raccontarci le parole più espressive dei nostri dialetti

 

Imparare una lingua

La mattina del penultimo giorno dell’anno mi sono svegliato con una smania nuova e improvvisa: imparare il tedesco.

Non so dire perché. L’estate scorsa ho passato nove giorni in Val Venosta. E sì, da quelle parti ho sentito parlare molto in tedesco. Ma forse neppure così tanto. La gente in Alto Adige è parca di parole, e questo era stato in fondo uno dei motivi per cui avevo scelto la Val Venosta come meta delle mie vacanze. In passato, sono stato più volte a Berlino, una volta a Lubecca, una volta ad Amburgo, una volta a Francoforte. A questi viaggi vanno aggiunti due soggiorni a Vienna e uno in Svizzera, a Brig, nel Canton Vallese, dove pure si parla tedesco. Ma per nessuna di queste mete la scelta era stata dettata dalla volontà di sentir parlare in tedesco. Al massimo – nel caso di Berlino – da una vaga passioncella per la vita al tempo della DDR, ma niente di più.

 

Riguardo poi ai miei interessi letterari, non posso dire di averne di così spiccati per la letteratura d’area germanica. Gli ultimi autori di lingua tedesca che ho letto in traduzione sono stati Thomas Bernhard, Peter Handke (sulla scia del Nobel, certo) e Ingo Schulze. Il mio agente è uno studioso ed esperto di cultura filosofica e letteraria tedesca tra Sette e Ottocento, materia di cui abbiamo spesso parlato, in verità più lui di me, ma non abbastanza da rimanerne contagiato. 

E non posso neppure dire di essere un appassionato di lingue in generale. Conosco l’inglese, non bene come vorrei, ma abbastanza da cavarmela quando serve. Ogni tanto mi diverto a fare traduzioni di poeti americani sconosciuti in Italia, ma più per tentare di comprendere certi misteriosi meccanismi letterari che per un autentico interesse nei confronti della lingua. La mia compagna insegna linguistica e traduzione inglese, un tempo facevamo un’ora di conversazione al giorno, adesso non più, non c’è mai tempo. Che altro? Non mi viene in mente niente. 

 

Insomma, da dove nasce, all’età di quarantasei anni e senza nessuna necessità pratica né ragioni apparenti, questa smania d’imparare il tedesco?

Credo che la questione sia interessante proprio perché non ha a che fare con una necessità, ma con un istinto. Un istinto che affonda le radici in ciò che abbiamo di più schiettamente umano: il bisogno di conoscenza. Ho deciso di scriverne adesso, nel momento in cui vivo questa specie di febbre, perché così riesco a coglierne al volo le sfaccettature, ho per così dire un posto in prima fila, o – se si preferisce – ho l’occhio sulla lente del microscopio. 

Bene. Il bisogno, dunque. Mi sembra quasi di vederlo. È localizzato dentro di me in un punto preciso, un luogo che, se mi concentro bene, riesco a mettere a fuoco. Eccolo là, netto e chiaro, il chiodo del tedesco, la fregola di sapermi intendere con altri novanta milioni di individui nel mondo, oltre a coloro con cui già posso, in teoria, scambiare di mio una conversazione in italiano (sessantasei milioni) o in inglese (trecentoventotto milioni). Non una pacata fantasia intellettuale, né una curiosità ragionata, e neppure una vaga ambizione, bensì un vero e proprio assillo, una sete per la quale ho dovuto presto (quella mattina stessa) trovare un rimedio.

 

Foto di Ole Marius Joergensen.


Secondo gli antichi filosofi il sentimento che ci spinge verso la sapienza è la meraviglia. È dalla meraviglia che nascono la filosofia e il sapere. E poiché da qui scaturiscono tutte le qualità che ci distinguono dalle altre creature terrestri, la meraviglia può considerarsi il principale sentimento umano, la scintilla che ci schiude le porte del mondo sapienziale. Così, subito dopo aver sperimentato questo sentimento sorto in me a seguito di un improvviso bisogno intellettuale, ho cercato lo strumento più adatto per soddisfare il successivo appetito di conoscenza. Ho scelto un’applicazione per lo studio della lingua tedesca, una delle più diffuse e stimate, ho sottoscritto un abbonamento semestrale, l’ho lanciata sul mio telefono e ho avviato il corso al livello principiante. 

La prima frase in cui mi sono imbattuto è stata una domanda: Wie geht’s Dir? Ho immaginato che fosse la più facile, la più accogliente, quella che non ti fa desiderare di dartela a gambe dopo un minuto. Ma ciò che ho visto ergersi davanti ai miei occhi era un muro di lettere senza senso, un farneticante garbuglio consonantico che non evocava in me niente di conosciuto. Alla meraviglia dunque è seguito lo sgomento, il sentimento che rappresenta il secondo atto sulla via della conoscenza. Cosa diavolo volevano mai dire le parole Wie geht’s Dir

 

Fatto sta che è proprio per superare una forma di annichilimento che sviluppiamo l’impulso guerriero della tenacia. E io, posso ben dirlo, sono un uomo tenace, ho dalla mia una notevolissima testardaggine. Ragion per cui non mi sono perso d’animo. E pur non sentendo un’affinità naturale con i suoni di quella lingua, e non avendo la minima idea di cosa significasse quella prima domanda, ho pensato di fare come il galeotto che aspira all’evasione e che ha moltissimo tempo e nessuna fretta, e che si mette a scavare con il manico di un cucchiaio accontentandosi di erodere mezzo centimetro di muro alla volta, perché sa che alla lunga, sommando i giorni nei quali si dedicherà a quest’immane lavoro, quel minimo scarto diventerà una voragine attraverso cui riguadagnare la libertà.

