La crisi brasiliana spiegata con il calcio

Dal 7-1 al Muro di Brasilia

 

Il 17 aprile 2016 è una data che entrerà nei futuri libri di storia brasiliana. In diretta televisiva nazionale, sull’eco dei cori dei manifestanti pro e contro il governo divisi da un muro montato al centro della Esplanada dos Ministerios di Brasilia, la Camera dei Deputati ha votato per dare continuità al processo di impeachment della presidente Dilma Roussef, rieletta nell’ottobre del 2014 per il Partito dei Lavoratori (il PT di Lula). 

 

Avvolta in bandiere verde-oro, la maggioranza ha votato “SI” in nome di Dio, della famiglia, del popolo brasiliano e di gente come Carlos Brilhante Ustra, colonnello che torturò Dilma durante gli anni del regime militare. Giustificazioni astratte e “fuori luogo”, insomma – per usare un eufemismo –, che nulla avevano a che vedere con le reali ragioni del processo, riguardanti le responsabilità di Roussef in una serie di presunti trucchi al bilancio del 2015. 

Nel percorso che ha portato all’istituzionalizzazione di quella che è forse la più drammatica crisi politica post-dittatura, i media hanno svolto un ruolo centrale. Da semiologo che ha potuto seguire da vicino il corso degli eventi, vorrei qui provare ad analizzarne criticamente il discorso. Un discorso che, vedremo, ha a che fare con qualcosa che per i brasiliani è, ed è sempre stata, di assoluta rilevanza: il calcio. 

Dalla sconfitta per 7-1 contro la Germania nelle semifinali del 2014 il calcio brasiliano è in declino. La CBF, la Federcalcio locale, è al centro di diversi scandali di corruzione. Attualmente il Brasile è sesto nel girone di qualificazione per i mondiali del 2018, ovvero, fuori dalla competizione. Sarebbe la prima volta nella storia. 

 

Ma, mi si dirà, che cosa c’entra tutto questo con l’impeachment di Roussef? Ecco, io un’ipotesi ce l’avrei: con gli scarsi risultati e la perdita d’interesse nei confronti della nazionale, le pulsioni, il desiderio di partecipazione e il senso d’appartenenza che la narrazione sul calcio riusciva prima a soddisfare si sono riversati sul terreno della narrazione politica. Il Brasile, ha scritto qualcuno, è un paese con “anima di torcida. Può anche non essere così. Una cosa tuttavia è certa: l’attuale postura dei media nazionali ha contribuito a costruire e alimentare l’immagine di un “paese-stadio”, diviso e infiammato, come ci racconta il muro di Brasilia, in cui il dialogo pare impossibile. 

 

 

Di inni e bandiere

 

Chi si trovi ad assistere alle immagini delle recenti proteste contro il governo Roussef si renderà conto dell’enorme quantità di bandiere del Brasile e maglie della nazionale di calcio indossate ed esibite dai manifestanti. Una marea verde-oro che, in nome della patria e di una generica lotta contro la corruzione, invoca la caduta della presidente – il cui partito è coinvolto, assieme a buona parte delle formazioni presenti oggi in parlamento, in una vasta inchiesta su uno schema di tangenti e riciclaggio di denaro pubblico. 

Il verde-oro non ritorna però soltanto sui corpi dei brasiliani. Emerge con costanza anche su altri supporti. 

 

 

Sulla carta stampata e sui siti di riviste e giornali, ad esempio. Si pensi in proposito alle recenti pubblicità della Revista Veja, in cui su uno sfondo giallo si stagliano, in verde e nero, frasi come “Siamo tutti brasiliani” o “Veja vede un lato soltanto: il lato del Brasile”. Una strategia volta ad assegnare in via esclusiva lo statuto di “brasilianità” agli oppositori del governo, o meglio, a ridurre il dibattito politico a una partita di calcio tra brasiliani e non brasiliani.

Non solo. I colori nazionali compaiono anche sulle facciate di importanti edifici. È il caso del palazzo della Confindustria dello stato di San Paolo (FIESP), situato sulla Avenida Paulista di San Paolo, su cui da almeno 3 anni viene ripetutamente proiettata la bandiera del Brasile. 

Per la precisione, sulla FIESP, l’emblema nazionale appare per la prima volta nel giugno del 2013, durante le manifestazioni contro il rincaro dei trasporti e contro i mondiali. 

Sono giorni di grande incertezza, in cui i significati e gli slogan delle proteste, inizialmente chiari e mirati (#TreReaisÈunFurto; #PerUnaVitaSenzaTornelli) si fanno inaspettatamente oscuri, sia nelle piazze che sul web (#NonÈperI20Centesimi; #ChangeBrazil). 

 

Approfittandosi di tale indeterminatezza, i vecchi media, che fino a quel momento avevano condannato le rivolte, invertono prospettiva, elogiandone la portata globale e l'indefinitezza. Si inizia a promuovere l’immagine di un paese alla deriva, in cui nulla funziona: “In migliaia scendono in piazza ‘contro tutto’”, titola la Folha de São Paulo il 18 giugno 2013, il giorno successivo al folto corteo che, illuminato dai led verde-oro incassati sul palazzo della FIESP, sfilava sulla Paulista.

