Lo charme della Repubblica Popolare Polacca

Varsavia

Così recita uno degli appellativi che hanno caratterizzato nei suoi non molti anni di vita l’attuale Muzeum Życia w PRL (Museo della vita nella RPP), altrimenti noto (per il pubblico anglofono di turisti) come Museum of Communism. Ma arriveremo gradualmente a dissertare delle sue denominazioni.

Il caso mi ha portato in Polonia per visitare questo museo di domenica, domenica 1° agosto 2021, per la precisione. Sei ore di treno diretto (ferrovie polacche) che separano Berlino da Varsavia e poi il primo impatto con la città. Appena fuori dalla stazione centrale il benvenuto mi fu dato proprio dalla gigantesca mole “comunista” di un grattacielo staliniano, il Pałac Kultury i Nauki imienia Józefa Stalina (Palazzo della cultura e della scienza intitolato a Iosif Stalin). Costruito tra il 1952 e il 1955 come dono dell’Unione Sovietica al popolo polacco, cambiò nome nel 1956 in seguito alla destalinizzazione voluta da Chruščëv (cadde il riferimento al dittatore) e restò noto tra la gente come “l’ottava sorella”, vista la sua somiglianza con i sette “edifici alti” (così denominati in URSS per non usare l’equivalente dell’americano grattacielo) che avevano caratterizzato il profilo di Mosca nell’immediato dopoguerra. 

 

Il Palazzo della cultura e della scienza di Varsavia (1952-55).


Ospita tutt’ora cinema, teatri, musei, sale congressi, piscina. Da parte di non poche forze governative dopo il crollo dell’URSS è stata caldeggiata la sua demolizione, sia per il peso del valore simbolico che per le immani spese di manutenzione, ma il senso della Storia ha prevalso e dal 2007 è stato inserito nel registro dei beni patrimonio culturale. Lo skyline di Varsavia oggi conta molti altri grattacieli che si affiancano allo storico palazzo art déco e aggiungono nuove pagine alla storia.

 

Nuovi grattacieli accanto al Palazzo della scienza e della cultura.


La fatidica data 1° agosto mi avrebbe riservato un’importante sorpresa: gruppi di giovani brandenti bianche e rosse bandiere polacche mi venivano incontro mentre procedevo verso l’albergo e una folla di persone festanti si faceva sempre più fitta a mano a mano che avanzavo in direzione del centro. Quasi tutti adornati con bracciali o coccarde. Molte donne, giovani e anziane, portavano ghirlande di fiori finti degli stessi colori sul capo. Ripresi dalle infilate di vessilli svolazzanti piazzati su tutti i muri della città.

 

Una donna con la ghirlanda, tutta in bianco e rosso.


A un banchetto che vendeva questi gadget chiesi informazioni e mi fu ricordato che proprio il 1° agosto del 1944 aveva avuto inizio la Rivolta di Varsavia, intentata dalla resistenza nazionale polacca che fino all’ottobre dello stesso anno avrebbe provato a contrastare l’occupazione nazista contando sull’arrivo dell’Armata Rossa sovietica che già aveva raggiunto le porte della città. La repressione della Wehrmacht fu violentissima e Varsavia venne rasa al suolo. La storiografia ancora non è arrivata a un’interpretazione universalmente accettata, soprattutto per quanto riguarda il mancato sostegno staliniano, da molti considerato causa del fallimento della rivolta, motivato dal timore che le forze nazionaliste polacche acquisissero troppo autonomo potere. Questa è, ovviamente, la versione avvalorata dalla narrazione storica polacca; in città esiste anche un museo dedicato alla rivolta. La commemorazione di cui mi sono trovato testimone (77° anniversario), a forti tinte nazionalistiche, può essere dunque interpretata su due fronti: consegnare alla memoria sia la crudeltà dell’invasione tedesca che la discutibile responsabilità sovietica, meritevole sì della pur ritardata liberazione di una Varsavia già ridotta a rovine, ma colpevole anche della successiva colonizzazione del paese, della repressione dei partecipanti alla suddetta insurrezione e della proibizione di celebrarne in qualsiasi modo gli anniversari. L’atmosfera, al di là della ridondanza di simboli nazionali, era quella di una sagra popolare: gruppi che suonavano e cantavano, intere famiglie in festa, artisti di strada, palloncini, profumo di waffles inondati di panna e frutti di bosco, allegria, spensieratezza. 

 

La festa in piazza del Castello.


