Tilli Bertoni l'ironia e il metodo

13 Febbraio 2026

Ho conosciuto Tilli Bertoni a lezione agli inizi degli anni 2000. Mi viene in mente una vecchia pubblicità il cui slogan diceva pressappoco così, che “l’università è il tuo social network”. E in effetti io all’università ho conosciuto alcune fra le persone più importanti della vita.

Per noi studenti era l’“assistente di comparate”. In quell’anno, a lei era stato affidato il compito di tenere un momento seminariale (il famigerato “corso monografico” della vecchia università) sulla genesi del romanzo e sul tema del doppio in letteratura. A frequentarlo, come spesso capitava nei corsi monografici, era soltanto un manipolo di studenti e studentesse più motivate, una specie di carboneria – c’erano Simona, Marialaura, Valentina, Mariangela, Cristina, Mariaclaudia – che si ritrovava in un’auletta del vecchio plesso della Facoltà di Scienze della Formazione, in pieno centro a Palermo.

Per quella sezione del corso non c’erano manuali o libri di testo. C’erano certo i romanzi da leggere ma per il resto bastava la sua memoria d’elefante. Era lei a raccontare, a intessere relazioni fra autori e temi, a inanellare date e nomi con una precisione e una dovizia di particolari che ci impressionava e ovviamente anche intimoriva, nella misura in cui sapevamo che di lì a poco saremmo stati chiamati a ricostruirla in sede d’esame, contando soltanto sui nostri appunti.

Eppure nonostante il carico di lavoro, in quell’aula si creò un clima speciale. La voce di Tilli era stridula, ciò che rendeva percettivamente inconfondibili le sue lezioni. Ma il suo strano tono di voce annunciava anche l’innesco di un peculiare modo di stare insieme, dominato da un’ironia pungente e leggera, rivolta al battibecco, alla schermaglia, al rovesciamento elegante dell’avversario, in punta di fioretto come nei film della vecchia Hollywood. Avrei scoperto anni più tardi come la qual cosa non fosse affatto casuale.

Erano anni intensi, i primi anni di Scienze della Comunicazione a Palermo. A tenere i corsi, era una generazione di studiosi di grande caratura, accomunata dal possedere una formazione legata alla cultura umanistica classica, modellatasi sulle opere notevoli della cosiddetta cultura alta. Le cose della vita avrebbero chiamato questi studiosi a fare appello ai loro riferimenti culturali come modello interpretativo per parlare di media agli studenti. Come a dire che chi insegnava cinema, marketing, televisione, perfino l’internet allora nascente lo faceva dall’alto di una formazione letteraria e filosofica forte. I miei maestri più amati, studiosi molto diversi fra loro, sono tutti accomunati dal fatto di essere stati critici, appassionati e impegnati interpreti di opere e autori “alti”. Avevano tutti letto la Recherche, Flaubert, Maupassant, Goethe, Brecht, semplicemente perché ciò era nel curriculum di qualsiasi intellettuale degno di questo nome. Non si poteva immaginare che si trattasse degli ultimi testimoni di questo modo di essere. Il tanto agognato superamento delle distinzioni fra cultura alta e cultura bassa, perseguito da intellettuali colti come Eco o Barthes, avrebbe, infatti, di lì a poco mostrato una faccia imprevista. Sembrava che quello zoccolo duro di letture “obbligatorie” fosse inevitabile e non era così. Lo si vede con chiarezza al giorno d’oggi, in cui gli studenti studiano i Miti d’oggi di Barthes senza avere idea della sua militanza politica, della sua passione per Brecht, studiano Eco senza sapere che sia mai esistito Luciano Berio. E così via.

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Tilli, come i suoi colleghi del tempo, continuava, invece, a presidiare un’idea di felice corrispondenza fra questi due mondi, e lo faceva con un piglio da storica della cultura. Si poteva citare l’ultimo film al cinema o l’ultima polemica sui social media, e lei trovava sempre una forma di rima con qualcosa che era già stato detto o fatto in tempi non sospetti, nell’Ottocento, molto prima o anche dopo. La qual attitudine si realizzava anche in termini di gusto: il fatto di poter (ri)conoscere la ricorsività di problemi e idee nel novero della cultura la portava naturalmente a compararne le forme. È così che Tilli poteva rivelare un’affilatissima sensibilità stilistica, riuscendo sempre a stanare il kitsch nel presente, anche quando nascosto dietro l’aura di autorialità di celebrati scrittori. Grazie alla sua eleganza, alla sua educazione al bello, alla sua enciclopedica conoscenza delle eterogeneità delle forme artistiche, dei loro registri, della loro appropriatezza rispetto ai contesti. Orecchi e occhi preziosi i suoi.

