Cose terribili come fossero normali, e viceversa

C’è un capitolo nel secondo romanzo di Nadia Terranova – Addio fantasmi (Einaudi Stile Libero) – che si intitola Cose terribili come fossero normali e forse viceversa. È un titolo che mi ha ricordato, nella sua prima metà, Essere senza destino di Imre Kertész, e in particolare il protagonista, l’adolescente ungherese Gyurka, che si vede passare addosso la più feroce persecuzione della storia accettandola come se fosse, appunto, normale. Ma l’aspetto più interessante sta nella seconda metà della frase, in quel e forse viceversa che allude all’esatto contrario, alle cose normali [vissute] come fossero terribili. 

Addio fantasmi narra di una giovane donna, Ida Laquidara, che parte da Roma per far ritorno a Messina, la sua città natale, richiamata dalla madre in vista della messa in vendita della casa di famiglia. Prima di affidare la pratica a un’agenzia immobiliare c’è però da far aggiustare il tetto: un dislivello di tre centimetri rispetto al terrazzo dei vicini provoca il deflusso delle acque piovane, causa dell’umidità costante che ha inquinato per anni i muri della casa. “In quel dislivello fra il nostro terrazzo e il confinante era imprigionata la storia della nostra famiglia, in quel gradino il racconto di come io e mia madre eravamo sopravvissute, con una superiorità ostentata, siciliana fin dentro le ossa, un ostinato far finta di niente davanti agli sgarbi, agli oltraggi, alle mediocrità prima ancora che alle ingiustizie”. Il racconto è tutto giocato su questa variazione, lo sguardo del lettore diventa un pendolo che oscilla continuamente tra le cose terribili e le cose normali, i poli che in fin dei conti contraddistinguono la storia di ogni famiglia. 

 

Nella storia di questa famiglia la cosa terribile è accaduta un mattino di ventitré anni prima, quando il padre di Ida, Sebastiano Laquidara, al culmine di una depressione invalidante che lo ha via via sottratto al mondo, decide di scomparire nel nulla, senza lasciare tracce di sé, con l’unica eccezione delle lancette di una sveglia che restano ferme per sempre alle sei e sedici. Al momento della sparizione del padre, Ida aveva tredici anni. “Non sapevo quanto si è piccole a tredici anni, quanto si creda di essere grandi; le fiabe cadute alle spalle non ti avvisano, non ti consegnano strumenti in eredità: quali sono le avvisaglie che un regno sta per finire?”, si domanda Ida che ci racconta la storia in prima persona. 

Scomparire però non è come morire; sebbene nella lingua italiana la parola morte venga sostituita spesso per eufemismo con scomparsa. “La morte è un punto fermo, mentre la scomparsa è la mancanza di un punto, di qualsiasi segno di interpunzione alla fine delle parole. Chi scompare ridisegna il tempo, e un circolo di ossessioni avvolge chi sopravvive”. 

Gli scomparsi sono un tema ricorrente negli scrittori siciliani. Nadia Terranova, messinese di nascita, segue l’orma che fu di Sciascia con La scomparsa di Majorana e prima ancora di Pirandello con Il fu Mattia Pascal. In Sciascia era l’indagine, o meglio, la contemplazione di un’indagine, un enigma che – come sottolineò Pasolini – non poteva essere risolto né del quale si poteva ristabilire una verità, ma che era bello proprio per questo. In Pirandello invece una malintesa scomparsa, in quel caso un presunto suicidio, schiudeva le infinite possibilità di una nuova vita lontano dalla precedente. 

 

Terranova ci racconta invece le conseguenze dell’abbandono, ovvero l’altra faccia di una sparizione, il buco nero con cui devono fare i conti quelli che restano. Ida non dice molto di com’era la vita a tre dei Laquidara. Sappiamo che prima di precipitare nel dirupo depressivo Sebastiano insegnava latino e greco in una scuola privata, il pomeriggio dava ripetizioni, qualche volta accompagnava la figlia a pattinare. Poco altro. Ci dice moltissimo invece del dopo, del rapporto con la madre, di cosa significa crescere in una casa infestata da un fantasma, della furente simbologia delle prime mestruazioni che arrivano nel giorno dei morti, dei primi inquieti amori, e della fuga dalla Sicilia verso la capitale.  

E poi c’è il presente: il suo lavoro alla radio per la quale scrive “finte storie vere” che riscuotono un’inattesa popolarità; il rapporto stanco e tenero col marito rimasto a Roma che nel corso degli anni si è fatto per lei nel contempo compagno, genitore e fratello; l’amicizia che nasce con il giovane operaio della ditta a conduzione famigliare incaricata di coibentare il terrazzo; l’apparizione di una vecchia compagna dei tempi dell’adolescenza che con la sua nuova freddezza le svela l’aspetto di sé più duro e doloroso.

