David Bowie: un’infinita iconografia

L’iconografia di David Bowie a pochi mesi dalla morte, si rivela di ricchezza sconfinata, nell’incrocio di iconografie e immaginari. Da gennaio giro per l’Italia, di fronte ai pubblici più diversi, per raccontare il mio libro Ziggy Stardust. La vera natura dei sogni (add), scritto lo scorso anno. Alla fine incontro storici dell’arte, del design e della moda, fans certo, ma anche studiosi e tutti mi danno un ulteriore dettaglio del quadro, un altro tassello del mosaico, estremamente complesso da ricostruire, che mi era sfuggito nel lavoro di ricerca. Non era mai accaduta prima una così fitta sequenza di mostre su una icona del rock in Italia e vale la pena di ripercorrere gli itinerari di questa vera e propria stagione bowiana in Italia. Ha inaugurato la piccola e agguerrita galleria ONO a Bologna, che in primo luogo ha realizzato la mostra dedicata al maestro Sukita, noto per aver creato l’immagine di Heroes, con il cantante in veste robotica su sfondo grigio. Questa esposizione è stata poi riproposta dalla Cassa di Risparmio di La Spezia con un bell’allestimento (inaugurazione il 30 aprile, la chiusura è il prossimo 19 giugno): il lavoro del maestro nipponico era iniziato a Londra al tempo di Ziggy, ribadendo il legame di quel progetto (e in generale in tutta la produzione dell’artista inglese) con l’iconografia giapponese.

 

Era quello il tempo in cui in scena comparivano creazioni radicali e stravaganti di Yamamoto Kansai, tra cui l’abito asimmetrico senza una manica e quello con i conigli volanti ispirati a Hokusai, acquistato in una boutique di Carnaby Street dove nessuno aveva voluto comprarlo, perché troppo eccentrico. Si annuncia ora l’arrivo al MAMBO di Bologna di un riallestimento della esposizione, magnifica, che Bowie aveva concepito con Frida Giannini, allora direttrice artistica di Gucci, per il Victoria and Albert Museum di Londra. Il duca bianco aveva sempre rifiutato di scrivere una autobiografia e aveva rimandato al mittente cospicue proposte economiche, ma in quella esposizione, aprendo i bauli e gli armadi, tra zeppe, boa, foto di scena, quarantacinque giri che avevano formato il suo gusto, biglietti dei concerti ascoltati si disegnava il ritratto di un artista che ha toccato nella sua esistenza ambiti diversi dal teatro al cinema, passando per il design e la fotografia.

 

La formazione di Bowie, d’altra parte, nella scuola tecnica di Bromley, alla periferia di Londra, era stata nella pubblicità, e in questo ambito aveva iniziato a lavorare poco più che adolescente. Basta osservare il lavoro, notevolissimo, per le copertine di Ziggy Stardust, realizzato insieme a Terry Pastor: il “messia lebbroso”, alieno solo e disperato, piovuto a Heddon Street (un vicolo vicino a Regent Street, dove ora una lapide del comune di Londra ricorda uno degli avvenimenti fondamentali della cultura pop del Novecento). Il volto è bianco, trasparente: il nostro è raffigurato con una chitarra ad armacollo, portata come un mitra, indosso ha una tuta glam disegnata da Freddy Burretti, sarto di corte, che aveva ricreato la suggestione fortissima degli abiti dei drughi di Alex in Arancia meccanica di Stanley Kubrick, influenza principale nella creazione di Ziggy e dei suoi Spiders from Mars. Bologna prenderà quindi un ruolo di supremazia in questa vendemmia di mostre bowiane, e la Galleria Ono allarga il quadro con un’altra esposizione dedicata a Patrick Duffy, altro fotografo importante, che entra nel quadro a partire dagli anni ’70 e segue a lungo il cantante. L’esposizione sarà nel prossimo ottobre e verrà accompagnata dalla pubblicazione del libro By Duffy, edito sempre dalla stessa galleria, con una prefazione di Peter Blake.

 

Colpiscono specialmente gli scatti iper-psichedelici del 1972, in cui gli abiti sono quelli che Burretti creava con stoffe indiane acquistate da Daniella Parmar, che nella dimora dei Bowie, nella bella Haddon Hall, magione dal gusto decisamente tra preraffaellita e buddista, aveva messo in piedi un laboratorio di tintura per ottenere le stoffe del colore necessario per la rappresentazione. In tutta questa documentazione è evidente che Bowie ha cambiato i colori e le fogge degli abiti negli anni ’70, proponendo una creatura androgina e transessuale, ha riportato anche la moda all’attenzione in un decennio che preferiva in omaggio a un rousseauiano concetto di autenticità i jeans sdruciti e scoloriti, le magliette tinte in casa con il micidiale sistema tye-dye e gli zoccoli svedesi. Insomma, per chiudere il quadro, manca solo una esposizione retrospettiva di Mick Rock (le cui immagini, importantissime nel mondo di Bowie saranno presenti con una selezione nella mostra del Mambo). Il maestro che ha trovato (nomen omen) nel suo cognome un destino, determinando l’iconografia di molte rockstar, a partire da Mick Jagger, ha firmato tra l’altro il magnifico video di Life on Mars, con il completo e le zeppe turchesi.

 

L’eredità di Bowie è insomma nell’incrocio delle arti: al progetto di Ziggy Stardust che ha rivoluzionato la cultura degli anni ’70 avevano contribuito influssi estetici diversi e molto articolati: il mimo di Lindsay Kemp (Bowie era stato in in scena Pierrot in turquoise e il mimo aveva firmato la prima versione scenica di Ziggy nel 1972), il kabuki di Bando Tamasaburo, tesoro nazionale del Giappone, da cui aveva preso lezioni di trucco al momento della sua tournée a Tokyo, la fantascienza secondo Stanley Kubrick (i concerti finivano con Pomp and Circumstance di Edward Elgar, simbolo sonoro del colonialismo inglese, parodiata violentemente in Arancia meccanica), senza scordare l’Apocalisse tecnologica. Già, perché il “messia lebbroso” creato dal cantante giungeva ad annunciare che l’energia ottenuta con i combustibili fossili stava finendo, proprio nel momento in cui l’austerity, costringeva tutti in Europa a ricorrere alle biciclette e perfino ai cavalli. Le mostre di questa stagione permettono di vedere il making of di quella creazione e delle seguenti identità agite dall’artista, che ebbe tra l’altro il genio degli alias e degli pseudonimi.

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