Il giorno successivo, ancora suggestionato dalle immagini della solennità e dalla loro plurivalenza ideologica, mi diressi verso l’attuale sede del museo. Aveva esordito nel 1999, con residenza proprio all’interno del Palazzo della scienza e della cultura, promosso da figure significative del panorama culturale polacco tra cui Andrzej Wajda. Intorno al 2010, per iniziativa di Rafał e Marta Patla, una coppia di dinamici imprenditori, nacque un nuovo embrionale progetto. I Patla erano stati ideatori dell’agenzia Adventure Warsaw che propone tutt’ora, tra l’altro, un tour della città comunista realizzato a bordo di un mitico pulmino Nisa 522 (negli anni Settanta in dotazione sia alla polizia polacca che alle ambulanze). La prima sede provvisoria del futuro museo fu un cadente garage nel quartiere operaio e periferico Praga, in piena rinascita alternativa dopo una storia di degrado, malvivenza e povertà. Fu proprio in quel rione che l’Armata Rossa si era fermata nel 1944 senza oltrepassare la Vistola, abbandonando le forze nazionali in balia dei nazisti.

 

Visto il successo e l’interesse per la primigenia raccolta di oggetti e documenti, tre anni più tardi, in una fabbrica dismessa dello stesso sobborgo, aprì il Muzeum Czar PRL, chiamato, non senza una punta di sferzante ironia, “Museo dello charme della RPP”. Riscosse prontamente un considerevole successo, ma a causa della gentrificazione in atto nella zona, poco prima del Natale 2018 dovette chiudere e abbandonare il territorio. Fu l’occasione per trasferirsi in uno spazio più centrale, più facile da raggiungere e in totale sintonia con i contenuti dell’esposizione: il trionfalistico quartiere detto MDM (Marszałkowska Dzielnica Mieszkaniowa), insediamento residenziale della via Marszałkowska: l’imponente magistrale risalente al 1757, distrutta completamente durante la rivolta del 1944 e ricostruita (quasi quattro chilometri di lunghezza) nel dopoguerra in stile vicino al realismo socialista sovietico. Percorrerla a piedi, nel tratto che va da via Świętokrzyska alla piazza della Costituzione, al cui angolo con via Piękna 28/34 ha sede il museo, costituirà un’ottima introduzione alla visita. Le facciate degli edifici che vi si affacciano, in questo settore costruiti nei primi anni Sessanta in stile brutalista, recano ancora vistose tracce dei tempi andati a dispetto dei restauri, dei negozi e delle insegne contemporanee.

 

Un tratto della via Marszałkowska.


Il museo è ospitato in un magniloquente palazzo dell’epoca (già parte del complesso di piazza della Costituzione, dunque edificato nei primi anni Cinquanta), ma l’ingresso è dimesso e modesto, soprattutto se paragonato alle adiacenti grandi vetrine di un KFC. Manca addirittura una vera e propria insegna. (Biglietto d’ingresso: 20 złoty, poco più di 4 euro)

 

L’ingresso al museo (piccola porta a destra).


A differenza del suo omologo praghese tutto lo fa pensare come concepito per i visitatori polacchi, prima che per i turisti stranieri. Tutto è bilingue (polacco e inglese) a cominciare dal nome che, come già si è commentato, propone oggi due varianti semantiche della stessa realtà. Museo della vita nella RPP, in polacco, e un più generico quanto onnicomprensivo Museum of Communism per gli ospiti forestieri. La doppia denominazione offre lo spunto per una riflessione che riguarda anche gli altri musei di cui si è trattato e si tratterà in queste pagine. Gli oggetti raccolti ed esibiti, i settori che ricostruiscono appartamenti, spazi istituzionali o privati, i tabelloni esplicativi propongono quadri esistenziali legati a diverse epoche storiche: anni che, nel caso delle realtà qui illustrate, vanno convenzionalmente dai Cinquanta agli Ottanta e che, nei paesi in questione, hanno coinciso con il comunismo al potere. Da qui al sillogismo secondo cui tutti i reperti prescelti indiscriminatamente afferiscano e costituiscano l’immagine del “comunismo” ci passa un po’ di strada.