Poco prima che si ammalasse mi aveva parlato del suo corso sulla serialità nei media, confessandomi la sua difficoltà a trovare trasposizioni all’altezza da proporre alle studentesse e agli studenti: non avrebbe voluto parlare dei tanti romanzi mediocri che vengono “serializzati” da piattaforme come Netflix, sentendo su di sé la responsabilità di proporre a lezione esempi virtuosi, esempi che oltre a realizzare qualche virtualità tecnica potessero parlare anche per il loro valore di opere d’arte.

Si può anche rilevare come il suo piglio enciclopedico, unito all’appena citata propensione estetica, non fossero mai fine a sé stessi: perché servivano ad anticipare i risvolti etico-politici delle posizioni via via assunte dai testi circolanti nel pubblico agone, volendo valutarne l’impatto e dirigerne le sorti verso una qualche direzione auspicata. La finezza intellettuale della critica letteraria incontrava così l’intellettuale militante, con una precisa visione delle cose: social-democratica e riformista oltre che femminista, legata a una concezione delle istituzioni come strumento di perseguimento di un ideale di giustizia che per lei è innanzitutto difesa dei deboli e degli indifesi, in un’accezione prettamente di classe. I deboli e gli indifesi sono, infatti, i lavoratori, i proletari, i tanti sfruttati da un ceto dirigente di regola consapevolmente ostile. E visto con gli occhi della storica, tale anche pervicacemente.

Il lavoro di Tilli era animato da una passione civile che chi la conosceva sapeva bene essere collegato alla figura del padre, Raffaele Bertoni, già magistrato a lungo presidente dell’Associazione nazionale magistrati e poi senatore d’Italia, nelle file dei Ds e dell’Ulivo. Dal suo rapporto particolare col papà veniva il suo amore per le commedie sofisticate della vecchia Hollywood, di cui lei ricordava letteralmente le battute a memoria. La sua figura di magistrato coraggioso, di giurista colto e consapevole, di politico di parte e allo stesso tempo di uomo delle istituzioni disposto a prendersi la responsabilità di indirizzarle per il bene, l’aveva ispirata profondamente.

A rendere originale il suo percorso fu però il modo in cui mise a frutto questa ispirazione, che a oggi rappresenta un’indicazione di metodo. Tra i suoi lavori più importanti ci sono le ricostruzioni di alcuni degli scandali che hanno segnato la storia del nostro paese e dell’Europa. Il riferimento va, in particolare, a due titoli Romanzo di uno scandalo. La Banca Romana tra finzione e realtà (2018) e a Nel nome di Dreyfus. La storia pubblica di un caso di coscienza (2024) ambedue editi dal Mulino. Si tratta di contributi che, come si diceva, rivelano un metodo, già per certi versi esplicitato in un altro volume, una bussola di Carocci dedicata a Letteratura e Giornalismo. Il suo metodo mette consapevolmente, infatti, insieme “finzione e realtà”, per la loro capacità di contribuire alla costruzione di una medesima intelaiatura narrativa, intrecciandosi. In questi casi di cronaca, infatti, la realtà si struttura come finzione (come feuilleton, per esempio, nel caso di Dreyfus) e la finzione delle opere e dei romanzi più o meno belli da essi ispirati, riesce a mettere in luce aspetti imprevisti delle vicende raccontate, della realtà.

Si tratta di una prima mossa di un’operazione più articolata.

