Crisi e contagio

“Mai sprecare una buona crisi!” diceva Winston Churchill e in questi mesi sarebbero molti a domandargli che vantaggi si potrebbero trarre dall’innegabile crisi che stiamo attraversando per merito di un minuscolo virus che ha trovato nei nostri corpi umani un valido aiuto per la sua sopravvivenza, mandando in panico intere nazioni. In momenti come questo studi come quello di Jared Diamond, Crisi, come rinascono le nazioni, uscito per Einaudi nell’ottobre 2019, potrebbero risultare di utile consultazione a chi ha la responsabilità di governare. 

 

Diamond parte dai fattori in grado di favorire un soggetto singolo nella risoluzione di una crisi personale individuati dai terapeuti delle crisi, si domanda se possono applicarsi anche a organismi complessi come le nazioni e sulla base di questo schema analizza specifiche crisi in Finlandia, Giappone, Cile, Indonesia, Germania, Australia e Stati Uniti. Dodici sono i fattori individuati per la sua analisi, naturalmente nel passaggio dal personale al nazionale qualcosa cambia, vediamoli insieme. 

1. Riconoscimento dello stato di crisi / consenso circa lo stato di crisi nazionale. 

2. Accettazione della responsabilità personale / accettazione della responsabilità nazionale.

3. Tracciare un confine / confini chiari per delineare i problemi nazionali da risolvere.

4. Chiedere aiuto agli altri / richiesta di aiuto materiale ed economico ad altre nazioni.

5. Gli altri come modello / le altre nazioni come modello per la risoluzione dei problemi.

6. Forza dell’io / identità nazionale.

7. Capacità autocritica / capacità di autovalutazione nazionale onesta.

8. Esperienze di crisi pregresse / esperienza storica di crisi nazionali precedenti.

9. Pazienza / presa in carico del fallimento nazionale.

10. Flessibilità / flessibilità nazionale in situazioni specifiche.

11. Valori fondanti / valori fondanti nazionali.

12. Libertà dalle costrizioni / libertà da costrizioni geopolitiche. 

 

Diamond ha una grande abilità di scrittura, riesce a rendere piacevole qualsiasi argomento tratti, ha un tono tranquillo, posato e nello stesso tempo appassionato, come molti saggisti americani è abituato a mescolare vita privata a considerazioni di ordine generale e lo fa con una grazia veramente notevole. Oltretutto, alcuni dei suoi libri sono stati fondamentali per la formazione di una nuova coscienza della nostra storia di umani, Armi acciaio e malattie e Collasso, solo per citarne due, sono testi che chiunque dovrebbe conoscere per una corretta comprensione del contemporaneo. Il metodo che ha usato in Crisi, anche se inizialmente mi aveva lasciato perplesso, riesce a funzionare, complice anche la sua provata capacità di analisi. Ma proseguendo nella lettura, soprattutto nei casi di Cile e Indonesia, non sono riuscito a scacciare dalla mente l’immagine vista in tante pellicole western hollywoodiane che si riassume nel famoso “arrivano i nostri”, quando nel bel mezzo di una feroce battaglia all’ultimo sangue i protagonisti stanno per soccombere e, insperato e risolutivo, arriva il drappello dei “nostri” a salvare la situazione. E i “nostri” in questione, guarda caso, sono sempre americani o almeno di formazione neoliberista americana.

 

Accade con Pinochet in Cile, dove l’economia era andata a rotoli, secondo l’analisi di Diamond, per le politiche troppo a sinistra di Salvador Allende che, facendo un enorme torto agli investitori statunitensi, aveva osato nazionalizzare le miniere di rame, bloccato i prezzi e aumentato i salari dei lavoratori. “Il risultato di quelle politiche economiche non tardò a degenerare in un vero e proprio caos, che a sua volta provocò gravi episodi di violenza e diede fiato alle proteste dell’opposizione.” Nella lineare e piacevole ricostruzione di Diamond, il colpo di stato di Pinochet del 1973 fu il risultato finale di tutti questi cambiamenti, ma “l’inversione di marcia non fu immediata: per i primi diciotto mesi successivi al golpe l’economia cilena seguitò a contrarsi, l’inflazione a galoppare e la disoccupazione a crescere. Dal 1975 in avanti, però, Pinochet affidò la gestione economica del paese a un gruppo di consulenti di scuola neoliberista formatisi all’Università di Chicago sotto la guida di Milton Friedman, i cosiddetti “ragazzi di Chicago”. Capisaldi delle loro politiche erano libera impresa e libero commercio, introduzione di riforme di mercato, pareggio di bilancio, abbassamento dell’inflazione, modernizzazione delle imprese e riduzione dell’intervento statale in ambito economico.

