Gli scarabocchi di Leonardo

Uno dei significati che solitamente viene attribuito al termine scarabocchio è quello di disegno non riuscito o eseguito male, in modo maldestro, “scarabocchiato” appunto; composto da un groviglio di linee inutili e sbagliate, tali da rendere incomprensibile ciò che raffigurano. Queste definizioni ci portano a supporre che a scarabocchiare siano generalmente, se non esclusivamente, soggetti che non sanno disegnare o che non praticano il disegno come una attività professionale. Connessa a questo ordine di considerazioni è anche la convinzione che, di converso, i pittori, gli scultori, gli architetti, i grafici, gli illustratori e tutti i disegnatori di professione non dovrebbero essere adusi alla pratica intenzionale dello scarabocchio.

 

Leonardo Da Vinci, Madonna con bambino e Giovanni, 1778.


È del tutto evidente, invece, la fallacia di questa convinzione: lo scarabocchio rappresenta un genere di disegno autonomo, universalmente esercitato da qualsiasi soggetto, indipendentemente dalle capacità disegnative e dall’età. Le funzioni che svolge possono essere molteplici, tra le quali quella di rivelare le condizioni mentali del soggetto nel momento in cui lo pratica, il suo livello di attenzione o di distrazione, lo stato di stress o di noia che sta vivendo. Il modo in cui viene eseguito, il ritmo, la velocità e l’andamento dei tratti possono essere letti come indicatori di uno stato di disagio, di estraniazione e possono perfino rivelarsi come il sintomo di un incipiente malessere o patologia. La lettura più diffusa è quella di segnalare lo stato psichico ed emotivo dei soggetti propensi alla digressione, alla divagazione o all’erranza. Alcuni studiosi di impronta psicoanalitica ritengono che possa rivelare l’esistenza di ben altri tratti psichici anche più profondi. Tuttavia i riferimenti non sarebbero completi se non includessimo anche le funzioni eminentemente progettuali. Ebbene sì, anche lo scarabocchio, o più precisamente la necessità di disegnare con la stessa disinvoltura e naturalezza è una componente essenziale dell’iter progettuale di ogni attività ideativa. Anche uno dei più eccelsi disegnatori che la storia dell’arte ricordi, il genio toscano Leonardo da Vinci, scarabocchiava e, a seconda dei contesti, considerava questa pratica grafica una necessità e un divertimento ad un tempo. 

 

Leonardo Da Vinci, Studio per bambino con agnello, 1503.


Fu proprio la spontanea manifestazione del suo talento grafico a indicare al notaio ser Piero da Vinci che, diversamente dalle proprie aspettative, l’educazione del figlio doveva seguire una strada diversa da quella del padre. I disegni eseguiti naturalmente dall’adolescente Leonardo, senza aver richiesto un preliminare apprendimento, possedevano già delle evidenti qualità, certificate anche da Andrea Verrocchio, al quale ser Piero li aveva portati in visione. All’età di circa tredici anni Leonardo entrò a far parte di una delle botteghe più vitali di Firenze, dove si professava una formazione globale sostenuta da interessi teorici e pratici la cui universalità ne costituiva il tratto distintivo rispetto a tutte le altre botteghe del tempo.

Nessuno prima e dopo di lui ha praticato l’arte del disegno nella sua più estesa e articolata declinazione: dallo scarabocchio al rebus, dallo schizzo immediato del primo pensiero ai diagrammi euristici, dalla raffinata ostensione del rendering alla perfezione dei modelli geometrici, dal disegno “scoppiato” a quello in “trasparenza”, alle figurazioni profetiche… Leonardo ha esplorato tutte le possibili forme di codificazione grafica, introducendo per primo quelle che nei secoli successivi formeranno il repertorio di competenze specifiche di tutti i settori professionali della comunicazione visiva odierna, compresa quella digitale.

 

Leonardo Da Vinci, Codice atlantico.

 

Nelle mani di Leonardo il disegno raggiunse livelli di eccellenza invidiati da molti pittori coevi e tali da spingere folle di estimatori a mettersi in coda per poterli ammirare dal vivo. Tuttavia, più di qualsiasi altro pittore, è stato proprio Leonardo a disseminare nella gran parte dei circa seimila fogli dei suoi manoscritti, e in particolare nel Codice Atlantico, un numero indefinito di piccoli e guizzanti appunti, brevi accenni, fulminanti quanto incomplete annotazioni tracciate con istintiva urgenza e velocità, il cui scopo immediato era quello di fermare nella mente e sul foglio delle effimere intuizioni. Disgrossare le forme in modo veloce e sommario, senza aver cura della precisione e della completezza, è una necessità ideativa essenziale per chi deve cogliere con immediatezza un gesto, un’espressione, un movimento, per i quali occorre che la mano esegua il disegno con la massima velocità che gli è consentita senza aspettare che l’occhio la corregga o ne precisi meglio la forma. Molti eventi accadono a una velocità superiore a quella che il nostro sistema visivo richiede per fissarne con precisione i contorni. In ragione di questa necessità Leonardo intima al pittore di comporre le storie evitando di “membrificare con terminati lineamenti”, senza cioè avere cura di delineare in modo preciso e finito i contorni delle figure.