 

Il visitatore dovrebbe, là dove i curatori non abbiano provveduto, arrivare autonomamente a scindere l’appartenenza a un periodo storico in assoluto e la dipendenza (nel bene o nel male) dalle circostanze politico-ideologiche che possono averla condizionata. Che cosa è davvero stato (o è diventato nella memoria collettiva o nell’uso quotidiano) “comunista”, “fascista”, “nazista” o altro? E ancora: come una stessa cosa può essersi caricata di valenze retoriche o concettuali tanto da prendere nette distanze da un suo omologo di altri paesi o realtà di governo? La cultura della quotidianità nei “paesi dell’est” era satura di sottotesti politici. Si diceva: scarsità di merci, ma sovraproduzione di ideologia. In questa sede mi limito a segnalare il problema. Tornerò ad affrontarlo negli ultimi articoli di questa serie dedicati ad alcuni musei tedeschi legati al passato della DDR.

Nelle intenzioni dell’ideatore della galleria di Varsavia, anche in questo caso privato cittadino non istituzionale, l’interlocutore primario resta il visitatore locale. Assenti sono collegamenti a realtà storiche parallele ma distanti e si percepisce un discorso che nasce e si sviluppa all’interno di una ben precisa cultura.

 

Con questa iniziativa – dichiara – intendo spezzare alcuni miti e creare uno spazio in cui i polacchi possano per una volta smettere di polemizzare e guardare al passato in maniera produttiva. La storia non è un soggetto in bianco e nero e di conseguenza la gente dovrebbe smettere di pensare soltanto in termini di buoni e cattivi.

Nonostante le lodevoli intenzioni del responsabile non me la sento di definire la raccolta un museo storico: i reperti che la documentazione offre non vanno al di là di un’apprezzabile rassegna che, nella migliore delle ipotesi, può suggerire spunti di riflessione e stimolare curiosità o desiderio di approfondimento, senza però connotarsi come esposizione analitica o rigorosa. Giovani sono gli addetti ai lavori, la ragazza alla cassa e il giovanotto alla caffetteria, e giovani erano pure i visitatori (tutti polacchi) che si sarebbero uniti a me nel corso della mattinata. 

 

Le macro tematiche affrontate, e sono sostanzialmente le stesse che ritornano nelle esposizioni degli altri Paesi, vanno dall’ingerenza del partito nella vita privata (vessazioni, controlli, sanzioni) ai vari dilemmi della quotidianità: spazio abitativo, tempo libero, cultura materiale, istruzione, lavoro. Qui, come a Praga, riproposti in chiave essenzialmente negativa. Di alta specificità per Varsavia fu il problema della riedificazione post-bellica. Lo stato di devastazione della città era tale che si era pensato addirittura di trasferire la capitale a Łodz. Si decise poi che il centro storico sarebbe stato ricostruito in copia conforme all’originale e che il resto della città avrebbe dovuto incarnare lo spirito di una metropoli europea alla luce della nuova situazione ideologica e, non ultima, “la considerazione dello stalinismo per l’uomo”. La condizione urbana disastrosa influì ovviamente sulla questione abitativa e rese particolarmente delicata l’incombenza dell’assegnazione di nuovi appartamenti e l’edificazione degli stessi. I pannelli esplicativi privilegiano i conflitti dovuti ai favoritismi, alla cattiva qualità degli edifici, alle rivalità e alle invidie che la questione scatenava tra i cittadini.

 

Un intero appartamento socialista è stato ricostruito e, anche in questo caso, il discorso introdotto in precedenza torna prepotente: quanti inquilini di “case popolari capitalistiche” si potrebbero riconoscere in quella realtà abitativa? Quali sono le autentiche specificità polacche e comuniste che rendono unico e modellizzante quello spazio residenziale? L’edilizia, per accelerare la produzione di nuove case, puntava sulle cosiddette “costruzioni economiche”, il che tradotto in realtà significava “con il minor numero possibile di aperture”. Da qui bagni e cucine cieche per limitare la quantità di finestre. Tollerabile, addirittura apprezzabile condizione se in parallelo non avessero proceduto le costruzioni “di lusso” (vedi il quartiere MDM), trionfalisticamente oggetto di propaganda ma, nel concreto, riservate all’élite politica.

 

L’appartamento tipo nella Varsavia comunista.


Sicuramente identitario è un dettaglio che compare nell’angolo riprodotto qui sotto: la foto di papa Woitiła in abbinamento a quella dei parenti d’antan non lascia dubbi sulla specificità, sia polacca che anti-comunista, dei residenti. Nessun commento in proposito è però esplicitato.

 

Un angolo dell’appartamento.


