Lovecraft prossimo nostro

Quando vede un nuovo volume di racconti di Howard Phillips Lovecraft, il suo cultore pensa, sconsolato: ancora?! Quante antologie devono uscire ogni anno di uno scrittore morto quasi un secolo fa, e la cui opera omnia si trova già agevolmente in commercio? Ma la verità è che questa è la frustrazione del collezionista che vorrebbe avere la certezza di non doversi più accaparrare nuovi volumi, e che ambirebbe invece a interfacciarsi, come sarebbe ideale, con un ambito meno brulicante di pubblicazioni. 

 

Questo non può essere però il caso di Lovecraft, il più grande scrittore dell’orrore del ventesimo secolo e tutto sommato anche del ventunesimo, se è vero che viviamo, come hanno scritto Carl H. Sederholm e Jeffrey Andrew Weinstock, nella age of Lovecraft – ossia in una cultura pullulante di tracce, citazioni, rimandi diretti e indiretti all’orrore cosmico di HPL e ai miti di Cthulhu. In Italia, poi, dal 1960 (anno in cui Lovecraft compare in Storie di fantasmi di Carlo Fruttero e Franco Lucentini di Einaudi e Un secolo di terrore di Bruno Tasso della compianta Sugar), le comparse di HPL e le antologie e i volumi a dedicati sono semplicemente innumerevoli (per non parlare dei siti, a partire dalla pionieristica The Arkham Page, attiva dal 1997 al 2001, i cui contenuti sono stati ripubblicati in volume di recente da Stefano Mazza). Perfino i tentativi di appropriazione politica sono stati fin troppi, se è vero che Gianfranco De Turris e Sebastiano Fusco, in L’orrore della realtà (2007), allineano Lovecraft addirittura al Manifesto di Verona. 

 

Tutto questo è perfettamente comprensibile: la mania che Lovecraft instilla nei suoi lettori è proverbiale, e sin da subito l’opera di Lovecraft suscitò il lavorio di imitatori, collaboratori, ammiratori – anche nei Taccuini in questione l’ultimo dei quattro racconti è scritto a quattro mani (ma per la maggior parte da HPL) con un suo appassionato lettore, Edgar Hoffman Price. In fondo il lettore medio di Lovecraft (e io sono felice di mettermi tra questi) parla “del ciclo di Cthulhu come del Pentateuco” per dirla con il Michele Mari di I demoni e la pasta sfoglia (2004, ristampa il Saggiatore, 2017): “avendo la predilezione per un autore estremo come Lovecraft tutti i caratteri della devozione, e ponendosi i suoi estimatori nelle vesti di adepti, si può dire che l’assenza di consapevolezza filologica abbia semmai giovato al successo di Lovecraft, facilitando la sua trasfigurazione in sacerdote della religione dell’orrore, e di conseguenza assimilando la sua opera a testo sacro”.

 

Cos’ha di speciale dunque questo nuovo, elegante volumetto, I taccuini di Randolph Carter, a cura di Marco Peano? A renderlo particolare è senza dubbio la selezione della materia, che pesca in una delle vene meno note e spesso ingiustamente meno apprezzate di Lovecraft, quella, più che orrorifica, fantastica. È un’approssimazione, si capisce, perché due dei racconti di questa piccola antologia (La testimonianza di Randolph Carter, 1919, e L’indicibile, 1923) appartengono con decisione al versante horror della produzione di HPL, richiamando insieme le prime storie cimiteriali dell’autore come Nella cripta e Herbert West, rianimatore, e presagendo quelle dei Grandi Antichi. 

 

Sono racconti che testimoniano, all’interno della letteratura del soprannaturale, la duttilità di Lovecraft come scrittore, che riesce a essere al contempo autore di squisite storie gotiche, creatore rivoluzionario dei Grandi Antichi, e cesellatore sopraffino di questi racconti, influenzati dalla maniera di Lord Dunsany e dei suoi déi di Pegāna, che tanto peso avranno anche (non senza il tramite di Lovecraft stesso) nell’opera di Clark Ashton Smith e Robert Howard. Come suggerisce il titolo dell’antologia, tiene insieme queste storie il loro protagonista, il misterioso e melanconico Randolph Carter, con le sue incursioni oltre il muro del sonno: Carter va e viene dalla terra di là del sogno come desidera – una terra piena di pericoli e di meraviglie.