E così ho fatto. Ecco allora che, fin dai primi giorni di studio, ho avvertito in me una disposizione nuova, come se la mia intelligenza mettesse in discussione i soliti percorsi, come se il mio modo di ragionare sulle cose mutasse, assumendo un portamento diverso dal solito, come quando ci si obbliga a stare eretti, con le spalle larghe e la testa alta, una posizione che all’inizio ci sembra mortalmente scomoda, ma che alla lunga ci fa scoprire benefici insperati.

 

Ebbene, lo studio di una nuova lingua mi ha posto da subito di fronte alle complesse possibilità dell’intelligenza, agli amplissimi spazi che si schiudono alla mente quando si lascia che il pensiero abbandoni la propria comfort zone. In questi pochi giorni ho dato il via a un serio allenamento mnemonico, un esercizio che non praticavo con tanta assiduità dai tempi della scuola: ho mandato a mente i pronomi personali, le declinazioni, i casi, gli articoli determinativi e indeterminativi, i verbi irregolari e così via. Non tutto e non perfettamente, ma quel poco che l’applicazione mi somministra giorno per giorno e che il mio cervello riesce a immagazzinare con una certa sicurezza. Lezioni e ripassi, più sezioni di approfondimento che vado a recuperare tra le decine di tutorial presenti su YouTube. In più nella mia libreria ho rispolverato un dizionario italiano-tedesco, uno Zanichelli del 1994, e l’ho messo in bella vista sullo scrittoio. Così ora lo consulto spesso, senza una ragione apparente, solo perché a guardarlo mi conforta, e perché mi sprona quando sento la fatica e la sfiducia.

 

Foto di Ole Marius Joergensen.


Da quando ho iniziato a studiare il tedesco ho l’impressione che nella mia testa si sia aperto un varco da cui entra aria nuova. È qualcosa che modifica la percezione della realtà intorno a me. Se ripenso a tutte le volte che ho incrociato nella mia vita la lingua tedesca – una partita di calcio in tv, un film, un viaggio, un incontro – ho l’impressione di averla lasciata fuggire senza ragionarci, senza appropriarmene, in sostanza senza fare ciò che l’essere umano dovrebbe sempre fare: compiere un’esperienza. 

Così adesso sto comprendendo qualcosa in più di me: l’immane spreco che faccio ogni giorno della mia vita, le cose che vedo e non penso, e le cose che penso e non vedo, l’impermeabile che alla lunga ho infilato a protezione del mio cervello, attraverso cui nulla più filtra, crogiolandomi nell’abitudine, in ciò che do per assodato, accontentandomi delle scorte accumulate nel passato, confidando nel fatto che esse saranno sufficienti per il resto dei miei giorni, mentre in realtà la nostra capacità di accumulo è ingiudicabile.

 

Lo studio di una nuova lingua in fondo è questo. È l’osservazione acuta e ostinata di un panorama sconosciuto. È pensare e vedere al contempo. Ed è la messa in pratica di una diversa postura per la mente, qualcosa che induce una nuova tensione nervosa, una tensione benefica.

Imparare una nuova lingua, o imparare qualsiasi altra cosa, ha un enorme effetto su di noi. Non cambia solo ciò che siamo, cambia la realtà che ci circonda. Se la nostra identità è il risultato della somma di due fattori – ciò che abbiamo dentro come pensiero e ciò che abbiamo intorno come realtà – l’atto di imparare ha un effetto duplice su questi due mondi comunicanti: ha il potere di mutare non solo i fattori, ma anche il risultato, la loro somma, ciò che ci definisce in ultima istanza. Lentamente, in tal modo, si compie la nostra piena evoluzione. Un’evoluzione senza approdi, in continuo divenire. Se nelle scienze biologiche infatti l’evoluzione indica lo sviluppo che porta l’embrione ad assumere la forma adulta, l’apprendimento consente un’evoluzione potenzialmente infinita. È una scala mobile perpetua, un’ascesa prodigiosa e continua.

 

L’uomo senza lo studio è un tentativo di vivere, una prova matematica senza sforzo né logica, è come un solutore che sceglie dei numeri a caso, li assume come possibili ed esegue una verifica, fino a trovare una soluzione che soddisfi pressappoco le condizioni del problema che gli erano poste in partenza. Questa è una vita per approssimazione. L’apprendimento invece consente all’uomo una vita di precisione.

Una settimana dopo aver iniziato lo studio del tedesco, l’applicazione mi informa che fin qui ho appreso centouno parole. Ho imparato alcune espressioni colloquiali, so contare fino a dieci, e so dire come mi chiamo e da dove vengo. Ora so anche cosa significa Wie geht’s Dir? Significa Come stai? In fondo, se mi sono deciso a scrivere queste righe, è perché a quella domanda volevo rispondere come si deve.

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Foto di Ole Marius Joergensen.