“Con la cultura non si mangia.” (Falso!)

I luoghi comuni affondano le proprie radici nel passato. Non stupisca, quindi, se già in Flaubert, nel Dizionario dei luoghi comuni, nell’appendice a Bouvard e Pécuchet e nello “Sciocchezzaio”, troviamo interessanti variazioni sul tema «con la cultura non si mangia». Infatti:

Catalogo delle idee chic, voce Idee sull’arte:

«La drogheria è rispettabile, è un ramo del commercio. L’esercito è ancora più rispettabile, perché è un’istituzione il cui fine ultimo è l’ordine. La drogheria è utile, l’esercito è necessario».

Poiché la cultura non è commercio e non è esercito, non è ordinata e non è rispettabile. E quindi è da guardare come minimo con un certo sospetto. 

Innanzitutto, il lavoro artistico e culturale non è rispettabile perché non è lavoro:

«Letteratura: occupazione degli oziosi».

«Musicista: la caratteristica del vero musicista è di non comporre mai musica, di non suonare nessuno strumento e di disprezzare i virtuosi».

La fama, quando c’è, è immeritata, poiché la qualità del prodotto o del lavoro culturale non è evidente.

«Paganini: non accordava mai il suo violino – Celebre per la lunghezza delle sue dita».

«Libro: qualunque sia, sempre troppo lungo».

 

Le cose non vanno meglio per quanto riguarda la capacità delle arti di essere portatrici di innovazione e di energia trasformatrice:

«Immaginazione: sempre viva – Diffidarne – E denigrarla negli altri».

«Wagner: sogghignare quando lo si sente nominare e dire amenità sulla musica dell’avvenire».

Nemmeno chi esercita un lavoro culturale è rispettabile: se uomo, è in realtà uno stravagante o uno scioperato; se donna, una persona di dubbia moralità:

«Artisti: tutte teste vuote – Esaltare il loro disinteresse (superato) – Meravigliarsi del fatto che vadano vestiti come tutti gli altri (superato) – Guadagnano somme straordinarie ma buttano il denaro dalla finestra – Spessissimo invitati a pranzo – La donna artista non può essere che una sgualdrina».

«Attrici: la rovina dei figli in famiglia – Sono di una lascivia spaventosa, si danno all’orgia, inghiottono milioni (finiscono all’ospedale) – Prego, prego! Ce ne sono alcune che sono ottime madri di famiglia!».

Il disordine legato alle arti è proprio della natura degli artisti e del loro comportamento, si collega ad una incapacità di agire secondo le regole della convivenza civile e della morale. A farne le spese non sono solo i giovani di buona famiglia corrotti dalle grazie delle attrici, ma anche la società tutta, con un effetto indesiderabile sugli equilibri sociali:

«Romanzi: corrompono le masse – Sono meno immorali in appendice che in volume – Si possono tollerare soltanto i romanzi storici perché insegnano la storia – Ci sono dei romanzi scritti con la punta di uno scalpello, altri che stanno sulla punta di un ago».

La possibilità che la cultura sia accessibile non è contemplata:

«Esposizione: motivo di delirio del XIX secolo».

«Scritto, scritto bene: espressione dei portieri per definire i romanzi d’appendice che li divertono».

Inoltre, la pratica delle arti ha effetti non desiderabili sulle finanze di chi la esercita e della società: le arti portano costi certi e nessun ricavo. Per restare nella metafora del titolo di questo volume, è possibile che l’artista mangi molto, ma il suo guadagno non è durevole ed è sovvenzionato: il disordine si evidenzia nei costumi, nelle scelte di abbigliamento, nella incapacità di dare valore al denaro, di esercitare quella funzione di controllo di sé così importante per la società borghese. Anche per questa inaffidabilità strutturale, le arti e la cultura assorbono risorse, ma non generano valore.

Parte del problema è connesso al fatto che l’attività artistica non è efficace né efficiente rispetto a quella manifatturiera, di cui è imperfetto sostituto, sia per la qualità dell’output, poco standardizzato, sia per la scarsa efficienza dei processi:

«Arti: sono veramente inutili, dal momento che possono essere sostituite con delle macchine che fabbricano anche più rapidamente».

 

Inoltre, non sembra possibile collegare il valore artistico di un manufatto e la sua unicità alla natura dei processi produttivi che hanno reso possibile la sua realizzazione; le due cose sono distinte:

«Gobelins (tappezzeria dei): è un’opera immane che richiede 50 anni per essere compiuta. – Esclamare: ‘È più bella della pittura’ – L’esecutore non sa cosa fa».

