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La rivolta

È un gesto vecchio quanto il mondo. Non ha bisogno di eroi né di rivoluzionari di professione, ma è alla portata di tutti, anche e soprattutto di chi non ne ha coscienza e si lascia attraversare dalla sua potenza. È l’atto di rivoltarsi: contro il potere, contro gli altri e contro se stessi. È un movimento impersonale che trova nei corpi e nella capillarità del sensibile infinite occasioni per dispiegarsi, assumendo talvolta forme spettacolari – le immagini premiate in molti contest fotografici – senza tuttavia coincidere con esse, senza mai lasciarsi catturare nella staticità di una posa. Pier Paolo Pasolini è stato tra i primi a mettere a fuoco le differenze tra l’atteggiamento del rivoluzionario e quello dell’“arrabbiato”: «spesso il rivoluzionario dopo aver distrutto la società costituita eccede nella ricostruzione, vuole che abbia tutti gli attributi, ci riporta anche il moralismo e il perbenismo borghesi, al punto che l’arrabbiato, a volte, incide più profondamente del rivoluzionario». Rivoltarsi non significa dunque portare a compimento una rivoluzione né, tantomeno, prestarsi alla monumentalizzazione post-rivoluzionaria, dove i corpi e i volti impegnati in battaglia vengono fissati in un calco, a imperituro monito.

 

Tutto questo incipit per dire che La rivolta di Pierandrea Amato, uscito per Cronopio nel 2010, è nuovamente in libreria: una nuova edizione, rivista e integrata con riferimenti al contemporaneo (i Gilets jaunes), e arricchita da una conversazione con Georges Didi-Huberman, anche lui protagonista, nel corso degli ultimi anni, di una riflessione sui gesti e le immagini di sollevazione. Oggi come al momento dell’uscita, si tratta di un libro d’impatto, non soltanto teorico. Prende le mosse dalla constatazione delle profonde trasformazioni riguardanti la funzione e le forme della politica occidentale dopo la svolta “biopolitica” e assume la necessità di un ripensamento delle forme di vita individuali e collettive. A partire dallo scacco delle prospettive ideologiche novecentesche, di fronte all’indebolimento dei corpi intermedi e in una condizione di precarietà integrale dalla quale sembra impossibile uscire seguendo traiettorie già sperimentate, Amato restituisce visibilità e dignità a quanto di più profondo – anche nel senso di viscerale – possa dirsi “politico”.

 

Al cuore di questo libro, si trova il tentativo di focalizzare la forma di scarto più radicale che sia possibile esercitare rispetto alle strategie di potere delle società neoliberali contemporanee. Se il controllo della vita stessa – le condizioni della sua tutela e dunque anche quelle della sua non tutelabilità – costituisce l’obiettivo della politica, si tratta di concepire una forma di resistenza tanto radicale da far valere la “stravagante potenza” della vita stessa contro le tecnologie che pretendono di normarla, di catturarla, contraffarla. Parlando per metafore, si tratta di fare leva sul corpo biologico come se fosse la fionda di Davide contro Golia. Ma se la metafora della fionda può funzionare, il paragone biblico è pertinente soltanto in minima parte, perché l’atto rivoltante concepito da Amato non costituisce il punto di partenza di una stirpe o di un Regno. Rivoltarsi è piuttosto un gesto, un atto, che fa continuamente ritorno, come a testimoniare l’impossibilità di un addomesticamento totale dell’uomo da parte di se stesso. 

 

Non c’è spazio in questo libro per una distinzione tra le forme “buone” e quelle “cattive” di sovversione (una questione centrale nella conversazione con Didi-Huberman e che vede i due autori fronteggiarsi su posizioni non strettamente conciliabili). Per quanto il tono del saggio resti militante, si tratta prima di tutto di una riflessione sulla rivolta come atto connaturato, come punto di intreccio e indistinguibilità tra natura e cultura, distruzione e costruzione, tra la condizione biologica e l’esperienza sociale: «rivoltante è la situazione inquieta dell’umano in quanto tale: catapultato nel mondo, incatenato a una determinata condizione storica, sociale, biologica, si dimostra però in grado di scardinare la monotonia del proprio destino». Del tutto reattiva appare, a tal proposito, la continua produzione di «strutture destinate a disciplinare, controllare, fiaccare le forme di vite chiamate a infrangere la desolazione del mondo. Qualsiasi potere infatti produce, per mitigare la carica rivoltante dell’uomo, una situazione tesa a inibire, con un piano di progressiva standardizzazione delle relazioni umane, la disponibilità alla rivolta che appartiene a ognuno di noi».

