono all’«ecclesia militans»: un’espressione introdotta, a quanto pare, da papa Clemente V nel 1311, in una lettera a Filippo IV re di Francia, e poi ripresa consapevolmente da Paolo III nella bolla Regimini militantis ecclesiae (1540), che sanciva l’approvazione della Compagnia di Gesù. Ma nel caso di quest’ultima, l’analogia con la pratica dell’autobiografia richiesta ai nuovi adepti giustifica la radice comune proposta da Boarelli, con un rinvio a Tribunali della coscienza di Adriano Prosperi (2006). A distanza di dieci anni Prosperi ha risposto con un libro (La vocazione. Storie di gesuiti tra Cinquecento e Seicento, 2016) che prende esplicitamente le mosse dal libro di Boarelli. Un dialogo inconsueto, che ci proietta in due passati diversi, nel loro intricato rapporto, producendo un doppio spaesamento. Chi legge La fabbrica del passato avrà a tratti l’impressione di immergersi in un libro di fantascienza: un’esperienza che l’aiuterà a guardare con occhi nuovi l’enigmatico presente in cui viviamo.

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