Massimo Recalcati, Il gesto di Caino

Nel suo ampio percorso di rilettura antropologica e sapienziale dei testi biblici, dopo La notte del Getsemani (Einaudi 2019) Massimo Recalcati risale ora alle origini. Con Il gesto di Caino (Einaudi 2020) si dedica ai racconti che aprono le Scritture bibliche, situando il primo omicidio-fratricidio della storia all’interno degli inesauribili capitoli iniziali del libro della Genesi.

 

L’istanza di fondo della sua ricerca è chiara fin dall’introduzione: “Potremmo pensare che l’amore per il prossimo si possa raggiungere solo passando necessariamente attraverso il gesto distruttivo di Caino? Quello che è certo è che nella narrazione biblica l’amore per il prossimo viene dopo l’esperienza originaria dell’odio. Essa non istituisce alcuna retorica altruistica, non racconta una pastorale ‘umanistica’ senza ombre, non sostiene il mito dell’uomo nato ‘buono’, non misconosce che la tentazione dell’odio e della distruzione alberghi nell’uomo assai prima rispetto a quella dell’amore … Colpire il prossimo viene prima dell’amore per il prossimo”. “Difficile fraternité”, come recita il titolo di un acuto studio francese sul racconto di Caino e Abele (Genesi 4). Sì, la fraternità è difficile, è minacciata fin dal suo nascere. È una realtà costitutiva, che biologicamente non scegliamo, ma è tutta da costruire e da vivere, giorno dopo giorno. Il fratricidio di Caino è posto nell’in-principio proprio per mostrare quanto la fraternità sia faticosa e dolorosa. I due fratelli sono simili e differenti, opposti e complementari, e la loro alterità ispira a Caino la violenza fratricida.

 

Tra le cause di questo gesto Recalcati individua la pulsione narcisistica: “Se si vuole pensare seriamente il problema della fratellanza, non si deve dimenticare l’unione perversa che lega tra loro il destino di Caino e quello (fatalmente suicidario) di Narciso. La matrice dell’odio invidioso è, al suo fondo, una passione narcisistica per se stessi, per la propria identità, per il proprio Io”. La percezione di Caino è sopraffatta e distorta dall’illusione dell’immagine di se stesso. Siamo di fronte al meccanismo che la grande tradizione cristiana ha definito philautía, cioè egolatria narcisistica. Da anni amo definirlo così: “Io senza l’altro e, se necessario, contro l’altro. Io, io, io, e ancora io”. La parola “io” è l’immagine del Narciso; e se l’altro non c’è, non si può neppure credere all’amore ma solo alla morte. Narciso si nutre dell’amore di sé e non crede all’amore degli altri, dai quali desidera solo idolatrica ammirazione.

 

Subito prima del fratricidio Dio aveva ammonito Caino, mediante la voce della sua coscienza: “Il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è la sua pulsione, ma tu domina su di lui”. Ovvero, tu puoi dominare! In altri termini, Caino sa che una pulsione al male lo abita, come una bestia accovacciata e pronta all’attacco, ma sa anche che può addomesticarla. Questa animalità non è una potenza invincibile, le si può resistere… Egli decide però di non entrare in questa lotta, abbatte il suo volto e lascia che la bestialità animalesca prevalga in lui. La conseguenza è scritta: in una triste incapacità di parlare con Abele, in una radicale smentita del dia-logo, della parola scambiata, e in una cieca incapacità di credere alla riconciliazione, Caino lo assale mentre si trova con lui in campagna e lo uccide.

 


Ecco l’assassinio come fratricidio, ecco la negazione della fraternità! È quello stato di cose che porta l’ebreo Freud ad affermare che all’origine della vita non c’è la capacità integrativa dell’amore ma la violenza espulsiva dell’odio. Esiste un’alternativa? Se dopo il primo peccato Dio aveva chiesto: “Adamo, uomo, dove sei?”, ora all’omicida Dio domanda: “Dov’è Abele, tuo fratello?”. Ovvero: “Che rapporto hai con l’altro?”. È la possibilità di risalire la china, è il punto di partenza della salvifica prassi della fraternità, radicato nella domanda per eccellenza sui rapporti tra gli umani: dov’è tuo fratello? Decidi di renderlo prossimo, vicino – come ha insegnato Gesù nella celebre parabola del samaritano, capovolgendo la domanda iniziale del suo interlocutore (cf. Vangelo secondo Luca 10,29-37) – o di tenerlo lontano? Ti senti responsabile dell’altro oppure egli è inesistente per te?

 

Caino qui risponde: “Non lo conosco”, e di conseguenza nega ogni fraternità: “Sono forse io il custode di mio fratello?”, drammatica contro-domanda dell’irresponsabile. In tal modo ignora in profondità l’interrogativo postogli da Dio (che subito dopo aggiunge, significativamente: “Cosa hai fatto?”), il quale vorrebbe condurlo ad assumere la responsabilità di aver misconosciuto la fraternità, dunque di aver rinnegato e tradito se stesso. Ciò che infatti definisce Caino è il suo essere “fratello di”: solo chi sa di essere fratello comincia a sapere chi è lui stesso, anche se spesso non vogliamo capirlo… Ogni umano, per essere tale, deve porsi in un rapporto situato, in un faccia a faccia con altri umani, altrimenti è perduto. E questo legame responsabile si definisce fraternità.

 

Ma questo legame è possibile nella realtà? Recalcati sembra dare una risposta affermativa, in un arco teso tra l’inizio e la fine della sua intensa riflessione: “Il nostro compito è lo stesso che ha atteso Caino all’indomani del suo gesto disperato e spietato: tradurre la violenza narcisistica e senza Legge dell’odio in un nuovo legame possibile con l’Altro; consentire alla Legge della parola di interrompere la ripetizione senza fine dell’odio e della distruzione … Fratellanza è l’indice del carattere vincolante e insuperabile della relazione con l’Altro, non tanto con il fratello di sangue, con il più prossimo, ma innanzitutto con lo sconosciuto, con il fratello che ancora non ha nome”.

 

Ambrogio di Milano sosteneva che ciascuno di noi porta in sé simultaneamente Caino e Abele (nome dal significato molto evocativo in ebraico: “soffio”!). Mi piace rileggere così la sua intuizione: non si tratta di far prevalere l’uno o l’altro, ma di articolarli in un dialogo infinito. Dentro e fuori di sé. Perché solo cominciando a riconciliarsi con le proprie fragilità, si può essere più intelligenti, dunque amanti, verso quelle degli altri. Si può capire con tutte le fibre del proprio essere che “l’altro” non “è l’inferno” (Jean-Paul Sartre), ma colui che può aiutarmi a tenere il volto alto, non abbattuto, guardandomi negli occhi. È la mia possibilità di vita condivisa, di vita in pienezza, e colui che può iniziarmi a “credere all’amore” (cf. Prima lettera di Giovanni 4,16). Perché in fondo la domanda seria è questa, per Caino, Abele e ogni umano: credo all’amore? Faccio fiducia alla possibilità di intraprendere relazioni segnate dalla cura reciproca? È dalla risposta a questo semplice e cruciale interrogativo, costantemente rinnovato in ciascuno di noi (se vogliamo ascoltarlo), che dipende ogni nostra relazione: cioè ogni nostro pensiero, parola, gesto. Il gesto dell’umano.

 

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