 

Nella conversazione con Didi-Huberman, Amato ammette di non aver prestato particolare attenzione alla «carica estetica che attraversa il gesto politico della rivolta». Come è possibile prescindere dalla dimensione estetica di un fenomeno tanto appariscente, ingombrante, ostinato, sgradevole? Eppure, a uno sguardo attento, risultano evidenti almeno tre punti di connessione tra la concettualizzazione della rivolta e il carattere estetico della stessa. I primi due sono impliciti – non specificati e magari del tutto alieni all’intentio auctoris ma pur sempre presenti, sottotraccia, come stimoli a riflettere per chi si occupa di arti e di immagini – mentre il terzo trova piena esplicitazione nel volume.

 

In primo luogo, l’opposizione tra l’atto rivoluzionario e quello di rivolta sembra costituire un correlato teorico-politico di altre celebri categorie presenti nel dibattito storico-artistico: su tutte, quella tra la “pittura di storia” – strutturata in profondità di campo e dedicata alle gesta eroiche di grandi personaggi – e la “mezze figure”, da intendersi come piani medi di personaggi minori, corpi anonimi quali tutti in fin dei conti poi siamo. Se ogni rivoluzione fa parte della storia, anche solo per interrompere un ciclo e instaurare un nuovo calendario, la rivolta sembra avere a che fare con il quotidiano e con l’anonimato di quanti sono assegnati a tale dimensione temporale. A tratti, nei capitoli centrali del libro, dedicati alle banlieue parigine in fiamme, sembra di vedere le sagome dei personaggi di L’odio (1995) di Matthiew Kassovitz. Ma il pensiero corre anche al cinema degli ultimi anni, documentaristico e/o finzionale: dal montaggio di gesti di resistenza che si trova nelle Histoire(s) du cinéma (1988-1998), in Film socialisme (2010) e Livre d’images (2018) di Jean-Luc Godard alle immagini dei migranti che cercano di rendere abitabili gli spazi ostili di Paris est une fête (2017) di Sylvain George, fino al corpo danzante, munito di lanciafiamme, di Ema (2019), la giovane protagonista del nuovo film del cileno Pablo Larraín. Ciò che emerge al crocevia di esempi tanto diversi è il semplice fatto che si può essere in rivolta tanto agitandosi quanto restando fermi sul posto. Come dire che la rivolta può assumere le forme di un movimento estensivo soltanto a condizione che ci sia un movimento intensivo capace di sostanziarla e di sostenerla.

 

 

In seconda battuta, per quanto mai convocato nell’argomentazione teorica, il nome di Aby Warburg sembra affacciarsi a più riprese lungo le pagine del libro. Si pensa al Warburg del Bilderatlas Mnemosyne, mirato a indagare il paradosso del pathos e il suo continuo affermarsi nell’immanenza dei corpi; la continua rinascita dei gesti di pathos come risposta a momenti traumatici, conflittuali o emancipativi; la sopravvivenza, attraverso i vari tentativi di catturarli in una configurazione stabile; la vita postuma, oltre i limiti di un’epoca storica alla quale si intendeva relegarli, oltre ogni prospettata estinzione. Se l’«essere rivoltante è il collante antropologico che lega ciò che di per sé si presenta come slegato: le infinite rivolte che nel mondo tormentano il bio-potere globale», anche la sopravvivenza delle Pathosformeln warburghiane non è la persistenza di qualcosa di originario o preminente – “la prima” o la più importante – ma è la virtualità sottesa alle loro infinite manifestazioni. Di fronte alla tendenza a concepire l’affermazione delle passioni in relazione all’egemonia di una determinata cornice interpretativa (si pensi alla fortuna dell’iconografia cristiana per codificare i gesti di pathos caritatevole o rivoltoso che affiorano nelle fotografie scattate in varie parti del mondo), il Bilderatlas costituisce un dispositivo comparativo e differenziale capace di restituire le “ragioni del pathos”. Allo stesso modo, La rivolta è un libro “pieno di immagini” ma senza “figure di copertina”: la nozione di rivolta qui sviluppata sembra essere infatti quanto di più resistente alla nozione stessa di icona mediatica. 

