La torta in cielo

In una delle interviste raccolte nel documentario Gianni Rodari, il profeta della fantasia, andato in onda nell’aprile del 2018 su Rai Storia – ora disponibile sulla piattaforma Raiplay – Rodari afferma che l’idea per La torta in cielo gli venne in seguito a una conversazione con un collega che aveva vissuto per molti anni negli Stati Uniti. Il libro, la cui storia fu poi elaborata con gli alunni della maestra Maria Luisa Bigiaretti, nelle scuole elementari Collodi della borgata del Trullo, a Roma, venne pubblicato nel 1966 da Einaudi con le illustrazioni di Bruno Munari (qui si cita la ristampa del 2011). 

 

Fu proprio grazie a un’interferenza linguistica di quel collega espatriato che lo scrittore scoprì un’espressione di cui fino a quel momento ignorava l’esistenza. Egli disse in inglese, proprio davanti a lui, “a pie in the sky”, una torta volante che avrebbe volteggiato per mesi nella testa di Rodari. In effetti, riferendosi con quelle parole a qualcosa d’impossibile, una chimera, un castello in aria, un disegno realizzabile solo nelle circoscrizioni della fantasia, l’uomo gli passò involontariamente la miccia per innescare il racconto di quella bomba sbagliata che, creata difettosa dal Professor Zeta, si trasformò nella torta pacifista più grande e famosa delle lettere del secondo novecento italiano. 

 

È lo stesso Professor Zeta, scienziato atomico, a raccontarlo, mentre Paolo, protagonista della storia insieme alla sorella minore Rita, lo ascolta con attenzione: “Ricordo la cerimonia dell’inaugurazione... Bandiere, coppe di sciampagna, pasticcini. Una festa commovente. Il ministro non la finiva più di stringermi le mani. A un certo punto, per l’entusiasmo, lasciò perfino cadere un pasticcino nella bomba [...]. Lì per lì ci si fece sopra una bella risata [...]” (p. 80). 

In seguito, però, l’incidente del pasticcino causa “una balorda reazione al cioccolato” (p. 82) che, durante lo scoppio della bomba, condensa la nuvola atomica facendola diventare un immenso dolce. 

 

Nell’intervista, Rodari racconta al giornalista di avere dimenticato quale fosse il contenuto del sogno ad occhi aperti citato dall’amico, ma di avere conservato per giorni quelle parole, “a pie in the sky”, annotate su una bustina di Minerva. 

Un rapido scambio di battute aveva così permesso all’iperbole di allargare il suo raggio d’azione, insediandosi nell’Italia del boom economico. A quale destino migliore potrebbe ambire un’espressione forestiera? Saltando a piè pari il lungo e conflittuale periodo di assestamento nel vocabolario della lingua ospitante, la torta è passata direttamente a essere il titolo di una delle opere italiane più tradotte al mondo, amplificando così la sua carica immaginifica su un territorio ben più vasto di quello raggiungibile dagli effetti di un ordigno atomico.

 

 

Di fatto, azzerando l’enorme distanza che la geografia impone, quella conversazione tra Rodari e il collega su vaneggiamenti passati (se fossero propri o altrui non è dato sapere) aveva coperto in pochi minuti parecchie centinaia di chilometri, dai diner di Los Angeles (o di Chicago, di New York, San Francisco...) ai borghi medievali italiani, rendendo così brevissimo il passo dall’edilizia (i nostri castelli in aria), alla dolciaria (le torte volanti d’oltreoceano), perché va altresì osservato che alcune torte, specie quelle per le grandi occasioni, sono così imponenti da sembrare castelli, e viceversa. Ma non è finita qui. Incaponendosi a volere pensare a certe architetture guarnite, dall’Italia è necessario spostarsi in Andalusia, perché la ricchezza di certi palazzi in stile moresco forse ha ispirato l’espressione “castelli di Spagna”, che il dizionario della lingua italiana segnala come una variante poco nota dei castelli in aria. 

Il gusto per l’elemento esotico sostituisce la vaghezza, ma il significato è lo stesso: che questi edifici siano incorporei o forestieri poco cambia, perché sempre di fantasticherie si tratta. Entrambe le espressioni indicano le velleità dell’immaginazione tipiche di chi, lavorando di fantasia, non sa tenere i freni, lasciandosi trasportare dai propri abbagli o facendosi confondere la vista da chi promette mari, monti o dolci così grandi da sembrare la luna. 