 

 

È notevole la scelta di mettere insieme questi racconti sulla base del protagonista comune, cosa che permette di leggere di filato opere che se pure di solito sono antologizzate insieme, con le molte altre del “ciclo del sogno”, sono intervallate comunque l’una dall’altra da parecchi anni. 

Carter prende senz’altro le mosse da altri celebri detective dell’occulto letterari, come il John Silence di Algernon Blackwood e il Carnacki di William Hope Hodgson, ma è intessuto di rimandi autobiografici, come scrive Marco Peano nel bel saggio introduttivo: la più lunga e celebre di queste storie, la novella La cerca onirica di Kadath l’ignota, Lovecraft comincia a stenderla nel 1926, dopo il disastroso matrimonio con Sonia Greene e la parentesi newyorkese, per rifugiarsi in un mondo fantastico più accogliente di quello delle sue storie dell’orrore, ma al contempo recuperando suggestioni e forme coltivate sin dall’infanzia.

 

L’incipit di La chiave d’argento è esemplare, in questo senso: “Per tre volte Randolph Carter aveva sognato la meravigliosa città e per tre volte ne era stato allontanato di colpo mentre sostava, immobile, sull’alto belvedere che la sovrastava” – una frase, scrive Peano, che “racchiude il senso di profonda nostalgia per le origini, di amore per un passato che non si è potuto conoscere, di decadente struggimento verso qualcosa di irrecuperabile: tutti temi cari all’uomo Lovecraft, prima ancora che allo scrittore” (p. ix). 

Questo Lovecraft fantastico e sentimentale è forse meno noto del grande maestro dell’orrore, ma è senz’altro una presenza familiare al lettore fedele: per chi, come per esempio il sottoscritto, gli si è avvicinato nei magmatici e terribili sommovimenti della pubertà, Lovecraft ha rappresentato insieme un’inesauribile fonte di rifugi immaginari e un compagno nel disprezzo per il mondo (un disprezzo tutto adolescenziale, verrebbe da dire: ma Houellebecq dissentirebbe). Questa melanconia è soprattutto una cifra caratteristica dell’uomo Lovecraft, prima che dell’autore, che si può rinvenire in praticamente qualsiasi traccia biografica, dalle lettere alle pagine di diario, come testimonia la monumentale e meravigliosa biografia Io sono Providence di S.T. Joshi, recentemente pubblicata in Italia da Providence Press. 

 

Il tono pessimista e melanconico e il rifiuto del mondo sono una costante nel racconto lovecraftiano: i protagonisti di HPL sono quasi invariabilmente uomini separati dalla realtà, soli, a volte con una posizione materialmente confortevole nella società ma sempre invariabilmente distanti da essa. Randolph Carter, in un certo senso, sublima questa qualità ricorrente dei protagonisti lovecraftiani, perché non è perseguitato da incubi, ma semmai esplora deliberatamente il mondo del sogno per sfuggire alle angustie della realtà: 

 

Uomini assennati gli avevano spiegato che le sue semplici fantasticherie erano vane e infantili e, poiché vedeva bene che poteva essere davvero così, credette loro. Ciò che gli sfuggiva era che anche i fatti reali sono altrettanto vani e infantili, e tanto più assurdi perché i loro protagonisti persistono nel crederli pieni di significato e scopo mentre i ciechi universi ruotano senza meta dal nulla al qualcosa e dal qualcosa nuovamente al nulla, senza ubbidire né percepire i desideri o l’esistenza delle menti che, di quando in quando, lampeggiano per un istante nell’oscurità. Lo avevano incatenato a ciò che esiste e poi gliene avevano spiegato il funzionamento fino al punto che tutto il mistero si era ritratto dal mondo (p. 32). 

 

Uno dei motivi per leggere questa nuova piccola antologia, anche qualora i testi che raccoglie non siano nuovi per il lettore, può essere questo, allora: seguire Randolph Carter nei pericoli meravigliosi delle terre al di là del sogno, per sfuggire a quelli ben più esiziali che ci aspettano quotidianamente al di qua. 

 

Howard Phillips Lovecraft, I taccuini di Randolph Carter (a cura di Marco Peano, traduzione di Mario Capello), Einaudi 2021.

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