Ognuno dei testi chiamati in causa potrà, infatti, paradossalmente essere valutato sulla base della sua capacità di diventare un tassello di un quadro complessivo. Il brulicare di racconti – “veri” o di fiction, giornalistici o letterari – rivelerà, infatti, poco a poco la propria sistematicità. Lo scandalo della banca romana si realizza così nella sintesi, incrociando documenti, interventi di politici e intellettuali, articoletti di giornale, racconti di seconda categoria o anche opere più sofisticate. Tutti questi testi dovranno poter essere inseriti in un quadro generale, per diventare significativi e, infine, essere giudicati sul piano etico-politico. Insomma, i grandi scandali della banca romana e del caso Dreyfus, divengono dei modellini astratti di come vanno le cose, delle tattiche e delle strategie, delle mosse, idealità e piccole spregevolezze degli attori in campo. Con l’idea, lo si diceva poco sopra, che in fondo il loro posizionamento non è solo locale, legato ai fatti e alle contingenze di volta in volta ricostruite, ma si inserisce in un’intelaiatura ancora più grande, quella della lotta sempiterna dei pochi contro l’ingiustizia dei molti.

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Mi viene in mente che uno dei film che Tilli amava di più è La vita è meravigliosa di Frank Capra. Dopo averne intercettato un commento acido di Woody Allen, autore che, come me, Tilli amava molto, le riportai le sue perplessità. Non mi ricordo in quale film o intervista Allen aveva sostenuto che il film fosse stucchevole per il fatto che postulava che la vita di una sola persona potesse fare la differenza, quando non è affatto così. La sua risposta mi colpì: “Il problema è il bilanciamento,” mi disse “la tensione. Una vita da sola non fa mai davvero la differenza ma si inserisce all’interno di uno schieramento in armi già in atto, permettendo di far pendere la bilancia dall’una o dall’altra parte. Il mondo senza George Bailey – l’aspirante suicida protagonista del film salvato da “un’angelo di seconda classe” che gli mostra come sarebbe stata l’esistenza dei suoi cari se lui non fosse mai nato – sarebbe sicuramente stato ancora più ingiusto senza di lui. Ma, allo stesso tempo, non è che quello in cui aveva vissuto fosse poi la meraviglia che il titolo decanta. Insomma, Capra, secondo lei, non era così ingenuo come Allen lo aveva immaginato. Per Tilli, il sacrificio di George aveva un senso non come eroismo risolutivo ma nella tensione, nell’intelaiatura più grande, transgenerazionale, che non tralasciava mai di tenere a mente.

Non sono la persona più adatta per ricostruire il quadro della sterminata attività di critica, intellettuale, di studiosa di Tilli Bertoni. Mancano tanti pezzi: la sua carriera accademica iniziata sotto la guida di Giancarlo Mazzacurati e culminata nell’ordinariato, le sue attività di promozione delle Letteratura Comparate e degli Studi Culturali (è stata vicepresidente di Compalit, l’associazione di Letterature Comparate e ha fatto parte del Comitato direttivo della rivista “Between”, per cui ha curato una popolare rubrica sulla cancel culture), il suo amore per Croce, Pirandello, Svevo, il suo lavoro su Senso di Boito e sulla trasposizione di Luchino Visconti e mille altre cose ancora. La nostra amicizia non era basata sui “contenuti” accademici delle nostre ricerche quanto su una solidarietà esistenziale, un terreno comune di gusti e frequentazioni che era un punto di partenza per continuare a discutere, ovvero a essere insieme. 

In fondo l’amicizia è camminare allo stesso passo. E con Tilli abbiamo spesso camminato insieme fino ai Cantieri Culturali della Zisa, al festival Rendez-Vous o alla rassegna estiva di cinema nelle splendide terrazze dell’Institut Français, fino al Rouge et Noir, dove spesso lei andava come spettatrice e animatrice culturale, presentando alle nuove generazioni i suoi film preferiti. E si sa, le camminate hanno un ritmo, all’inizio sporadico poi sempre più intenso. È così che Tilli è diventata una persona di famiglia, amica di Biljana, Nino e Damjan, di mio papà, dei miei amici più cari. Sono tanti i ricordi personali, la foto con mia madre e mio padre alla festa di laurea, le mangiate improvvisate al McDonald’s, le serate trascorse in terrazza a ridere e scherzare, a guardare film.

Avevamo sempre immaginato che un giorno sarebbe stato bello presentare Harry ti presento Sally al Rouge et Noir insieme. Non siamo arrivati in tempo.

In copertina, fotografia di Daniela Brogi.

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