Il pensiero tragico di Thomas Ligotti

Di Thomas Ligotti si sa poco, quasi niente: qualche piccola, sfocata fotografia in bianco e nero su Internet; qualche rara intervista e qualche ancor più raro aneddoto; un (probabile) autoritratto scorciato nel faceto raccontino L’interminabile soggiorno degli amici di casa Usher: «È malatissimo. I suoi sensi e il suo sistema nervoso patologicamente sensibili sopportano soltanto i rumori più lievi, la luce più bassa e una routine di generica immobilità». Il suo nome è lampeggiato nelle cronache pop – certo non per sua responsabilità – per via dell’accusa di plagio che i suoi devoti ammiratori hanno lanciato contro Nic Pizzolatto, autore della serie cult True Detective. Mike Davis ha infatti sostenuto, fonti alla mano, che Pizzolatto avesse plagiato interi brani di La cospirazione contro la razza umana di Ligotti senza citarne la fonte.

 

Il personaggio di Rust Cohle, sosteneva Davis, esprime le stesse idee pressoché nella stessa forma. La HBO ha replicato seccata che la tradizione nichilista non è patrimonio esclusivo di questo o quell’autore, e la cosa è (anche piuttosto rapidamente) finita lì: Ligotti, premiato (o punito) da questo sussulto di notorietà, ha orecchiato la cosa da lontano, ovviamente senza mai intervenire. Thomas Ligotti, infatti, non parla in pubblico, non presenta i suoi libri, non riceve premi, rilascia pochissime interviste (rigorosamente via email), non si fa fotografare. Ha insomma deciso di restare sommerso. Vero e proprio autore di culto, specialmente nel mondo dell’underground (anche italiano), la vera notorietà non gli è stata ancora concessa: forse per l’oggettiva difficoltà della sua opera, spesso astratta da una logica narrativa tradizionale; forse per la sua reticenza verso la forma-romanzo a favore del racconto breve; forse più semplicemente perché, come scrive lui stesso, «il pessimismo senza compromessi manca di attrattiva per il pubblico». Tuttavia la sua presenza nella letteratura contemporanea è pervasiva, tenace e trasversale, perennemente inclassificabile: da un lato sembrerebbe uno di quegli “scrittori del massacro”, prevalentemente est europei, come Cartarescu o Krasznahorkai, e dall’altro si presenta come un alfiere della cultura urban, ascrivibile alle più sfrenate scorribande weird; da un lato si mostra come un tenace propugnatore della filosofia pessimista e antinatalista sulla linea di Peter Zapffe ed Eugene Thacker, dall’altro appare come una figura sciamanica e invisibile, un mistico invisibile e negativo, una sorta di Cormac McCarthy infero. Ma soprattutto, Thomas Ligotti è uno scrittore horror, o almeno così si suole definirlo; lui stesso, parlando di sé, parla di «letteratura del soprannaturale». Ma che horror è quello di Ligotti, ed è corretto definirlo tale? 

 

 

Ci aiuta a capirlo l’ultimo suo libretto appena uscito con Il Saggiatore (editore italiano dello scrittore), La straziante resurrezione di Victor Frankestein, una breve raccolta di minuscoli rifacimenti di grandi incipit della letteratura horror e gothic (ma non solo) – un gioco forse ironicamente metaletterario da cui capiamo molte cose. Si va da Dracula di Bram Stoker a Frankestein di Mary Shelley, da L’isola del dottor Moreau di Herbert George Wells a Lo strano caso del dottor Jekyll e di mister Hyde di Stevenson, da Giro di vite di Henry James a Ligeia di Edgar Allan Poe, passando per invenzioni fulminee e straordinarie, come alcuni rifacimenti da Lovecraft e da Kafka. Ma Ligotti compie l’operazione inversa a quella che ci si aspetterebbe in un libro del genere: non chiarisce, non esplica, non “rende contemporaneo”: al contrario oscura, intorbidisce, confonde, cercando di conferire a questi ironici sprazzi la nera perfezione di una metafora fuori dal tempo, una scheggia impazzita all’interno di un nero labirinto. A Ligotti non interessa la storia (intesa come plot) né la Storia: i suoi racconti avvengono in uno spazio virtuale e metafisico, le sue figure sono cavie da laboratorio priva di qualsiasi personalità psicologicamente connotata. Non siamo davanti a uno scrittore horror come possono esserlo King o Koontz, formidabili e muscolari narratori di un’epica rovesciata che resta però sempre epica, cronisti di una polarità del Male e del Bene in cui sappiamo ancora riconoscerci, dove è riconoscibile un ‘noi’ e un ‘loro’, un ‘qui’ e un ‘oltre’, un ‘di qua’ e un ‘di là’ dal naturale.

 

Con Ligotti siamo nella scia di Poe e di Lovecraft, ma anche di Kafka e di Beckett: non c’è narrazione ma situazione, non ci sono personaggi ma figure, non c’è evento ma teatro. Rappresentazione dell’indicibile, sospensione dalla cronologia – il tentativo, insomma, di un’oscura mitologia, una forma di nera leggenda contemporanea. Uno dei suoi libri più potenti, Teatro grottesco, altro non significa che questo: lo scatenamento che rivela la realtà a se stessa. Il mondo infero è questo che abitiamo, e nessun rito, nessuna separazione, nessuna regolamentazione di alterità lo separa dal caos. Il precipizio del mondo è un’insensatezza non della mente, ma della materia stessa. Ciò che chiamiamo “orrore” non è che la manifestazione di questo squilibrio ontologico, l’estrema applicazione di una disperante assenza di principio, così come la tempesta è la dimostrazione del movimento elementare. 

