Ece Temelkuran, Soffiano sui nodi

Chi sono le donne che soffiano sui nodi?

Da Lilith a Didone, dalle sirene a Circe, da Medea alle streghe e allo splendido personaggio dell’Arte della Gioia di Goliarda Sapienza, Modesta, da Cibele a Fatima e a Kahina: le donne che soffiano sui nodi sono le Maghe, direbbe forse Cortázar.

Lilith, figura proveniente dal mondo babilonese e mesopotamico, nella Bibbia fu la prima moglie di Adamo e venne ripudiata e cacciata per essersi rifiutata di sottomettersi all’Uomo. Da allora è un demone, una tempesta. 

Cibele, o Madre Idea, è la divinità anatolica della natura, di animali e luoghi selvatici, creatrice e distruttrice.

Didone fu la sovrana di Tiro e poi, grazie a un acuto artificio, divenne regina di Cartagine e ne fece una delle più importanti città del Mediterraneo.

Kahina, che in arabo significa maga, sacerdotessa e indovina, fu regina di diverse tribù berbere ebraiche e cristiane. 

 

Tutte rimandano a un unico archetipo che si incarna in mille figure e tradizioni diverse – sono le donne che “praticano sortilegi”, che conoscono e usano i segreti di un certo arcano potere dell’energia femminile e ne fanno arma di libertà e arpione verso l’“arte della gioia” – e soprattutto sono le donne da cui in particolare cristianesimo e islam hanno sempre intimato di guardarsi, che hanno coperto o bruciato, nascosto o dimenticato.

 

 

Soffiano sui nodi è il romanzo di Ece Temelkuran appena uscito per la casa editrice fiorentina Spider&Fish, che della stessa autrice aveva già pubblicato lo scorso anno Turchia folle e malinconica – scritto a Zagabria, dove ora abita in seguito al licenziamento dal giornale e dalla televisione in cui lavorava, per articoli critici nei confronti di Erdogan.

 

Nella terrazza di un albergo di Tunisi, si incontrano una notte tre donne: Maryam, egiziana, mascolina, misteriosa, accademica dell’università americana del Cairo, in viaggio per una ricerca su Didone, ha vissuto ogni istante dei giorni intensi di piazza Tahrir; Amira, tunisina, danzatrice del ventre che sogna di aprire una scuola di danza, blogger sovversiva, è da poco tornata nella sua città dopo esserne fuggita; l’io narrante è una giornalista turca, appena licenziata dal proprio giornale, in vacanza a Tunisi per allontanarsi dal pesante clima politico di Istanbul. Chiacchierano, fumano, ridono raccontano e omettono i loro passati.  

Qualche terrazza più in basso, le dita di una signora anziana battono il tempo di una canzone su un calice di vino. Le stesse dita affusolate scriveranno il giorno seguente le parole eleganti e sibilline di un invito a cena e riveleranno una donna affascinante e misteriosa, da cui le tre giovani riceveranno un secondo invito – questa volta un invito al viaggio, la proposta magica di un’avventura.

 

Per ragioni diverse e ognuna in cerca di qualcosa, tutte e tre, non necessariamente di buon grado, accettano di lasciarsi portare dalla Tunisia verso la Libia – tra campi profughi, tuareg e comunità ribelli di amazigh – poi in Egitto, passando da una comunità femminile votata a Ipazia, infine, in nave, in Libano. Attraversano e vivono i luoghi della primavera araba, ognuna guardandoli e percependoli da un’angolatura diversa ma con la stessa intensità e urgenza, ognuna ha dietro le spalle e davanti agli occhi la propria lotta e quella lotta è da tutte necessariamente condivisa.

Procedono attraverso luoghi e lotte e deserti guidate da Madame Lilla, personaggio di fascino e mistero, con un passato che si svela più ricco e sfaccettato a ogni tappa del viaggio, una donna che ha comprato e venduto informazioni, ammaliato infiniti uomini, partecipato a troppe rivoluzioni. Vive e racconta la realtà, il passato tanto quanto il presente, come il protagonista di Big Fish – quasi potesse trasformare ogni pozzanghera in mare, ogni lucertola in drago: tutto è amplificato, tutto è romanzo e si ammanta di magia e significato. Non si tratta di mentire, solo di dipingere, intensificare i colori e gli odori della realtà, inserire se stessi in una narrazione e assegnare un ruolo a chiunque vi partecipi. E forse è proprio questo sguardo sulla realtà che le conferisce il potere femminile delle “donne che soffiano sui nodi”, è grazie a questa forza immaginativa e significante che si può ergere a mentore e guida nel viaggio di iniziazione e purificazione delle tre giovani e che può permettersi di infligger loro rischi e prove di fiducia. 

 

 

“La Sura intima di guardarsi dalle donne che soffiano sui nodi... Dalla malvagità delle donne che praticano sortilegi. Dio conosce le nostre azioni future, buone e cattive. Siamo noi ad averle dimenticate. Ma ora che abbiamo passato il confine... Vi aiuterò a ricordare. E voi mi aiuterete. Mi sarete accanto nella ricerca dell'uomo che ha distrutto l’universo creato dal mio respiro!”.

 

Nell’universo creato dal respiro di Madame Lilla, si percepisce forte l’odio per il mondo maschile.  

La purezza e la forza di ognuna di queste Didone, in un modo o nell’altro, è stata squarciata da un amore – il più amato, lontano, doloroso – o da un potere, o più probabilmente da entrambi. L’obiettivo del viaggio è eliminare non tanto il corpo quanto il potere simbolico di quell’uomo o di quel potere e, riportandolo alla banale realtà, per un attimo fuori dal mondo da Big Fish, tornare “a ricordare”: ricordare è riacquistare il proprio di potere, la propria forza e il proprio essere per sé, diventando una Didone, un demone-Lilith, una Maga.

Così il viaggio si compie – attraverso la strada tracciata dalla mentore e maga Lilla – per ognuna in maniera diversa, ognuna passando attraverso la propria trasformazione.

 

Non è da tutti raccontare il presente riuscendo a svicolare dal particolare, dal semplice emozionale, dal contingente e dal personale. 

Soffiano sui nodi è prima di tutto una bella storia, di quelle che assorbono profondamente nel proprio mondo. Affronta temi e archetipi universali, al di là del periodo storico che racconta – e anzi, pone quello stesso momento storico su un piano più alto e meglio osservabile.

Ece Temelkuran parla della primavera araba attraverso lo sguardo di tre maghrebine, ognuna con storie diverse, chi profondamente credente chi assolutamente cosmopolita, e quello esterno di una giornalista turca, scevro quindi di ogni retaggio post-colonialista, che si rivela un punto di vista ricco e per nulla scontato su un momento di un passato molto prossimo e ancora molto caldo del Mediterraneo. 

Ma soprattutto, grazie al costante riferimento al mito e alla costruzione di tre personaggi così riusciti, in parte assolutamente romanzeschi, in parte quasi archetipici, riesce nel difficile compito della letteratura di sfilarsi, se lo si vuol raccontare, dalle maglie strette del presente storico.

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