Gli alberi e le parole di Tiziano Fratus

Il primo articolo della Dichiarazione dei diritti dell’albero proclamata quest’anno al Parlamento francese recita: “L’albero è un essere vivente fisso che, in proporzioni comparabili, occupa due ambienti distinti, l’atmosfera e il suolo. Nel terreno si sviluppano le radici, che catturano l’acqua e i minerali. Nell’atmosfera cresce la corona, che cattura l’anidride carbonica e l’energia solare. Per questo, l’albero svolge un ruolo fondamentale nell’equilibrio ecologico del pianeta”. Di questo miracolo della natura è appassionato Tiziano Fratus, scrittore, fotografo, naturalista, cercatore d’alberi.

Guardo le sue fotografie, tutte realizzate in un severo ma luminoso bianco e nero. In un mondo sull’orlo del precipizio di cambiamenti climatici forse irreparabili, i suoi alberi, i suoi saggi e le sue poesie sono una salvifica distrazione per la mente, un universo parallelo, da esplorare senza fretta. 

 

 

Nei libri annoda conoscenza naturalistica, evidente nei saggi, con un meditare che al sapere aggiunge profondità, coscienza e responsabilità. Dalle pagine e dalle fotografie traspare l’invito ad andare a vedere, a camminare e riflettere in mezzo ai pini cembri del Bosco dell’Alevé, in Val Varaita, e del Passo Manghen, fra Val di Fiemme e Valsugana, o nei boschi di larici e abeti che attorniano il Monte Pelmo o sotto il faggio del Pontone, il maggiore d’Italia per circonferenza del tronco, vicino al Passo Godi in Abruzzo.

Fratus sarebbe felice se un suo lettore, stimolato da foto e parole, andasse per quei luoghi, provando le sue stesse emozioni e sensazioni. Questa raccolta di immagini non è solo un’esposizione, è una ricerca di condivisione. 

 

 

“Quando non riesco a parlare vado a prendere la legna nel bosco e accendo le mie speranze”, così scriveva Alda Merini. Questo aforisma mi pare colga bene il senso di Tiziano per gli alberi.

Scorrendo il sovrapporsi di fotografie e di versi, ripenso a tutte le volte che nella mia vita ho incrociato alberi e poesia. Luoghi e scrittori che ricorrono anche fra le pagine di Tiziano Fratus. 

La mente va alla distruzione dei boschi dell’altipiano dei Sette Comuni, lo scorso anno, alla fine di ottobre. Protagonisti di tanti racconti di Mario Rigoni Stern, soprattutto del libro Arboreto salvatico, sono stati schiantati da una violenta bufera di vento; più di 300mila gli alberi abbattuti. Spezzato anche l’acero del suo arboreto salvatico, del gruppo di alberi che aveva piantato uno alla volta nel corso degli anni intorno alla sua casa, sul limitare del bosco. Quel giorno furono distrutte anche molte foreste del Bellunese e del Trentino. Triste accostare i magnifici scatti di Fratus, i grovigli di foglie, di rami e di radici, le alte colonne che sfidano il cielo e il tempo, alle distese orizzontali di tronchi abbattuti viste in altipiano. 

 

 

Ampio e complesso lo scenario che si apre ripensando all’antico rapporto tra gli alberi, la storia e la cultura. Nelle immagini di Fratus emergono la fragile bellezza ma anche la resistenza e la longevità di quello che Carlo Emilio Gadda definiva il ‘popolo degli alberi’. 

Nell’altipiano dei 7 Comuni, sotto l’ombra del ‘faggio di Gadda’ correvano le trincee e la postazione del gran lombardo. Pare sia stato piantato alla fine del Quattrocento in occasione della scoperta dell’America, di certo c’è la sua magnificenza di colori autunnali, struggente in ottobre. Alla sommità del tronco una mente desolata aveva inciso una svastica, l’avevo vista nell’ottobre del 2005 e avevo avvertito Rigoni Stern che a quel luogo era affezionato; lui poi aveva chiesto a un amico di rimuoverla. 

Penso poi al tiglio di Dino Buzzati in Valpiana non lontano dalla villa San Pellegrino dove era nato e poi sempre tornato, di dubbia individuazione purtroppo, e al liriodendro, alto quasi trenta metri, che lo scrittore ammirava dalle finestre e che chiamava ‘l’alberone’. Più volte citato nei suoi racconti e anche dipinto. E poi il suo ‘bosco vecchio’, tra le Dolomiti, con le cime degli abeti sparigliate dal vento Matteo.