Da lì in poi, da lassù, la bandiera del Brasile non sarebbe più scesa. Di più: assieme all’inno e alle maglie di Neymar e compagni avrebbe invaso le strade e gli schermi del paese, legittimando inizialmente lo spettacolo della vaghezza di giugno 2013 e assumendo poi, mese dopo mese, una posizione sempre più precisa: contro Dilma. Emblematiche, in tal senso, le recenti proiezioni di fasce verdi e gialle sulla facciata della FIESP, squarciate diagonalmente da una parola inequivocabile: “Impeachment”

 

Umberto Eco avrebbe detto che tutto ciò ricorda quella pratica d’uso di emblemi, colori, figure e quant’altro che lui chiamava “il modo simbolico” (Semiotica e filosofia del linguaggio). Il modo simbolico, dice Eco, risponde “a esigenze di controllo sociale”. Esso costruisce in primo luogo “un consenso fatico: (…) Tutti insieme si riconosce la forza e il mana del simbolo. [Tuttavia] quando giunge il momento in cui un senso deve essere posto, e riconosciuto, interverrà il carisma del detentore dell’interpretazione più autorevole a stabilire [quale] consenso”. Perché in fondo, conclude Eco, il potere non è altro che questo: il possesso della chiave dell’interpretazione.  

 

È più o meno quello che è successo e sta succedendo ancora oggi in Brasile. Ci si è riuniti attorno alla bandiera, si è cantato l’inno nazionale a cappella durante i mondiali, sperimentandone collettivamente il mana, mentre in diretta televisiva la Rede Globo, il gigante della comunicazione brasiliana, inquadrava cartelli “contro la corruzione” e “per il “cambiamento”. Con l’eccezione del fatto che, quando è arrivato il momento di specificarne e riconoscerne il senso, lo si è fatto in termini puramente negativi. Se infatti, da un lato, il discorso del “contro Dilma, per il Brasile” mette in chiaro chi siano i nemici della nazione, dall’altro non specifica affatto come sia il Brasile di cui parla. Slogan come quelli appena citati lasciano spazio a un ventaglio smisurato di interpretazioni future, in buona parte non proprio incoraggianti, come dimostrano le dichiarazioni di voto del 17 aprile, con i loro elogi a regimi e torturatori.

 

 

2. Calcio-politica spettacolo 

 

In un paese la cui squadra di calcio nazionale ha vinto 5 Coppe del Mondo, in cui per protestare contro il governo le persone scendono in piazza con la maglia di Neymar, non stupisce che i media abbiano trasformato il conflitto politico in una interminabile e decisiva partita di pallone. 

Riporto di seguito una serie di temi, motivi e strategie attraverso cui il discorso politico-mediatico ha costruito tale narrazione:

 

– La rappresentazione precisa delle due squadre in campo, con i loro rispettivi cori, colori e bandiere: i gialloverdi “per l’impeachment” contro i rossi “pro-governo”. Uniti, compatti e numerosi, i primi sono sempre in vantaggio sui secondi, decimati, isolati e dispersi. 

– Il giorno scelto per il voto sull’impeachment: domenica, dia de futebol, inusuale per una decisione di tale portata istituzionale, ma perfetto per creare un clima da mondiale e consentire ai brasiliani di prendere parte all’evento, incitando la squadra di casa e provando, magari, a convincere qualche indeciso a esprimersi per il SI.

 

– L’incitazione al tifo. Da più di un anno, le apparizioni televisive di Dilma e Lula sono accompagnate dal frastuono di pentole, padelle, trombette e vuvuzelas, percosse e suonate dai divani e dai balconi di casa in segno di protesta. Si tratta dei cosiddetti panelaços, un fenomeno virale, fondato sul contagio estesico – corporale – del dissenso. In un certo senso, è come se la città si trasformasse in una grande arena. I media sembrano saperlo bene. Da quando i panelaços sono iniziati, la sceneggiatura e i ritmi delle principali reti televisive nazionali si sono sintonizzati sugli umori degli spettatori, cercando talvolta di prevederne e stimolarne le reazioni. Ne sono esempio i frequenti sconvolgimenti del palinsesto della Globo, il gigante della comunicazione brasiliana, che per fare spazio alla diretta delle rumorose manifestazioni contro Roussef ha talvolta sospeso la messa in onda delle sue telenovelas. La tv si riversa insomma sulla città e la città sulla tv. Tra media e realtà non c’è più – se c’è mai stata – soluzione di continuità. C’è accordo sensibile, empatia. 

 

– La costruzione dell’attesa del match. La narrazione sulla preparazione dei brasiliani per la domenica dell’impeachment dà rilievo a pratiche tipiche delle tifoserie e degli appassionati di calcio. Tra le altre, il churrasco – la grigliata tra amici – è forse quella più emblematica. 

– La diretta della partita. Non solo in televisione, ma anche sui siti dei più noti giornali brasiliani, si stagliava in primo piano il Placar do Impeachment (il “Punteggio dell’Impeachment”). In maniera analoga alle dirette web delle partite di calcio, il risultato della votazione veniva aggiornato in tempo reale, minuto dopo minuto, con i “gol” segnati dalle due squadre. 

 

 

Una lotta per il senso della nazione, dell’identità e della politica nazionale – dipinta e venduta come fosse la finale di un mondiale – è attualmente in corso in Brasile. All’indeterminatezza diffusa e agli attacchi dell’opposizione, Dilma, il PT, i partiti e i movimenti sociali progressisti hanno risposto con un discorso netto e chiaro: l’impeachment è un colpo di stato mascherato, un golpe, e in questo momento, contro o a favore del governo, è necessario anzitutto difendere la democrazia. Ma pare essere una lotta impari. Per adesso l’ha spuntata la strategia del pessimismo e della vaghezza, quella delle bandiere e degli inni che dicono tutto e niente, della notte in cui tutte le vacche sono grigie, o verdi e gialle, fa lo stesso. 

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