Il movimento del pendolo. La forza trainante di questo romanzo è nel suo scorrere continuo lungo il filo che delimita i due campi: la consuetudine e la (terribile) singolarità.

 

 

La scrittura di Nadia Terranova si muove su questa soglia, la attraversa in un senso e nell’altro, continuamente, gioca a sovrapporre le due realtà. Accompagna il lettore nella casa dell’infanzia di Ida descrivendone i tagli di luce, gli odori, gli oggetti raccolti e stipati nell’ombra, i sedimenti del tempo, quella patina impalpabile che costituisce la memoria di un luogo. Per poi lasciar dilagare lo sguardo sulla città di Messina, mai prima d’ora raccontata in maniera così viva e pulsante e restituita alla letteratura attraverso pagine di rara bellezza, Messina che “si distende per risalire, scende in piccole valli e si apre negli angoli alle scalinate, punta al cielo con fontane e guglie, si curva su sé stessa con cupole catalane e marciapiedi rotti, si affaccia alle finestre sui cortili popolari”, i miti del mare acquisiti come il latte materno – Colapesce e l’anello del re, Morgana che ammalia i nuotatori, le ninfe Scilla e Cariddi tramutate in mostri –, la luce bianca dello Stretto (“Chi non sa niente della Sicilia pensa che la luce porti buonumore e va diffondendo l’equivoco dell’allegria, ma i siciliani la luce la scansano e la subiscono come l’insonnia e la malattia, a meno che non sia una scelta, e nessuno può scegliere la luce tutti i giorni per tutto l’anno. Renderebbe ciechi, invalidi. Anche la luce può essere un nemico”).

Ma non solo la città di Messina. La lingua stessa del romanzo è una sorta di ritorno alla casa del padre. Ossia a quel Novecento italiano tanto caro all’autrice: alle inquietudini di Cesare Pavese, alla poetica degli oggetti di Natalia Ginzburg, alla memoria e ai simboli di Anna Maria Ortese. La lingua in questo senso non è disgiunta dai temi del racconto. Incrocia una latitudine letteraria ben precisa, rientra in una costruzione, in una tela che Terranova ha iniziato a tessere fin dal suo primo, fortunato romanzo: Gli anni al contrario

 

Qui tuttavia la lingua fa un salto di qualità, diventa limpida, luminosa, si muove su più registri contemporaneamente, spostandosi agilmente dalla realtà al sogno, maneggiando con sicurezza quella cosa di per sé ingovernabile che è il tempo. La voce narrante indossa i panni dell’io (ne Gli anni al contrario l’io narrante si rivelava solamente alla fine, e per il resto la storia, una storia d’amore e di distruzione, era interamente focalizzata sui fatti che riguardavano i due protagonisti immersi nel passato remoto narrativo). È un io che consente all’autrice una costruzione dei periodi più libera. La paratassi del precedente romanzo lascia qui il passo all’ipotassi, a tratti a un vero e proprio flusso di coscienza. 

In molti passaggi della narrazione lo stile ingaggia una battaglia con la consapevolezza che non tutto è afferrabile dal linguaggio. Ed è allora che Terranova si gioca la carta dei sentimenti, solo allora, nello sforzo di toccare con la scrittura il cuore vivo delle cose umane. “Mi svegliai e mi tirai su. Chiamai sottovoce Pietro, mio marito, non perché avessi bisogno di lui ma perché desideravo non escluderlo dal fatto che stavo morendo. Mi pareva importante, morire, e volevo che ne fosse testimone”. 

Ho citato Natalia Ginzburg. Leggendo i dialoghi tra Ida e sua madre viene in mente il famoso passaggio contenuto ne Le piccole virtù: “Strappate dolorosamente al silenzio, vengono fuori le poche, sterili parole della nostra epoca, come segnali di naufraghi, fuochi accesi tra colline lontanissime, flebili e disperati richiami che inghiotte lo spazio. Allora, quando vogliamo far parlare tra loro i nostri personaggi, allora misuriamo il profondo silenzio che s’è addensato a poco a poco dentro di noi”. 

 

È appunto nei dialoghi e nei silenzi tra madre e figlia che prende forma l’arborescenza del passato, ma anche negli scatti d’ira, nelle verità rinfacciate. Il fantasma non è solo quello del padre, è il fantasma di qualsiasi famiglia, è la stratigrafia del tempo e delle relazioni, delle perdite e dei mutamenti.

Addio fantasmi è dunque un romanzo che racconta cose terribili come fossero normali, e viceversa (senza forse). È un romanzo su uno dei mali più crudeli che affligge l’essere umano: l’assoluta, desertificante impotenza che deriva dalla sottrazione degli affetti. Ed è un racconto su come nascondiamo noi stessi dentro le scatole cinesi della nostra vita, finendo per non nascondere in fondo mai nulla. 

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