Vado a ricordare i grandi platani di Chiavenna, presso la zona storica dei crotti: quaranta metri di altezza e sei metri di circonferenza, cari al ‘poeta delle Alpi’ Giovanni Bertacchi, spettatori dell’ultimo scontro per liberare la cittadina dal presidio fascista, nell’aprile del 1945.

E poi i larici e i pini cembri del lago Bianco, presso il rifugio Barbustel, un luogo che a Primo Levi ricordava Jack London e l’Alaska: vi si arriva salendo dalla valle di Champorcher o attraversando il Parco naturale del Mont Avic. 

 

 

Se penso ai larici mi emoziona ricordare quelli di Forcella Lerosa, negli altipiani sopra Ra Stua, un mondo di bellezza naturale ricordato soprattutto nelle pagine di Giovanni Cenacchi, climber e scrittore di montagna troppo presto scomparso. Sfinito dal cancro in un letto di ospedale, tormentato dal pensiero della malattia, ebbe la lucidità emozionata di scrivere nel suo diario: “Anche dal fondo dell’orrore, non posso non ammettere che il mondo sia uno spettacolo meraviglioso. Un pomeriggio di pioggia su un pascolo in alta montagna. Luce a drappi e a festoni, a colonne e a statue; luce a fiammate, a fontane, in grumi, in polvere iridescente per le stanze del bosco”.

Ho camminato anche nel Bosco delle castagne sopra Belluno, dove il 10 marzo del 1945, i tedeschi impiccarono per rappresaglia nove partigiani e un soldato francese. La guerra era ormai alla fine, le sorti del conflitto già chiare, e quelle giovani vite si spensero tra rami e cielo.

 

È lunga la storia dei legami tra alberi e cultura, letteraria e civile. Scrive Rigoni Stern: “Quando gli uomini vivevano dentro la natura, gli alberi erano un tramite di comunicazione della terra con il cielo e del cielo con la terra”. 

A Ferrara sono rimasto incantato a guardare i cedri del Libano all’ingresso del parco Massari, un luogo che ispirò Giorgio Bassani nel descrivere il giardino dei Finzi Contini. A guardarli, le sensazioni divergono: si ammira la loro forza e resistenza e si avverte una sottile malinconia, legata alla vicenda narrata da Bassani. 

 

 

Queste sensazioni contraddittorie sono frequenti: i grandi alberi monumentali esibiscono un passato secolare, quasi eterno e al contempo passibile di scomparire in fretta per le ingiurie del tempo e degli uomini. Una fragilità che diventa tristezza se osserviamo gli anelli degli anni in un tronco abbattuto. Quanti avvenimenti avrà visto quest’albero? Quante persone saranno passate sotto le sue fronde? 

Tra le foto di Fratus ho visto quel che resta dell’Avez del Prinzipe, un tempo l’abete bianco più alto d’Europa: un prato e un grande faggio che potrebbe raccoglierne il testimone. Il vento lo fece schiantare nel novembre del 2017: era una presenza discreta, un abete chioccia circondato dalla vegetazione, lo si poteva ammirare e valutarne gli anni solo guardandolo dal basso.

“Gli alberi fermano il tempo”, scriveva il naturalista inglese Roger Deakin. Forse, certo ci aiutano a capirne il senso e la misura. 

Il camminare in mezzo a loro, magari in un lariceto come quello di Gwengwiesen presso San Candido, ha invece a che fare con la felicità, con la consapevolezza di aver vissuto stagioni buone e altre meno buone. Ma vissute. Che è già un dono. 

 

 

Chiudo questa breve introduzione alla dendrosofia, alla passione per gli alberi di Tiziano Fratus, con le parole del filosofo Immanuel Kant: “Sublimi sono le alte querce, le ombre solitarie in un bosco sacro; belle sono le aiuole, le piccole siepi, gli alberi potati a figura. La notte è sublime, il giorno è bello. I temperamenti dotati di un sentimento del sublime, dal calmo silenzio di una sera d'estate, quando la luce tremolante delle stelle si rifrange in mezzo alle brune ombre notturne, e la luna solitaria campeggia sull'orizzonte, vengono a poco a poco innalzati a un elevato sentire di amicizia, di disprezzo per il mondo, di eternità. Il giorno radioso ispira fervore di opere e un sentimento di allegria” (da Osservazioni sul sentimento del bello e del sublime, del 1764).

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