Insegnare filosofia

Una disciplina antinichilista

 

La scuola come ogni istituzione politica e sociale non è ubicata in cielo, tra le nuvole di Aristofane e le stelle di Talete o nell’iperuranio di Platone; essa è sempre immersa, testa, mani e piedi, nella realtà che è, nel presente che è dato. Nel nostro caso la scuola si trova in un qui e ora estremamente complesso, in un nuovo mondo digitale, interconnesso, veloce e liquido, in cui Dio è morto e sepolto, i padri-padroni sono finalmente evaporati, mentre nuovi idoli della tecnica e del consumo stanno rapidamente sorgendo. Il post-Novecento delle tante post-ideologie ha lasciato un grande vuoto che è stato rapidamente occupato da un nichilismo inquietante e feroce che tutto divora, compresa la scuola, la quale rischia sempre più di trasformarsi in uno dei tanti non luoghi anonimi dei nostri tempi, a metà strada tra un’azienda e un parcheggio, tra un centro commerciale e un talent show. E l’era del covid ha ancor di più acuito questo senso di vuoto, di solitudine e di smarrimento che da tempo serpeggia nel mondo scolastico.

 

Da questa nuda e disincantata fotografia è necessario partire se si vuole innovare la scuola e costruire un percorso formativo di crescita che sia autenticamente significativo sia per gli studenti sia per la società, senza rimpiangere un mitico passato aureo dell’istruzione, che tra l’altro non è mai esistito e che comunque non tornerebbe più, e provando ad andare al di là della noia e della mercificazione educativa. La scuola deve essere una bussola orientativa per gli allievi, un luogo di sana follia, profondamente anti-nichilista, in cui gli studenti possano conoscere se stessi e cercare di dare senso alle molteplici esperienze delle loro vite. Per far questo occorre aprire e connettere le discipline curriculari con il presente, sia per quanto concerne i contenuti sia per quanto riguarda le modalità di insegnamento; le materia devono uscire dagli armadi pieni zeppi di naftalina e indossare gli abiti vivi del mondo per stimolare la curiosità e l’intraprendenza intellettuale e pratica degli studenti.

 

La scuola va intesa come un fecondo laboratorio di crescita umana e non come un museo delle cere da visitare e ammirare. Ciò non vuol dire appiattire le diverse discipline su un eterno presente, bensì arricchirle facendo di esse delle lenti attraverso le quali comprendere i mille volti del reale. In questa prospettiva, la filosofia deve recuperare il suo dna di ricerca, dialogo e studio mossi dalla voglia di discutere e capire le meraviglie del mondo, soffermandosi in particolar modo su quelle che sfuggono al primo sguardo e che vanno al di là dell’apparenza, ovvero su quelle che stanno in cielo e sotto terra. Dalla fertile essenza antinichilista, polemica e dialogica della filosofia devono prendere le mosse le riflessioni e il dibattito pubblico sul modo di insegnarla nelle scuole superiori di secondo grado.

 

Una disciplina per orientarsi nella complessità

 

Partiamo col dire che l'insegnamento della filosofia è oggi più che mai indispensabile per offrire agli studenti e alle studentesse preziosi mezzi culturali per orientarsi in una realtà sempre più complessa, frastagliata e sempre in rapido mutamento. Nel corso del triennio Platone, Agostino, Spinoza, Kant, Marx, Nietzsche, Arendt devono diventare degli splendidi compagni di viaggio con cui dialogare e discutere incessantemente per attraversare le tante strade del mondo in modo sempre più consapevole.

 

Affrontare in classe le grandi questioni sollevate nei secoli dai filosofi e dalle filosofe, dalla politica all’etica, dalla conoscenza alla metafisica, dalla scienza all’ecologia, significa condurre gli studenti a riflettere sul loro essere gettati nel mondo e a provare a dare ad esso un senso. L’insegnamento della filosofia a scuola deve porsi l’obiettivo di costruire con una cassetta degli attrezzi, fatta di robuste conoscenze e competenze, che permetta di decodificare il mondo al fine di uscire da uno stato di minorità, a volte comoda e appagante, che relega però le persone a non essere libere e autonome. La didattica della filosofia deve fondarsi sull'arte del fare filosofia e sul praticare in classe, a partire dallo studio e dalla rielaborazione delle teorie dei diversi autori, il coraggioso esercizio individuale e collettivo del pensiero critico, del dialogo e del dibattito argomentato, al fine di formare degli studenti con una mente ben fatta.

 

 

Una disciplina per imparare a conoscersi

 

Costruire una didattica che permetta di coinvolgere gli studenti in un apprendimento dinamico e significativo è una delle principali sfide della scuola italiana. Per far questo è importante costruire una didattica che metta al centro la meraviglia, le domande e la ricerca di risposte. E in questo la filosofia è la disciplina che deve tessere quel filo rosso della curiosità, attorno al quale provare a legare tutte le materie curriculari, riscoprendo e attualizzando quello spirito dell’umanesimo che, fondandosi sul superamento della distinzione tra sapere scientifico e sapere umanistico, si proponeva di realizzare un sapere autenticamente interdisciplinare. Occorre pertanto far vivere in classe l’intramontabile lezione dei greci e in particolar modo la fertilità del dialogo e della maieutica di Socrate: a scuola si trascorre troppo tempo ad ascoltare, prendere appunti, eseguire compiti e ripetere contenuti, invece serve più tempo per leggere testi filosofici, guardare film, ascoltare musica, rielaborare e problematizzare i contenuti, emozionarsi, confrontarsi e discutere insieme.

