La Grande Russia Portatile

No, che io questo La Grande Russia Portatile di Paolo Nori l’ho preso per due ragioni, ed entrambe sbagliate, perché son fatto così, mi fido delle prime impressioni, e poi me ne pento. Intanto, il titolo: che con un titolo così uno pensa a una bella guida turistica da mettersi in tasca e via, quando vai in Russia, se ci vai (perché se non ci vai non ha molto senso comprare una guida. O forse no, c’ha ancora più senso, che quei posti puoi immaginarteli, invece di vederli con il manuale in mano che ti spiega chi ha costruito quella chiesa, in che anno, cosa ci fanno dentro e un sacco di altre robe che se non le sapevi non ti rovinavano la meraviglia – e infatti quel famoso fotografo che veniva dalle stesse parti di Nori, come si chiama, Luigi Ghirri, lui ha fatto un libro che si chiama Atlante, dove si vede tutto il mondo, solo che il mondo sono delle cartine stampate, appunto; però adesso sto divagando, lo so).

 

Insomma, già sul bus, quando l’ho scartato, ho capito che avevo preso una cantonata, questo è un libro dove ‘sto tale Nori ci spiega il suo amore per la letteratura russa, e cosa ha fatto in Russia tutte le volte che ci è andato, e come a un certo punto nel 1991 ha visto uscire un russo dall’ascensore di un caseggiato di periferia e si è commosso ed è lì che ha pensato di fare una figlia; e guarda te come è fatta la gente, uno vede un altro uscire dall’ascensore e ingravida una femmina, roba da matti, dev’essere proprio la Russia che fa quell’effetto lì, che, diciamocelo, si sa che i russi un po’ matti lo sono e deve succedere la stessa cosa a quelli che si occupano di scrittori di là, o ci passano molto tempo, dopo un po’ dan fuori di matto, ma in un modo mansueto, tipo certi personaggi di Dostoievski, e cominciano a sragionare e a dire cose senza senso, come fa questo tal Nori qui. E adesso parlo del secondo motivo perché mi sono sbagliato; e c’ho anche le mie ragioni per averlo fatto. È perché l’anno scorso ho letto un libro di un certo Paolo Onori, Fare pochissimo, si intitolava; e che non era male, come libro, era una specie di thriller, un thriller un po’ sui generis, a dir la verità, però non male, ecco, dove si parlava della beatificazione di Stalin e di altri fatti del genere, una cosa che si leggeva con piacere e “Bravo questo Onori”, mi son detto, “Il prossimo libro che scrive lo compro”, ecco perché ci sono cascato, Paolo Onori e Paolo Nori, chissà cosa c’avevo in testa in quel momento.

 

 

Ma la cosa più sorprendente e anche un po’ sospetta, se mi consentite il termine, è che questo Nori plagia in modo evidente lo stile di Onori, a tal punto che in certe pagine finge proprio di essere quell’altro (senza peraltro raggiungerne i risultati, sia chiaro), una roba che ti metti a pensare ancora a Dostoievski, al Sosia, e per un momento ti sembra di essere al centro di una grande truffa, si sa mai oggi con le feiknius o come le chiamano, che insomma Nori Onori e anche Dostoevskij ti stiano tutti prendendo in giro con trucchi di abili illusionisti – che anche in quel settore i russi sanno essere tremendi, con i loro servizi segreti e le bufale da intrigo internazionale. (A proposito: e il prezzo? Anche il prezzo del libro dà da pensare: 14,90 euro costa. Ma che prezzo è 14 euro e novanta? Di’ quindici che fai più bella figura. A meno che anche lì ci sia sotto una qualche trappola che capisci solo dopo). E, insomma, in questa guida che non è una guida Nori parla dei poeti che gli piacciono, Mandel’stam, per esempio, e lo scrive così, da precisino, così come tutti gli altri nomi russi, con gli apostrofi e le lettere insolite, che si vede che lui ci tiene a far vedere che sa il russo, perché pare che faccia anche il traduttore, ‘sto tal Nori, ma chissà se è vero, io il russo non lo so e non potrei mai giudicare se ci piglia per il culo anche lì; e così, anche se non sembra venire mai al punto di quello che vuole dire (ma lo fa da furbino, neh, non è che non è capace, è come vederlo lì col sorrisino sulle labbra tal quale al tizio che t’ha appena portato via la fidanzata), ogni tanto di buono c’è che riporta qualche passo di bella letteratura russa, che non fa mai male, i russi sono i più classici dei classici e questo è almeno un punto su cui con l’autore puoi concordare. 

 

Anzi, mi viene in mente una cosa che mi è capitata in Russia – tanto per dire che non c’è solo quel Nori lì che va in Russia e fa dei pensieri. È quando ho attraversato Ucraina e Bielorussia, una decina di anni fa, e mi son trovato in quelle immense pianure, roba che non finiva mai, distese di terra a perdita d’occhio, un’impressione fortissima. Che mi ha fatto pensare a quell’altro sentimento che avevo avuto molto tempo prima, quando ero un giovanotto, e avevo attraversato l’America in macchina perché io allora c’avevo la passione della letteratura angloamericana e allora se c’hai quella passione prima o poi un viaggio così lo fai (però non è che necessariamente ci scrivi un libro sopra, come fa ‘sto tal Nori con i russi, che un po’ di modestia non fa mica male); e in quel viaggio giovanile avevo incontrato altri paesaggi così: enormi, infiniti, che non si vedeva fine all’orizzonte.

 

Ma comparando le due situazioni mi veniva da pensare questo: che là in America, quando passi nelle praterie, ti viene voglia di andare sempre più avanti, di muoversi, come dicono loro, verso l’Ovest, la frontiera, che più in là c’è sempre qualcosa da conquistare per far vedere quanto l’uomo occidentale è bravo, efficiente e capace di dominare la natura e gli elementi e di sconquassare eventuali nemici; mentre in Russia, nelle stesse condizioni, ti viene un pensiero del tutto diverso, che è quello di sederti lì dove sei perché ci stai bene, non ti viene voglia di andare da nessuna parte, solo di guardarti intorno, una bici che passa, una mandria che pascola; e tantomeno ti viene in mente di conquistare alcunché lontano da lì, pensi solo a tirar sera col cielo negli occhi. Che qualcosa del genere lo dice anche Primo Levi in La tregua, e scusate se è poco. Dev’essere perché la Russia è in qualche modo il centro del mondo e quando sei lì fai dei pensieri sul senso della vita che da un’altra parte non ti vengono. Che è anche un po’ la tesi di questo La Grande Russia Portatile, almeno nei suoi passaggi meno contorti o dove ‘sto tizio che si fa chiamare Nori sembra fare discorsi più seri. E lì, quasi, ti viene il dubbio di non esserti del tutto sbagliato, a comprare il libro.

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