Sì, perché le torte volano come gli asini sulle teste degli sprovveduti. Per fortuna esistono i dizionari, cui spetta sempre il compito di mettere in guardia dalle insidie delle metafore. Così, il volume Food: A Dictionary of Literal and Nonliteral Terms, di Robert Allen Palmatier, edito da Greenwood Press nel 2000, viene in soccorso tanto dei creduloni quanto degli esterofili che, appassionati di zuccheri, desiderano approfondire l’argomento e conoscere l’origine dell’iperbole anglosassone della torta. 

 

Nel volume si scopre che la figura è relativamente giovane, essendo stata inventata agli inizi del secolo scorso da Joe Hill, il leggendario militante del sindacato degli Industrial Workers of the World, accusato di omicidio e giustiziato dal governo dello Utah, che si avvalse, durante il processo, di prove vaghe e inquinate. 

Joe Hill è l’autore della canzone The Preacher and the Slave, la famosa parodia del brano In the Sweet By and By. Con la sua versione, “il bardo degli IWW”, come lo definisce lo storico e americanista Alessandro Portelli, rende cristallina l’ipocrisia delle promesse dell’Esercito della Salvezza. Suoi sono i versi ironici “Work and pray, live on hay / You'll get pie in the sky when you die”: sùdati il pane, vivi di stenti e avrai la torta in cielo. 

Sempre secondo Robert Allen Palmatier, l’espressione sarebbe poi entrata nel parlato indicando qualsiasi tipo di promessa irrealistica: la Storia rimane cristallizzata nella lingua.  

 

Insomma, promettere torte in cielo è un po’ come volere la luna: in entrambi i casi si fatica a stare con i piedi per terra, che è ciò che succede, in Tante storie per giocare [1971], un altro libro di Gianni Rodari, al tassista milanese Compagnoni Peppino, che, una sera, terminato il suo turno di servizio, non contento del numero di corse fatto durante la giornata e dovendo accompagnare l’ultimo cliente a casa, si ritrova a volare con il suo taxi verso il settimo pianeta della stella Aldèbaran. 

Il viaggio è possibile grazie a un motore antigravitazionale che fa raggiungere all’automobile la velocità della luce. Anche qui la reazione è scatenata dal cioccolato, che però stavolta è blu – dettaglio in cui riecheggiano le abitudini alimentari dei supereroi dei fumetti – come se non vi fosse separazione alcuna tra il mezzo e il conducente. Egli stesso, più pilota nella cabina di comando che autista nell’abitacolo della macchina, è parte degli strumenti del velivolo spaziale: il suo apparato digerente comunica direttamente con il motore, e la pozione magica, mutuata dalla tradizione fiabesca, è entrata a pieno diritto nella storia dell’ingegneria aerospaziale, fino a guadagnarsi la funzione di gasolio stellare (o carbone galattico, giacché è in forma solida) necessario al funzionamento del taxi.  

 

Nella fantascienza di Gianni Rodari l’iperbole è sempre combinata all’elemento familiare, al dato domestico. Se da una parte l’esagerazione applicata all’ordinario eleva la vita quotidiana nella società moderna, affrancandola dal senso di frustrazione e di impotenza, dall’altra rigrammaticalizza l’incredibile, partendo sempre dalla lingua. 

Prendendo, infatti, alla lettera le cosiddette iperboli d’uso, modi di dire di cui ci serviamo alla leggera sapendo di non essere creduti al cento per cento, Rodari le sottrae al deterioramento della consuetudine per farle brillare di nuovo, come quando attraversarono la testa di chi le ha pronunciate per la prima volta. Con la riattivazione delle immagini da cui sono scaturite, libera il potenziale narrativo di queste espressioni, svincolandole dalla loro presunta innocuità. 

In questo modo, se nel sopraccitato racconto, intitolato Taxi per le stelle, la fretta del cliente fa salire letteralmente alle stelle la velocità della macchina, in La torta in cielo, la torta promessa dall’Esercito della Salvezza arriva per davvero, è fatta di cioccolato di ottima qualità, è di facile digestione e quieta la fame e la golosità dei bambini della borgata: “Qui c’è da mangiare dolce per un anno!” (p. 83), esclama Paolo contento, che non capisce la disperazione del Professor Zeta. 

 

 

Speculare al fallimento dello scienziato, che non è riuscito a costruire “la più bella bomba atomica che sia mai stata fabbricata” (p. 80), c’è il procedere esplorativo dei due fratelli, Paolo e Rita, dagli esiti sempre felici. 