 

Le ore di lezione vanno costruite intorno alle domande, e non solo a quelle suggerite e stimolate dall’insegnante, ma anche e soprattutto a quelle che sorgono dagli interessi e dai dubbi degli studenti. I filosofi e le filosofe vanno costantemente interrogati. L’ora di filosofia trasformarsi nell’ora delle domande critiche e scomode, l’ora in cui si viaggia verso l’oracolo di Delfi alla ricerca di sé, al fine di costruire un apprendimento, autonomo, circolare e consapevole che partendo dalle domande conduca gli studenti a conoscere sempre più se stessi, gli altri e il mondo in cui vivono. In questo percorso gli allievi devono essere guidati dagli insegnanti a scoprire le parti più nascoste di sé, a far emergere le loro passioni, ad accrescere le competenze, a stimolare le loro inclinazioni e a realizzare i loro piccoli grandi sogni. 

 

Una disciplina politica

 

Un altro aspetto fondamentale per guardare negli occhi il nichilismo e rendere la scuola un luogo di fertile apprendimento, finalizzato alla crescita personale e collettiva degli studenti, è fare dell’insegnamento una pratica educativa politica. Un mondo globalizzato e una società di massa fatta di interconnessioni digitali h24 necessitano di una coscienza politica diffusa, la quale risulta una vera e propria condizione necessaria, anche se non sufficiente, per costruire relazioni umane fondate sul rispetto e sulla dignità. La scuola o è un luogo pedagogico e politico, come lo erano le scuole nell’antica Grecia, nel Medioevo cristiano o nell’umanesimo, oppure il suo triste destino è quello di diventare un luogo simile a un centro commerciale, in cui gli studenti sono di fatto dei consumatori passivi di progetti, obbedienti esecutori di ordini e grigi replicanti di contenuti.

 

Questa prospettiva vale ancor di più per la filosofia che è nella sua essenza profondamente politica, in quanto si occupa di costruire un discorso logico razionale su tematiche quali la natura, dio, l’anima, l’essere, la conoscenza, lo stato, la democrazia, la felicità, la libertà, la giustizia, il linguaggio, la logica. La filosofia ha più che mai l’arduo compito di formare gli studenti al ragionamento logicamente corretto e al pensiero critico sulle questioni cruciali che toccano la vita democratica della polis. La didattica della filosofia è una pratica pedagogica politica: tutti i pensatori e tutti gli argomenti devono essere collocati all’interno di una prospettiva e di una discussione politica, proprio al fine di far crescere negli studenti il fiore della politicità della vita e del mondo, poiché tutte le relazioni e i destini che intercorrono sotto il cielo stellato sono intimamente politici. La pandemia ha mostrato, con drammatica forza, che senza la capacità di essere animali politici vi è solo la dissennata pratica del cercare di salvarsi da soli, secondo la logica dell’homo homini lupus.

 

Come ci ricorda Platone nel mito di Prometeo, con la tecnica gli esseri umani si sono liberati da molte paure e difficoltà legate alla natura ma è solo con l’arte della politica che hanno iniziato a vivere insieme affrontando i problemi senza uccidersi a vicenda. Istruirsi è l’atto più politico che una persona possa fare, perché è l’inizio di un percorso di consapevolezza e di libertà, da cui dipende la nostra possibilità di felicità. Le lezioni apolitiche, che solo chi è ignorante o in malafede può confondere con il termine apartitiche, sono quanto di più diseducativo che la scuola possa proporre in quanto tarpano le ali alla crescita di una coscienza politica individuale e collettiva indispensabile per la formazione di una cittadinanza critica e consapevole, vero e proprio cuore pulsante di una democrazia viva che non declina nel disinteresse e nell’apatia lasciando spazio all’emergere di forme di potere autoritarie che traggono forza proprio dall’apatia politica delle persone, le quali anziché abitare la comunità con intelligenza e partecipazione si trasformano in ospiti e spettatori paganti di uno spettacolo che non li riguarda direttamente. Fare filosofia in modo politico significa proporre lezioni e discussioni che stimolino gli studenti a ragionare in modo problematico per poi scegliere quale strada percorrere, quale mondo costruire e diventare artefici del loro destino e di quello della polis in cui vivono.

 

Una disciplina per tutti

 

Infine, è giunta l’ora di mettere in discussione e superare l’anacronistica e classista presenza dell’insegnamento della filosofia solo nei curricoli liceali. Tale scelta ministeriale nell’Italia del 2022, oltre ad essere miope, è una discriminazione che non ha più ragion d’essere. Infatti, inserire negli istituti tecnici e professionali anche una sola ora di filosofia, magari ripensando e discutendo l’insegnamento della religione cattolica, potrebbe costituire un'opportunità per arricchire in modo significativo il percorso formativo degli studenti. In questa epoca di egemonia del sapere tecnico e scientifico è infatti importante avere a disposizione degli strumenti culturali per rapportarsi ad esso con spirito critico, cogliendone i riferimenti epistemologici e vedendone le implicazioni etiche e politiche. Tutto ciò potrebbe contribuire a formare delle persone meno propense a sostenere pericolose teorie complottiste di ogni sorta e più pronte a vigilare contro le possibili derive tecnocratiche e fondamentaliste delle scienze. 

Dal degrado della biosfera alla minaccia delle armi nucleari globali, dall’aumento delle disuguaglianze sociali ed economiche ai fanatismi religiosi e politici, oggi il fare filosofia in classe con gli studenti è un prezioso bene comune messo a disposizione di chi ha veramente a cuore la salute della democrazia.

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