Peppa Pig post-cinema

La scorsa domenica pomeriggio io e mio figlio siamo andati al cinema a vedere Peppa. Fra le opzioni possibili, ho scelto il multisala nei pressi del Centro Commerciale, già pieno di suo in questo periodo di sconti. Risultato: tutto esaurito. La prima volta al cinema del mio piccolo Nino è stata, così, dentro un cinema pieno. Roba, a quanto pare, difficile da replicare in questi tempi di magra e ancor più improbabile in un prossimo futuro in cui il cinema, come posto e forse come arte, dicono alcuni, non ci sarà più.

 

Accompagno per la prima volta mio figlio al cinema pensando alla folgorazione della mia di prima volta: era il lontano 1979 e si trattava della riedizione disneyana della Carica dei 101. Di amore duraturo si sarebbe trattato: molto più della letteratura e diversamente dalla onnipresente televisione, il cinema, anche in vhs, è stato, per quelli della mia età, strumento di educazione, di scoperta del mondo, di socializzazione. Indispensabile.

 

Peppa Pig, vacanze al sole ed altre storie è al cinema per mostrare al popolo il cinema dopo la morte del cinema. E non si tratta della solita tirata moralistica per ossessivi del content delivery, siano essi onanisti della cellulosa, sniffatori di nitrato d’argento o fanatici del poliestere. Non si tratta nemmeno della solita “sparata grossa” (del tipo il “rock è morto”), perché la morte del cinema è stata già bella che conclamata da personaggi ben più in vista del sottoscritto (leggetevi questa commovente lettera di Martin Scorsese a sua figlia se volete farvi un’idea di quanto avanti sia la questione). Ciò su cui vale la pena di riflettere non è allora tanto il cosa (la morte del cinema) ma il come (come muore? Cosa succede al cinema il giorno dopo la sua morte?). È di questo day after che vi voglio raccontare.

 

 

Primo. Entri al cinema a vedere Peppa e, come previsto, ci trovi mocciosi di 2 o 3 anni, gente mai incontrata in una sala cinematografica: un po’ strano lo fa. Iniziano i trailer e qui le cose si complicano: i bambini di 2 o 3 anni, anche se i trailer pubblicizzano film per bambini, si impauriscono all’udire gli effetti sonori della sala (l’audio a manetta è l’ultima cosa cinematografica che ci  rimane del cinema). A questo punto il colpo di scena, Peppa Pig al cinema non è un film! “Ok questo lo sapevamo”, penserete, ma una cosa è saperlo perché lo si è letto in giro, una cosa è trovarsi in sala e scoprirsi di fronte a un vero e proprio programma televisivo. Mi riferisco a “La posta di YoYo” condotto da(lla meravigliosa) Carolina Benvenga, chiamata a dare il benvenuto, come da format del suo programma, ai bimbi in ascolto. Ciò che succede è che a essere risucchiato all’interno dello schermo non è solo il cartone ma anche il suo contenitore, il programma televisivo che gli fa da cornice. E non è tutto. Subito dopo, arriva Peppa e tutti ci immaginiamo che l’inizio sia marcato dalla celebre sigla e così è, in effetti. Ciò che uno non si aspetterebbe, forse, è che la sigla venga replicata all’inizio di ognuna delle puntate, intervallate di tanto in tanto dalle gag di Carolina Benvegna e della sua spalla.

 

Nel merito, invece, nulla di nuovo.  Le puntate sono tutte Peppa come la conosciamo, leggere, brevi (5 minuti), simpatiche, papà combinaguai, nonni invadenti, tutto come da copione. Salvo forse il fatto di essere 10, troppe anche per il piccolo Nino che verso l’ottava sbuffò con un bel “papà, ma quando finisce?”. Ciò che, però, emerge davvero è che il format, rispetto alla versione televisiva, non ha subito nessun adattamento, nessuna riscrittura. Al contrario degli altri suoi predecessori di cartone (innumerevoli gli esempi, dai classici di Hanna&Barbera fino a Wallace & Gromit), la serie di Peppa Pig, al suo esordio al cinema, per motivi eminentemente commerciali, non subisce alcuna traduzione del proprio plot dentro un modello specificatamente cinematografico, costituendo una vera e propria aberrazione per certi versi e anticipando un futuro mediatico che verrà.

 

Quello che assimila giocoforza cinema e televisione ad alta definizione, rendendoli intercambiabili, in quanto schermi. In fondo aveva previsto tutto il solito McLuhan:“L’immagine cinematografica offre ogni secondo molti milioni di dati […] e lo spettatore, per formarsi un’impressione, non deve effettuare la stessa drastica riduzione, ma accettarla in blocco. Viceversa, lo spettatore del mosaico televisivo, dove l’immagine è controllata tecnicamente, riconfigura inconsapevolmente i puntini in un’astratta opera d’arte simile a quelle di Seurat o di Rouault. A chi domandasse se tutto questo cambierebbe una volta che la tecnologia intensificasse il carattere dell’immagine televisiva, sino a portarla al livello del cinema, si potrebbe ribattere con un’altra domanda: «Possiamo modificare i tratti di un cartoon fumettistico aggiungendo particolari di prospettiva, di luci e di ombre?» E la risposta è: «Sì, solo che non sarebbe più un cartoon». Come una TV migliorata non sarebbe più una televisione” (McLuhan, Gli strumenti del Comunicare, 1964).

 

Il cinema finisce trasformandosi in una tv migliorata. Non male, anche al pensiero che quando leggerete questo articolo, le stesse puntate che abbiamo visto al cinema in anteprima io e Nino, ve le ritroverete in tv in heavy rotation su Rai YoYo.

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