Rita parte da un’esperienza del mondo più limitata del fratello, perché è più piccola, quindi non distingue i presupposti verosimili da quelli scartabili, per questo motivo Paolo si spazientisce, “Sei proprio ignorante. Chissà cosa t’insegnano, in seconda” (p. 19). Tuttavia, è grazie al suo azzardare ipotesi in tutte le direzioni che i due bambini scoprono la commestibilità dell’enorme oggetto misterioso sulle loro teste. È Rita, peraltro, a toccare per prima e ad assaggiare il pezzetto di materia caduto dall’alto tra i vasi del loro balcone. La bambina ne sente fin da subito il profumo, Paolo invece no, come se la sua conoscenza un po’ più vasta del mondo gli avesse fatto perdere l’olfatto. Lui osserva, mentre la sorella si è già cacciata il dito in bocca ed esclama: “Cioccolato! Avevo ragione io. Prova, prova se non è vero (p. 25)”. 

 

Il rifiuto del mimetismo rispetto all’autoritarismo dell’esistente, incarnato nel personaggio di Rita, non è da intendersi però né come celebrazione depoliticizzata della purezza e del candore del bambino, né come atteggiamento antiscientifico da parte della voce narrante.

Rita (e Paolo), infatti, sono intrisi di Storia. Seguendoli nell’azione narrativa, il lettore ha davanti a sé il microcosmo del quartiere del Trullo con i riflettori del mondo puntati addosso: la torta si è fermata proprio lì, sulle teste delle famiglie operaie impegnate a contribuire, per cercare di migliorare la propria condizione materiale, alla crescita economica che ha caratterizzato e ha definito il processo storico della democratizzazione della penisola, dopo gli anni del fascismo. E quando il vigile Meletti, di cui Rita e Paolo sono figli, deve fare il giro delle case per la prova della scarpina rinvenuta sul monte dove nel frattempo si è adagiata la torta, la borgata, frutto delle regole urbane dell’esclusione, si trasforma nello scenario per un’umoristica descrizione del contesto popolare, “dove si monta e si smonta la sociologia domestica del pettegolezzo, del prima tu che poi ti dico [...]”. Queste appena citate sono le parole di un autore, il cileno Pedro Lemebel (1952 – 2015), che ha saputo elaborare, proprio come Gianni Rodari, seppur in modo molto diverso, forme originali di riappropriazione narrativa della materia esistenziale di chi è in una condizione di subalternità. 

Le scale e i vivaci pianerottoli dei caseggiati del Trullo sono il regno della sora Cecilia, la sora Rosa, la sora Matilde..., che, aprendo in ciabatte e vestaglia la porta di casa al vigile, hanno già la frase pronta: “Cos’ha combinato ancora quel disgraziato?” (p. 56), riferendosi al proprio figlio.

 

Nella sua esplorazione, attraverso gli strumenti della letteratura fantastica, del contraddittorio processo di sviluppo urbano e industriale dell’epoca, che Luciano Bianciardi chiamò il “miracolo balordo” in La vita agra, Gianni Rodari si rifiuta di assumere un atteggiamento tecnofobico. In un altro inserto contenuto nel documentario citato all’inizio di questo testo, Rodari dice: “Io ho cercato di scrivere dei libri per un mondo urbano, non per un’arcadia rurale che non c’è più. Io penso che non si debba cercare di parlare come il bambino, ma come il mondo di oggi. Il mondo parla oggi al bambino non solo attraverso le parole dei genitori, parla attraverso le immagini, le macchine”.

I processi di automazione della nascente industria italiana, e anche, come ricorda Vanessa Roghi in “Gianni Rodari, un meraviglioso intellettuale” (Internazionale, 14 aprile 2020), il diffondersi dei mezzi di comunicazione di massa, sono per Rodari fenomeni che trascinano con sé enormi quantità di parole nuove da offrire alla “Fantastica”. In La grammatica della fantasia [1973], afferma: “Abbiamo così a disposizione una più ampia materia per fabbricare storie e possiamo usare un linguaggio più ricco. L’immaginazione è una funzione dell’esperienza, e l’esperienza del bambino di oggi è più estesa [...]” (p. 113). 

Ogni fenomeno è la possibilità di un ampliamento del linguaggio e “Ogni oggetto, secondo la sua natura, offre appigli alla favola” (ibid.).

 

La torta in cielo è sì un romanzo pacifista, ma l’invasione dell’immenso dolce volante è da intendersi anche come un atto di belligeranza da parte dei domini dell’immaginario nei confronti del tran tran. 

Il suo arrivo è certamente un problema per gli abitanti della borgata del Trullo, che dall’oggi al domani si sono visti chiudere le scuole e sbarrare le saracinesche dei negozi. Tuttavia, l’oggetto misterioso, “la cosa”, come la chiamano a un certo punto, è anche una figura del superamento per impulso utopico, soprattutto per chi ha una certa predisposizione allo sconfinamento, come le migliaia di bambini romani che, oltrepassando le protezioni, assaltano la torta per mangiarsela. 

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