 

Leonardo Da Vinci, Studio per la vergine Sant'Anna e Gesù bambino.


Così come molti pittori tendono a fare e si ostinano a pretendere che “ogni minimo segno di carbone sia valido.” Leonardo ricorda al pittore che è molto più importante rendere visibili i moti dell’animo che agitano dall’interno quei corpi e che per poterli cogliere con prontezza di mano occorre comporre “grossamente le membra delle figure.” Senza questa attitudine grafica, definita da Leonardo “componimento inculto”, tanto il pittore quanto ogni altro tipo di disegnatore si priverebbero della possibilità di fissare anche la prima idea di una composizione, con la stessa istantaneità con cui si forma nella loro mente e si troverebbero a rinunciare anche al genere di disegno in assoluto più espressivo e più personale. 

La necessità di verificare diverse soluzioni, di grandezza, di numero, di posizione e di forma di alcune parti o componenti di una composizione, sovrapponendole nello stesso disegno una sopra l’altra in trasparenza, oppure quella di rivedere, ritornare su di una decisione mutandone delle parti, che nella trattatistica vengono definiti “pentimenti”, danno luogo ad un tipo di disegno in buona parte scarabocchiato e confuso, che invera, però, una inattesa forza espressiva, così spiccata da invogliare i pittori a non rimuovere o nascondere le correzioni, lasciando i propri disegni fluttuare tra queste sorprendenti indecisioni, come nel caso della serie dei disegni a penna in cui Leonardo raffigura diverse soluzioni relative alla posizione della testa della Madonna del gatto.

 

Leonardo Da Vinci, Schizzo per la madonna del gatto, 1478/81.


Talvolta la mano del disegnatore per riuscire a cogliere con tempismo la velocità dei movimenti di un corpo, il suo rapido cambiamento di posizione nello spazio, è costretta a fissare con istantaneità una serie di viste successive e simultanee, tracciando un groviglio di linee che conferiscono alla forma un evidente dinamismo e tensione emotiva; come nel caso del disegno che raffigura Gesù bambino e l’agnello

Scarabocchiare è una pratica che produce un’intrinseca gratificazione alla mano, più che all’occhio, del soggetto, perché la sua origine risiede in parte nell’iterazione dei gesti e per un’altra parte dalla liberazione di pulsioni inconsce represse. Sotto questo aspetto il disegno scarabocchiato lo si può considerare anche una sorta di ludo grafico, assimilabile al ludo geometrico e ai rebus; tipologie grafiche frequentemente praticate da Leonardo, come, diffusamente, i suoi manoscritti documentano. Agli occhi inesperti e superficiali questi disegni possono anche apparire come degli scarabocchi, in verità si tratta dello stadio germinale del disegno, quello più prossimo alla genesi del pensiero e della ideazione, la cui originaria e naturale purezza del gesto assegna ad ogni rivolo di inchiostro il destino di far germogliare forme non ancora formate. La bellezza e l’importanza di questi “scarabocchi” o embrioni grafici risiede proprio nel fatto che il loro significato non è riducibile, alla seppure fondamentale funzione ideativa e progettuale, né è riconducibile alle loro qualità formali, in quanto spesso il loro modo di venire alla luce riflette indirettamente un fioco lucore nei reconditi angoli degli inaccessibili abissi della personalità del disegnatore. Ma questa trattazione aprirebbe un nuovo capitolo.

 

Torna Scarabocchi. Il mio primo festival per il suo secondo anno. Di nuovo a Novara, presso l’Arengario. Torna con un tema che attraversa laboratori per i bambini e per gli adulti, le lezioni e le letture, e altro ancora: gli animali. Lorenzo Mattotti con gli animali di Pinocchio, Giovanna Durì con le macchie e gli sgorbi dentro cui vedere animali strani o consueti, Giovanna Zoboli con la pecora da disegnare de Il piccolo Principe di Saint-Exupery, e poi Ilaria Urbinati anche lei con animali, e quindi Ermanno Cavazzoni che ci parla degli scarabocchi di Franz Kafka, lo scrittore i cui racconti sono pieni di molti animali. Vi aspettiamo a Novara dal 20 al 22 settembre!

Leonardo Da Vinci, Pittogrammi 1487/90, Penna e inchiostro, 30x253 cm.

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