Io Narciso

Se, come sostenne Jung, nessuno resta fuori dall’Ombra del suo tempo, allora siamo tutti in qualche modo narcisisti. Per questo è interessante “esplorare la zona di confine tra un carattere con tratti narcisistici, più o meno marcati, e una patologia narcisistica” vera e propria, come si propone di fare Vittorio Lingiardi nel suo Arcipelago N. variazioni sul narcisismo, da poco uscito per Einaudi (pp. 124, euro 12). Un compito tutt’altro che semplice se si tiene conto che – come spiega lo psicoanalista Sidney F. Pulver, opportunamente citato dall’autore – “ci sono almeno due punti su cui tutti concordano: uno è che il concetto di narcisismo è uno dei più importanti contributi della psicoanalisi, l’altro è che è uno dei più confusi” (p.33). Si tratta in effetti di una categoria non solo clinica ma, dal fortunatissimo La cultura del narcisismo di Cristopher Lasch in poi (Bompiani, 1979), anche sociologica, più elastica e discussa del nostro tempo: una specie di diagnosi passepartout – pari solo a quella altrettanto duttile e adattabile di borderline – che non a caso alcuni psicoterapeuti hanno proposto, senza successo, di rimuovere dall’elenco delle patologie psicologiche (p. 43) che il DSM5 annovera tra i disturbi della personalità.

 

 

Se si tiene conto che il narcisismo può presentarsi tanto in forma ipertrofica, tronfia, con sentimenti di superiorità e onnipotenza, quanto in forma insicura, caratterizzata da vissuti di inferiorità e inadeguatezza, che può delineare tipologie “a pelle spessa”, incapaci di empatizzare con gli altri, o “a pelle sottile”, particolarmente porosa, sostanzialmente indifesa e particolarmente esposta al giudizio altrui (pp. 43-47), che può assumere forme “fragili, equilibrate, arroganti, e persino maligne” (p.37 e sgg.), che nella sua forma primaria costituisce un processo fondamentale per la buona elaborazione della personalità e per le future capacità di amare ed essere amati, ma che può sfociare in forme di autoreferenzialità quasi autistica che impediscono di sviluppare la capacità di relazionarsi emotivamente con gli altri, appare non solo prudente ma persino rigoroso, parlarne solo al plurale, come fa, sin dall’azzeccatissimo titolo, Lingiardi che si affretta anche a chiarire che tale arcipelago è “da navigare nell’unicità delle storie personali e nella verità delle strutture difensive e di personalità” individuali e, dunque, mai del tutto riducibili a categorie eccessivamente oggettivanti e ben poco universali. (p.47).

 

 

Del resto l’eterogeneità di significati e sfumature che può assumere il narcisismo dal punto di vista psicoanalitico non è che l’eco di quanto accade già sul piano mitologico e letterario (come aveva mostrato egregiamente anche Fabio Madeddu, I mille volti del narcisismo, Cortina, 2020), ambito al quale l’autore dedica la prima metà del libro che ha, tra gli altri, il merito di utilizzare fonti meno usuali di quelle citate di default – particolarmente interessanti, in questo senso, alcuni testi di Gadda e Morante – facendo anche riferimento al cinema che, come sappiamo, costituisce uno dei suoi campi d’interesse. In ogni caso la trasversalità di questo mito testimonia una valenza simbolica non solo individuale ma evidentemente collettiva che spinge Lingiardi a chiedersi se il celebre libro di Lasch su La cultura del narcisismo non dovrebbe chiamarsi oggi La cultura della psicopatologia (narcisistica) per evidenziare le responsabilità sociali del suo proliferare che sintetizza in tre principali dinamiche collettive: la “mistificazione della politica” – che nega la complessità del reale e delle politiche di intervento su di esso –; la “mistificazione del corpo” – di cui si negano la caducità e i limiti in chiave sempre più prestazionale e estetizzante –; e la “mistificazione delle relazioni”, sempre più ridotte alla dimensione virtuale e, più in generale, vissute in maniera strumentale o limitante (pp. 108-110).