 

 

Nel giro di pochi anni i Chicago Boys risollevano l’economia del paese, anche se con qualche piccolo trascurabile inconveniente perché “i benefici del nuovo corso tendevano a distribuirsi in maniera disomogenea tra la popolazione: così, mentre il ceto medio e l’alta borghesia prosperavano, molti cileni si ritrovarono a vivere sotto la soglia della povertà.” Nel sistema neoliberista in cui tutti ci troviamo immersi e che all’inizio del nostro secolo è rimasta l’unica ideologia in campo, non stupisce che un uomo come Pinochet, universalmente riconosciuto come uno dei più feroci dittatori della storia, sia stato incriminato non perché colpevole di aver fatto torturare e trucidare migliaia di persone, ma per l’unico delitto che un sistema che si basa sull’economia riconosce: l’evasione fiscale, esattamente come accadde per Al Capone nel 1931. 

 

Tra il 1965 e il 1966 in Indonesia si consuma uno dei peggiori genocidi del Novecento, mezzo milione di vittime secondo le stime del governo in carica, due milioni secondo altre fonti, trucidati dalle forze armate con l’accusa di essere comunisti. Il presidente Suharto chiama economisti formatisi all’Università della California e a Berkeley, il gruppetto di esperti viene chiamato la “mafia di Berkeley” e applica gli stessi metodi dei Chicago Boys per risollevare il paese. L’impressione è che questi missionari dell’economia neoliberista assolvano la medesima funzione dei missionari cristiani nei confronti delle popolazioni indigene durante le varie colonizzazioni europee. Arrivano, convertono la popolazione al loro sistema, rendendola docile e assuefatta, pronta per far parte della grande chiesa di Dio nel caso dei missionari cristiani, e della grande chiesa del denaro, nel caso dei missionari neoliberisti.

 

Dopo aver passato in rassegna gli stati, Diamond chiude il testo con un capitolo sulle prossime sfide per il mondo e a questo punto il gioco diventa più trasparente. Qui, nonostante l’estrema lucidità con cui passa in rassegna i problemi coi quali ci stiamo confrontando negli ultimi decenni, non c’è una sola parola sui “nostri”, il sistema neoliberista, che ormai da troppi analisti viene indicato come uno dei principali responsabili della crisi in cui si trova il mondo umano. “A questo punto viene fatto di pensare che i cambiamenti climatici siano inarrestabili e che i nostri figli siano destinati con assoluta certezza a un mondo in cui non vale la pena di vivere, ma non è così. I cambiamenti climatici dipendono in misura preponderante dall’azione dell’uomo, dunque per invertire la rotta basta intervenire sulle nostre abitudini: ridurre il consumo di combustibili fossili e produrre più energia da fonti rinnovabili come il vento, il sole, il nucleare.” È abbastanza ovvio osservare che quel “basta intervenire sulle nostre abitudini” è esattamente il punto chiave su cui vertono le ormai innumerevoli proposte della comunità scientifica da più di quarant’anni e che ormai è chiaro che è proprio quello il nodo gordiano da sciogliere. 

 

Il questi giorni si potrebbe pensare che Alessandro il Grande si sia fatto talmente piccolo da assumere l’invisibile forma di un virus e con un solo colpo sia riuscito a sciogliere il nodo facendoci cambiare immediatamente, volenti o nolenti, tutte le nostre care vecchie abitudini. Le mappe satellitari della Nasa hanno rilevato che nel giro di un mese, dal 20 gennaio al 25 febbraio di quest’anno, in corrispondenza con il blocco delle attività produttive, nella Cina del Nord si sia verificato un improvviso e inedito calo dell’inquinamento da biossido di azoto, che ha raggiunto quasi il livello zero. Come se l’unico modo per evitare l’apocalisse fosse un’altra apocalisse.  

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