In realtà è possibile intravvedere nelle arti elementi di creazione di valore non economico; esiste ad esempio una relazione fra arti e status:

«Autori: si è tenuti a ‘conoscere gli autori’; inutile sapere i loro nomi».

«Biblioteca: averne sempre una in casa, specie quando si vive in campagna».

E si percepisce un sottile senso di disagio a descrivere qualcosa di impalpabile, difficile da valutare o anche da qualificare, ma che pure, in qualche modo, arricchisce. Conviene, a fronte di questa difficoltà, rifugiarsi nell’idea che la cultura è bellezza, in grado di suscitare emozioni in modo imprevedibile a livello individuale:

«Ispirazione poetica: cose che la provocano: la vista del mare, la donna...».

Oppure, in alternativa, considerare in modo paternalistico la possibilità che la cultura sia fonte di conoscenza, o, piuttosto, che sia lo strumento per consolidare strutture sociali e mantenere lo status quo:

«Museo: di Versailles: esalta le gloriose gesta della nazione – Nobile idea di Luigi Filippo – Del Louvre: non bisogna portarci le giovanette – Dupuytren: utilissimo farlo vedere alla gioventù».

Molti dei luoghi comuni citati da Flaubert sono stati riproposti in tempi più vicini a noi: Alberto Sordi e Anna Longhi in Le vacanze intelligenti ben rappresentano le reazioni dell’italiano medio davanti all’arte contemporanea, difficile da capire, lontana dalla realtà, respingente. E la relazione fra bellezza che emoziona e qualità del lavoro artistico che l’ha realizzata (su cui tanto avevano riflettuto gli antichi, da Platone ad Aristotele a Plotino) è ancora troppo spesso risolta affidandosi a giudizi estetici semplificati. Il fatto che ci sia relazione virtuosa fra bellezza e conoscenza sfugge ai più.

 

 

Di pari passo, facciamo fatica a collocare, da un punto di vista sociale ed economico, l’artista e il suo lavoro; e questa difficoltà alimenta il luogo comune. Nel tempo, e a seconda dei casi e delle discipline, gli artisti sono stati considerati servi, artigiani, maestri, idoli. Già gli antichi avevano idee diverse al riguardo: Plutarco, ad esempio, correla lo status dell’artista al fatto che la sua opera sia remunerata o meno, e Aristotele riconosce all’artista una sapienza che non è solo abilità manuale, ma coscienza dei principi e dei fini dell’opera. Alla base di tutto c’è una questione preliminare: che cosa intendiamo con «cultura»?

In maniera un po’ schematica, potremmo riassumere le diverse definizioni presenti in letteratura:

– il lascito, l’eredità sociale che un individuo riceve dal proprio gruppo di appartenenza (ad esempio la famiglia). La cultura è quindi espressione di un radicamento individuale e collettivo in una società e rappresenta una sorta di deposito di conoscenze, usi, norme e competenze;

– un modo di pensare, di credere, di essere, un elemento identitario che permette alle persone di riconoscersi come simili;

– un insieme di norme non scritte, ma osservabili, che definiscono le regole di appartenenza ad un gruppo sociale, un meccanismo che disciplina i comportamenti individuali e collettivi;

– ciò che caratterizza lo stile di vita di una persona, qualificandone i consumi e i comportamenti.

In queste definizioni, piuttosto diverse fra loro, cultura è allo stesso tempo individuale e collettiva, passata e presente, nel mercato e fuori dal mercato, visibile in prodotti, servizi e procedure, ma anche implicita e intuita. Forse è con gli aspetti più personali, che contemplano solo in parte scambi di merci e servizi, che dobbiamo fare i conti quando diciamo che con la cultura non si mangia?

 

Gli argomenti che sostengono il luogo comune sono molti, ma l’argomentare è spesso poco costruttivo, in parte perché le diverse categorie di interlocutori utilizzano linguaggi diversi fra loro e attribuiscono significati diversi alle stesse parole; il corporativismo e le logiche accademiche disciplinari non aiutano.

L’espressione «con la cultura non si mangia» è attribuita a Giulio Tremonti, allora ministro dell’Economia. Lui stesso nega di averla mai detta; la frase corretta, pronunciata in privato e destinata all’allora ministro Sandro Bondi che si lamentava per i tagli alla cultura, sarebbe: «in tutta Europa, anche a Parigi e Berlino, stanno tagliando i fondi alla cultura. È molto triste, una cosa terribile, lo capisco. Ma vorrei informare Bondi che c’è la crisi, non so se gliel’hanno detto: non è che la gente la cultura se la mangi».

Per quanto la presunta frase originale sia diversa rispetto al titolo di questo libro, sempre con cultura e nutrimento abbiamo a che fare. Se la frase ha avuto così seguito, pur non essendo stata mai pronunciata, forse vale la pena esaminarla a fondo.