 

Il terzo riferimento, il ponte esplicito tra il pensiero politico e il pensiero per immagini, emerge nelle pagine centrali del libro, dove viene trattata la dimensione spaziale delle sommosse avvenute alla periferia della capitale francese: «ogni rivolta urbana contemporanea in fondo replica quanto immagina Truffaut già nel 1959, al tempo dei 400 colpi, quando Antoine Doinel e un suo compagno di scuola girovagando elettricamente per la città, reinventano e ritraducono lo spazio urbano di Parigi secondo sogni e desideri d’evasione». A colpire l’attenzione non è soltanto il portato politico delle passeggiate dei protagonisti del film di Truffaut, né l’audace accostamento con i moti di protesta degli anni Duemila, quanto il riferimento all’infanzia, come possibile chiave di lettura dell’intero libro e spunto per chiudere questa lettura in modo azzardato.

 

Fin dalle prime pagine del libro, fin dalle prime formulazioni teoriche dell’impasto biologico e sociale che sarebbe la rivolta, non ho potuto fare a meno di pensare alla condizione dell’infanzia e all’adolescenza. La prima intesa come quello specifico momento in cui la «potenza organica singolare» della vita dà forma ai caratteri somatici e psicologici, in un turbinio di malattie virali che fanno del corpo un campo di battaglia. Tutto questo, mentre protocolli educativi più o meno rigidi si dispiegano, suscitando dapprima attacchi di pianto e poi gesti di rifiuto momentanei o prolungati. L’adolescenza intesa invece come stagione variabile nella quale si è costretti a un duplice compito: imparare a portare a spasso il nuovo corpo e iniziare a rivestirlo con altri abiti, compatibili con la prospettiva della maturità. Ma anche in questo caso, a prendere il sopravvento – a caratterizzare e talvolta estendere notevolmente questa stagione – sono gli scarti, le mancate corrispondenze, l’incapacità o l’impossibilità di far coincidere l’impianto biologico e quello sociale.

 

Fuori dai margini del libro e oltre i confini cronologici della cosiddetta Generazione X, alla quale appartiene l’autore, vale forse la pena sottolineare che le immagini della rivolta possibile alle quali abbiamo assistito nel corso delle ultime settimane sono quelle di milioni di bambine e bambini scesi nelle piazze e nelle strade per salvaguardare le condizioni di abitabilità del Pianeta. La loro leader si chiama Greta Thunberg, attivista svedese di sedici anni. I politici e i mass media di tutto il mondo la amano e la odiano ma, in verità, sembrano ancora alla ricerca di strategie retoriche adeguate a controllare la forza perturbante delle sue espressioni, dei suoi gesti e parole. Nel frattempo, qualcuno già lavora per trasformare il suo impermeabile da pioggia giallo in un modello per la prossima collezione autunno-inverno, oppure per convertire la sua calligrafia – quella che ha dato forma allo slogan “Skolstrejk För Klimatet” – in un font. Altri sperano invece che quella di Thunberg e della Generazione Z non sia neppure “rivolta”, ma solo l’ennesima “ribellione giovanile”, tipo l’autogestione scolastica, l’allarme bomba o l’occupazione del Liceo.

 

Che siano il frutto di un raffinato lavoro di comunicazione o la naturale espressione di una pasionaria in erba, i discorsi pubblici e i tweet di Thunberg e di altri coetanei sembrano capaci di intrecciare ribellione e rivolta. Portano quella stagione della vita che più di ogni altra è caratterizzata da squilibri biologici e identitari all’interno di uno orizzonte politico anch’esso contraddistinto da un generale senso di smarrimento e da cambiamenti di portata globale. Certo, rispetto alla generazione dei loro genitori, gli obiettivi della protesta dei teenagers contemporanei sembrano essere molto più espliciti e finalizzati: si tratta di interrompere un processo di sfruttamento e deperimento ambientale, si tratta di salvare la Terra. Ma, a ben vedere, l’irruzione stessa del bambino o dell’adolescente in politica costituisce un aspetto fortemente politico, non meno delle specifiche rivendicazioni delle quali si sta facendo carico. 

 

Come sempre accade, presto qualcuno si farà adulto, con ciò che comporta. E mentre le nuove leve sopravanzano, altri si attardano nella più rivoltante delle stagioni, facendone una ragione di vita. Riusciremo mai a comprendere il senso trans-generazionale e prendere finalmente sul serio l’espressione “smells like teen spirits”?

 

Sull'argomento vedi anche, l'intervista a Pierandrea Amato e l'articolo di Marco Belpoliti e Enrico Manera Addio Rivoluzione, è tempo di Rivolta dove si troveranno i link a uno speciale sul tema.

 

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