Anche all’attività di resistenza e contro-cultura è dedicata attenzione (un filmato rimanda le immagini dello storico e contestato concerto del 1967 dei Rolling Stones al Palazzo della cultura), in particolare a una forma originale e interessante: il ruolo dei caffè. Un tavolino e una sedia in una sala pubblica equivalevano alla sognata “stanza in più” che non esisteva nell’appartamento ottenuto in assegnazione, ma che si realizzava in alcune caffetterie. Dare appuntamento a un amico “al solito caffè” era come invitarlo a casa propria. Il caffè (inteso come bevanda) era di qualità scadente. Quello d’importazione raro e costoso, ma si affermò come status symbol e divenne irrinunciabile tra gli artisti e gli scrittori non allineati. Ovviamente il potere ufficiale non vedeva di buon occhio queste abitudini e contrastava la “perdita di tempo intellettuale” di ore sottratte al lavoro e sprecate al tavolino di un bar.

Un’intera caffetteria, bar mleczny (letteralmente bar latteria, una realtà analcolica diffusa in quasi tutti i paesi del blocco comunista) è stata ricostruita: è operante e ci si possono assaggiare bibite e cibi d’epoca. 

 

La caffetteria del museo.


Tra i pezzi di maggior pregio della collezione rientra una macchina per il caffè degli anni Cinquanta, donata da un anonimo benefattore, tutt’ora funzionante e ampiamente celebrata nei siti promozionali.

 

Il giovane barista e, sullo sfondo, la macchina del caffè.


Non mancano ampie documentazioni relative alla cultura materiale: prodotti alimentari, detersivi per la casa, elettrodomestici di ogni genere, molteplici oggetti di uso domestico quotidiano. Se ne segnala la difficile reperibilità che portava alle famigerate code e al sistema di organizzazione interna alla coda per la sua gestione. Sistema che, a metà degli anni Settanta, avrebbe condotto al razionamento di determinati beni di consumo e alle tessere annonarie. Proprio a una di quelle tessere si ispira il biglietto d’ingresso al museo.

 

Il biglietto d’ingresso al museo su modello di una tessera annonaria.


Interessante sarebbe, volendo approfondire in chiave comparatistica con l’universo occidentale, valutare oltre alla qualità dei prodotti e alla loro distribuzione e reperibilità anche l’eventuale scarto di anni che ne differenziava la comparsa e la persistenza sul mercato e, aspetti intriganti e significativi, il design di contenitori ed etichette e i nomi “politicamente corretti” che venivano loro assegnati.

 

Prodotti di consumo.


I molti oggetti esposti, e altri conservati in un deposito (non lo si definisce onestamente archivio) possono essere affittati per spettacoli o feste. Questo è il massimo di performatività (su un fronte puramente commerciale) che, al momento, offre la collezione del museo.

Offriamo la possibilità di noleggiare oggetti e costumi dei tempi della RPP (Repubblica Popolare Polacca) per servizi fotografici, set cinematografici, eventi, ecc. Affittiamo anche lo spazio museale e automobili storiche dell’epoca comunista.

Tappa importante fu quella del turismo. Ovviamente limitato ai paesi fratelli e condizionato dalla difficoltà di reperimento di prodotti legati alle necessità di viaggio e soggiorno fuori casa. Gli anni Settanta videro la produzione delle 125p e 126p Polski Fiat che costituirono una svolta determinante nelle abitudini vacanziere della popolazione. Anche su questo aspetto ritornerò con collegamenti tra i paesi in questione e ulteriori considerazioni negli articoli successivi.

 

La 126p Polski Fiat.


Concludo con una riflessione sul settore souvenir, ridottissimo e limitato a qualche scaffale a ridosso della cassa nel piccolissimo ingresso. Nulla di irrisorio, nessuno sberleffo ai grandi teorici e leader comunisti, ma neppure loro celebrazioni esaltanti. Nemmeno un rimando all’Unione Sovietica. Soltanto riproduzioni di cartelli e insegne locali d’epoca, di giocattoli dei tempi che furono, confezioni di storiche caramelle mou ribattezzate CZAR PRL (charme della RPP). Nostalgia o sarcasmo?

 

Le caramelle souvenir.


La vetrinetta dei souvenir.


All’uscita, per completare l’effetto real-socialista sovietizzante iniziato con l’incombente Palazzo della scienza e della cultura, nulla di meglio che addentrarsi nel cuore del quartiere MDM, immergendosi tra i fregi, i mosaici, i mastodontici lampioni di piazza della Costituzione e procedendo lungo la Marszałkowska fino a piazza Zbawiciela. Non è forse tra i quartieri più amati dalla popolazione, ma è stato opportunamente posto sotto la protezione delle belle arti.

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Un lato di piazza della Costituzione.