Sullo sfondo poi vi sono tre questioni ambigue: la prima riguarda i destinatari della cultura. È per pochi fortunati o per tutti? Forse nel primo caso con la cultura non si mangia perché è un privilegio per talmente poche persone che non vale la pena di prenderla in considerazione: il confine fra la nicchia e il loculo è labile. O piuttosto è qualcosa di talmente ambiguo, pervasivo e inafferrabile da essere un bene senza valore, inestimabile perché non misurabile, e quindi, per questo stesso fatto, impossibilitato a nutrire.

 

La seconda area di ambiguità riguarda l’utilizzo dell’aggettivo ‘pubblico’ spesso associato alle arti e alla cultura. Forse con la cultura non si mangia perché è un bene pubblico, liberamente fruibile da tutti: non posso impedire a chi passeggia per le vie di Roma, Firenze o Venezia di godere gratuitamente della loro bellezza, anche se qualcuno sostiene costi certi per la manutenzione dei monumenti di quelle città. E questi monumenti attirano sì turisti spendaccioni, ma anche (troppo) parsimoniosi escursionisti o turisti «mordi e fuggi». Ancora, con la cultura non si mangia perché è gestita da enti pubblici inefficienti e da burocrati parassiti.

 

E infine, non si capisce bene a chi appartenga la cultura, e quindi chi debba occuparsene, precondizione per mangiarci su: di chi è La Gioconda? Italiana perché italiano era Leonardo da Vinci, francese perché probabilmente l’acquistò Francesco I e perché è custodita al Louvre, o dell’umanità come suggerisce l’Unesco? Forse con la cultura non si mangia perché è bene di tutti, e quindi di nessuno.

È forse proprio nella difficoltà a portare ad unità i tre aspetti di bellezza, significato e processi produttivi e di consumo che possiamo rinvenire la solidità del preconcetto e la sua durata nel tempo. Se prevale la componente estetica (la cultura dilettevole e piacevole), il rischio è di relegarla a qualcosa di frivolo, non necessario, inconsistente e soggettivo: con la cultura qualcuno mangerà pure, ma in fondo perché occuparsene? Se la cultura viene valutata prevalentemente secondo parametri di verità etica e metafisica, allora la sua rilevanza va misurata innanzitutto in termini politici ed educativi... e quindi tutto sommato è irrilevante che con la cultura si mangi o meno. Se invece prestiamo troppa attenzione ai processi produttivi e di consumo che le sono sottesi, il tema non è tanto se con la cultura si mangi (perché è evidente che è così), ma quanto. È nella riflessione contestuale e congiunta dei tre aspetti che vale la pena smontare il luogo comune, riconoscendo che l’ambiguità della definizione di cultura suggerisce di prendere in considerazione una dimensione materiale (le cose, gli artefatti) e una immateriale (le tradizioni, gli usi, le rappresentazioni che derivano dalla relazione fra le persone), una dimensione di stock e una di processo.

 

Lo scopo di questo libro non è solo dimostrare che con la cultura si mangia, ma anche a quali condizioni e come si mangia. Così da suggerire che la qualità del nutrimento che ci offre la cultura è meglio della spirulina, dei broccoli, degli agrumi o del pesce azzurro: alimenti gustosi, nutrienti e notoriamente ricchissimi di antiossidanti, proteine, vitamine e minerali. Per farlo, intendo partire dall’insieme dei luoghi comuni sulle arti e la cultura ed esplorarli uno ad uno con dati e riflessioni, così da dare conto della necessità irrinunciabile di prendere sul serio la cultura e di comprendere a fondo i modi in cui crea valore economico e non economico. Risulterà evidente, spero, che con la cultura si mangia, ma è bene non ingozzarsi, perché al pari di altre risorse non nutre tutti allo stesso modo e spesso non nutre a sufficienza. So bene che anche in ambito culturale ci sono storture, inefficienze e privilegi iniqui, ma spero appaia altrettanto evidente che abbiamo bisogno della cultura come dell’aria: per esistere come individui e come persone che appartengono a società.

Nei prossimi capitoli parlerò a volte di arte e a volte di cultura: non sono sinonimi, ma entrambi i termini mi aiutano a supportare le mie argomentazioni. Citando Foster Wallace, mi piacerebbe portare il lettore a cambiare prospettiva e ad acquisire innanzitutto «consapevolezza di ciò che è così reale ed essenziale, così nascosto in bella vista sotto gli occhi di tutti»; l’inimmaginabile non è gestibile. 

 

Da «Con la cultura non si mangia» Falso!, Editore Laterza 2018.

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