Il mio regno per un maestro

Il nostro tempo è dominato da una inedita pulsione securitaria. Essa ha trasfigurato il concetto di confine da luogo di scambio e di transito a baluardo, argine, bastione. La patologia sociale contemporanea è ispirata da una passione profonda per il chiuso; la pulsione securitaria è una pulsione claustrofilica. In gioco è il passaggio dal paradigma libertino della pulsione (neo-liberale) che eleva il godimento a unica forma possibile della Legge e che ha sostenuto gli “entusiasmi” della globalizzazione, a quello reazionario della pulsione securitaria che eleva la sicurezza a oggetto di investimento libidico esclusivo. La tentazione del muro ha preso il posto della tentazione di una libertà senza argini. Nel paradigma securitario paranoia e melanconia si mescolano in modo nuovo dando vita a una inclinazione conservatrice, se non a un vero e proprio “desiderio fascista” fondato sull’introversione regressiva, sul ritiro sociale, sul porto chiuso e sul mito rinnovato dell’identità etnica e della gerarchia tra le razze.

 

La Scuola nel tempo della paura ha il compito di essere un antidoto di massa nei confronti della sirena inquietante e segregazionista della pulsione securitaria. Il suo movimento consiste infatti nel temperare il carattere strutturalmente conservatore e mortifero di quella pulsione, favorendo un altro destino possibile del montaggio pulsionale. È la sua vocazione più propria: attivare la “pulsione epistemofilica”, per evocare una categoria kleiniana. Se, infatti, la pulsione securitaria avalla la tentazione del muro, della chiusura, del barricamento identitario, quella epistemofilica tende ad allargare l’orizzonte del mondo; è spinta verso l’aperto, la contaminazione, l’alterità. Lacan ne ha dato una rappresentazione originale nella figura – ripresa in modo altrettanto originale da Deleuze e Guattari – della “libido-lamella”; una sorta di flusso che restituisce ai confini la loro porosità e plasticità che invece la pulsione securitaria sclerotizza rendendoli carapacici. Ma come funziona l’antidoto della Scuola? Innanzitutto attraverso il libro.

 

 

È l’antidoto del plurilinguisimo rispetto alla follia fondamentalista del monolinguismo. Se il linguaggio è la nostra sola patria è perché è fatto da una molteplicità di lingue che impedisce la loro sussunzione in una sola lingua. Lo ricordava con precisione Benjamin: la democrazia si istituisce sulla necessità inaggirabile della traduzione. La Scuola-antidoto è un luogo di resistenza rispetto alla tentazione della ignoranza del muro. Per questa ragione grazie al libro moltiplica babelicamente le lingue. Certamente, gli insegnanti si lamentano ormai da tempo: non leggono, non studiano, non partecipano, non ascoltano più. I nostri figli fanno fatica a disciplinarsi nella lenta e rigorosa pratica della lettura. Hanno dimenticato il libro, preferiscono i pensieri twitter, la cultura dei social, lo zapping continuo, la connessione perpetua, lo scivolamento rapido da una informazione e da una immagine all’altra. L’educazione alla lettura dovrebbe essere invece a fondamento di ogni didattica e precedere il giudizio sull’importanza delle discipline. Si tratta di una impresa titanica come quella, per citare una celebre metafora freudiana, della bonifica olandese delle zone paludose dello Zuiderzee. La pulsione securitaria, oggi egemone, tende infatti a chiudere il libro. Rigetta la pratica laica della lettura nel nome di verità che assomigliano a pregiudizi. Essa punta a consolidare l’ignoranza più che a mettere in movimento la ricerca della conoscenza. È un tratto costitutivo di tutti i fondamentalismi compresi quelli di sinistra.

 

 

Il rigetto ipermoderno della pratica della lettura è un sintomo decisivo. Se il libro contrasta la tentazione securitaria del muro, questa tentazione si nutre della morte del libro. Il libro sovverte l’idea solo difensiva del confine in quanto opera rendendo possibile l’incontro tra lingue differenti, l’attraversamento del confine. In questo senso alto la Scuola dovrebbe essere il luogo politico che sostiene l’istanza del libro. Ma la condizione più intima e singolare per la riabilitazione della pratica della lettura contro l’ignoranza consolidata del muro, è l’esperienza del vuoto. Lo ricorda con efficacia Bion: il pensiero può sorgere solo sull’orizzonte dell’assenza della Cosa, sullo sfondo della non-Cosa. Ma il nostro tempo non tollera affatto l’esperienza della non-Cosa. È il suo registro fondamentalmente neo-melanconico. La Cosa deve essere sempre presente, rifiuta l’azione negativizzante del simbolo, si impone come la sola certezza possibile. L’etica aperta del libro viene corrosa da quella di un accesso senza pensiero ai surrogati tecnologici della Cosa che esorcizzano il vuoto rendendo impossibile il pensiero. Nel linguaggio di Pasolini è la rivoluzione reazionaria del “tecnofascismo”. L’educazione alla lettura contrasta questa deriva animando un desiderio di sapere divergente. È il fondamento umanistico irrinunciabile della nostra cultura che oggi rischiamo di dimenticare attratti dalle illusioni scientiste che hanno sospinto di fatto la Scuola verso l’azienda e l’impresa snaturando la sua vocazione autenticamente formativa. L’importazione di lemmi economicistici (debiti, crediti, assessment, ecc.) unita alla colonizzazione della lingua inglese, non sono sintomi marginali ma rivelano la nostra subordinazione a una “neolingua” che ha smarrito ogni spessore enigmatico e profetico. Gli insegnanti dovrebbero invece difendere il carattere epico della parola, dovrebbero affermare la forza della Scuola-antidoto fondata sulla centralità del libro. L’ampiezza del mio linguaggio, come ricordava Wittgenstein, coincide infatti con l’ampiezza dell’orizzonte del mio mondo. Se la scuola non recupererà la centralità del libro sarà condannata a diventare un ingranaggio solo apparentemente formativo piegato alle istanze produttive. Ecco perché io sono – anacronisticamente o, se si preferisce, novecentescamente – tra quelli che credono ancora nel modello tradizionale della lectio ex-cathedra. È solo la testimonianza dell’insegnante e della sua parola che può accendere o spegnere il desiderio di sapere negli allievi. Non c’è educazione alla lettura, non c’è, dunque, educazione in senso ampio, se non c’è la parola di un maestro. È un’altra verità che l’iper-cognitivizzazione attuale del sapere vorrebbe rimuovere nel nome di una trasfigurazione impersonale dei processi di apprendimento.

 

Massimo Recalcati sarà presente domani mattina a Bookcity con Marco Martinelli, evento organizzato da Doppiozero con Olinda e Divergenze: La scuola al tempo della paura. Sabato 16 novembre alle ore 11.30 all'ex ospedale psichiatrico Paolo Pini. Qui tutte le indicazioni.

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