 

Ligotti è uno scrittore eminentemente filosofico: rigoroso costruttore di un antipensiero, prosecutore e punto di convergenza di una filosofia spudoratamente e violentemente nichilistica. Si veda La cospirazione contro la razza umana: un saggio poderoso e lucidissimo, dove Ligotti espone molte direttrici teoriche del proprio sentire. Direttrici che hanno, ognuna, una precisa tradizione: nichilismo, pessimismo, antinatalismo, in una linea che dai classici Schopenauer, Nietzsche, Unamuno porta ai più vicini e meno conosciuti Julius Bahnsen, Philipp Mainländer, Richard Double, William Brashear. Ligotti possiede, a differenza di molti anche grandi scrittori contemporanei, un forte impianto teorico; non lo nasconde e anzi lo esibisce, costruendo a sua volta figure di straordinaria forza allegorica. La sua più importante “figura filosofica” è senza dubbio la Marionetta: metafora dell’uomo convinto di essere qualcuno, d’interpretare un ruolo, di godere del proprio libero arbitrio, quando è invece abitato solo da un cieco flusso vitale, che di fatto lo vive, e lo parla: 

 

«Attraverso il profilattico dell’autoinganno, teniamo nascosto quello che non vogliamo finisca nelle nostre teste, come se rivelassimo a noi stessi un segreto troppo terribile da conoscere. Le nostre vite abbondano di domande sconcertanti a cui qualcuno si sforza di dare una risposta, mentre il resto di noi lascia correre. Scimmie nude o angeli incarnati, possiamo credere di essere le une o gli altri, ma non marionette umane. Crediamo di essere noi stessi a far funzionare tutto, e chiunque contraddica questa convinzione viene accusato di essere matto o di volerci immergere nella macchinazione dell’orrore. Come prendere sul serio un marionettista che è passato al nemico?» 

 

Ligotti vuole dar voce a un “pensiero intollerabile”: l’assurdità, non frivola né chiacchierata, di tutta l’esistenza umana: 

 

«L’insensatezza della natura, l’insensatezza di Dio. Quante insensatezze possiamo sopportare in una vita? C’è possibilità di fuga? No, non c’è. Siamo condannati a insensatezze di tutti i generi: l’insensatezza del dolore, l’insensatezza dell’incubo, l’insensatezza del sudore e dello schiavismo, e altre forme e dimensioni di insensatezza insopportabile. Ci viene servita sul vassoio, e dobbiamo mangiarla, o affrontare l’insensatezza della morte». 

 

È però nella narrativa che tutto questo grande pensiero tragico si fa apotesi, inno nero, poema genetico, icona negativa, parabola rovesciata. Una costruzione narrativa la cui lingua stessa, barocca e sinfonica, roboante e feroce, costruisce una rigorosa resistenza sonora ad ogni convenzione vitale: «Ciò che è sinistro o terribile», scrive in Nottuario, «non tradisce mai: lo stato al quale conduce è sempre l’illuminazione. E soltanto questa condizione di brutale consapevolezza ci permette di cogliere appieno il mondo». In questo senso, il soprannaturale non è – come, appunto, in King o Koontz – l’innaturale che irrompe nel naturale e lo sconvolge, ma la scucitura stessa della natura, la materia della realtà che mostra il suo vero volto, l’anello che non tiene, l’effrazione in cui si mostra l’orrenda insensatezza delle cose: «…il perturbante paradosso, l’orrore visto di sfuggita. Un piccolo pezzo del nostro mondo è stato scorticato via e sotto c’è una desolazione cigolante, un luna-park dove tutte le giostre sono in movimento ma nessun visitatore occupa i loro sedili. Non siamo presenti nel mondo che abbiamo creato per noi stessi». È l’idea freudiana del Perturbante («Das Unheimliche») portata fino alle estreme conseguenze metafisiche, il ribaltamento del codice come svelamento del suo segreto: 

 

«Il Qualcosa ammette o rende necessaria l’esperienza del perturbamento. Che sia il risultato di un’evoluzione della natura o sia fabbricato dalle dita e dal pollice opponibile dell’umanità, che si tratti di qualcosa di animato o inanimato, questo Qualcosa può diventare per noi perturbante, una contravvenzione ai nostri convincimenti riguardi a ciò che deve o non deve essere. (…) Il perturbante genera una sensazione di erroneità. Traspira una violazione che allarma l’autorità interiore riguardo a come una certa cosa dovrebbe accadere, esistere o comportarsi. È inflitto un oltraggio all’idea che abbiamo del mondo o di noi stessi»

 

L’orrore secondo Ligotti è tale non in quanto soprannaturale, ma proprio perché non lo è: l’orrore è nelle cose, nella fibra intollerabile dell’essere, del cui volto non riusciamo nemmeno a sostenere lo sguardo. Ciò che non si può dire, lo si rivela cum figuris: il suo «teatro grottesco» è proprio questo: un palcoscenico dell’inaccettabile, lo spettacolo abbacinante del Terribile. Come per Hoffmann, per Lovecraft, per Kafka, la narrativa di Ligotti non è descrizione o convenzione: ma visione, luce crudele, rivelazione.  

 

Thomas Ligotti è uno scrittore immenso e impellente. Quasi in nessun luogo come nella sua opera troviamo la forza, la tenacia oltranzistica, la necessità eversiva di resistere all’ottimismo ottuso e sfrenato che ci assedia, il vangelo nevrotizzante e totalitario del nostro tempo. A questa forma di sclerosi permanente, di assordanti promesse di «magnifiche sorti e progressive», Ligotti oppone, leopardianamente, la vigorosa salute di un pensiero negativo, rivelandosi come uno dei pochi, veri autori tragici dei nostri giorni. 

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