 

L’ignoranza delle relazioni che ci innervano, osservava Benasayag in Oltre le passioni tristi, ce le fa vivere solo come impedimento e ostacolo, mentre in realtà sono esse stesse a sostanziarci e a offrirci la possibilità di comprendere chi siamo. Ed è proprio il mancato riconoscimento di questo aspetto a rendere cieco Narciso che potrà continuare a credere nella sua autosufficienza solo finché abiterà le proprie idealizzazioni (ragione per la quale rigetta ogni proposta sentimentale che non considera mai all’altezza delle sue aspettative). Ecco dunque il senso del vaticinio di Tiresia: Narciso vivrà solo fintanto che non conoscerà se stesso, il che significa, dal punto di vista psicoanalitico, che la sua struttura narcisistica resterà in piedi finché non gli riuscirà di ritirare, per quanto possibile, le sue idealizzazioni: “le illusioni narcisistiche – spiega Lingiardi – ci accompagnano per tutta la vita. Riguardano la considerazione di sé e delle proprie capacità; l’idealizzazione delle qualità altrui, che possiamo ammirare e invidiare; la fantasia di un’unione senza conflitti con qualcuno che, senza che ne siamo consapevoli, garantisce con la sua presenza, temuta o riverita, la nostra sopravvivenza narcisistica” (p. 23). 

 

 

Ma l’approccio sociologico del narcisismo, che pure coglie perfettamente, quella “pienezza di vuoto” che abita costantemente chi persegue solo il successo della propria immagine e la gratificazione immediata, non sembra convincere troppo Lingiardi, che gli rimprovera di trascurare le componenti emotivamente dolorose di questa tipologia di personalità e persino le sue risorse positive (ma forse il giudizio su Lasch sarebbe stato meno severo se oltre a La cultura del narcisismo Lingiardi avesse considerato anche L’io minimo. La mentalità della sopravvivenza in un’epoca di turbamenti che, uscito successivamente sullo stesso tema, sembra proprio colmare l’unidirezionalità un po’ giudicante di La cultura del narcisismo, per inquadrarne la fenomenologia in un’ottica più complessa e sfaccettata). Dal punto di vista clinico la vera questione sembra essere: “come si diventa narcisisti?” (pp. 100-105). Naturalmente, osserva l’autore, “dipende da un intreccio di infinite variabili riconducibili alla triade del modello bio-psico-sociale” ma epigeniticamente la questione può essere ridotta a due aspetti che si influenzano a vicenda: “il temperamento e l’accudimento”.

 

Il deficit di accudimento, in forme diversamente disfunzionali, sembra in effetti caratterizzare l’infanzia di molte persone che successivamente svilupperanno forme narcisistiche anche gravi (si pensi a Trump, preso come esempio da Lingiardi per indagare il narcisismo tracotante, che venne cresciuto a suon di botte e umiliazioni) aiuta a comprendere che, al di là di ogni tecnica, la vera terapia per questi sventurati è l’amore di cui sono stati privati nella fase in cui ne avrebbero avuto maggiormente bisogno o che, in altri casi, ha ceduto il passo all’esibizione narcisistica, oppure alla svalutazione invidiosa o, ancora, a un atteggiamento eccessivamente richiedente o acriticamente gratificante; si tratta, in ogni caso, di atteggiamenti disfunzionali che rischiando di bloccare lo sviluppo allo stato infantile e di comprometterne l’evoluzione verso una consapevole e responsabile adultità, segnando spesso un ritiro dal mondo delle relazioni come forma di difesa per una ferita, originariamente, tutt’altro che narcisistica.

Forse i fattori sociali che innervano i sempre più diffusi sentimenti di vuoto e di mancanza di senso – ben indagati, ad esempio, da Cornelius Castoriadis, L’enigma del soggetto. L’immaginario e le istituzioni, Dedalo, 1998 – avrebbero meritato un approfondimento maggiore di quello che l’autore gli concede ma che, probabilmente, si sarebbero mal conciliati con gli spazi e con il taglio della collana Vele di Einaudi, tradizionalmente più agili e divulgativi, rispetto alla saggistica specialistica.

 

 

Tuttavia la crisi sociale di ogni agenzia di mediazione simbolica in una società nella quale, come osservava in Vita activa Hannah Arendt già negli anni cinquanta del secolo scorso, non esiste più una vera sfera pubblica ma solo una serie di attività private esibite pubblicamente, sembra consegnare il soggetto ad un’autoreferenzialità che si pensa irrelata, esasperata da un analfabetismo emozionale, da un immaginario colonizzato e dalla scomparsa del futuro – solo per dirne alcune – e sottolineare il costo psicologico individuale di disfunzioni di carattere politico e sociale. 

Un celebre aforisma di Jean Cocteau sostiene che gli specchi farebbero bene a riflettere prima di rimandarci la nostra immagine; la storia di Narciso, sintetizza Lingiardi, insegna che dovremmo innanzitutto imparare a raffinare la nostra capacità di “guardare se lo specchio, oltre noi stessi, riflette qualcun altro. Di solito ci sono altre persone: se non le vediamo è un problema”, nato forse dalla ferita di non essere stati visti, riconosciuti e amati, direbbe Winnicott, in maniera “sufficientemente buona”. 

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO