Max Fox o le relazioni pericolose

«… perché… se ti entrano che c’hai la colla in mano… [risata] cosa fai?» A porre questa giocosa domanda non è uno scolaretto dell’asilo intento, con forbici e carta colorata, a preparare una sorpresa per i suoi genitori, e nemmeno un buontempone che si diverte a ricordare uno scherzo ordito ai danni di qualche malcapitato. È un ladro e falsario di libri. 

 

Nel febbraio del 2006 Marino Massimo De Caro si presenta alla Biblioteca capitolare di Verona e – accreditato da una lettera firmata nientemeno che dal cardinale Jorge Mejía, «Bibliotecario di Santa Romana Chiesa» – ottiene il permesso di consultare «per i suoi studi» (così Mejía) una rarissima opera di Galileo, di cui non restano al mondo più di cinque esemplari integri: il Dialogo de Cecco di Ronchitti da Bruzene. In perpuosito de la Stella Nuova, composto dallo scienziato pisano nei primi mesi del 1605, quando era lettore di matematica all’università di Padova, in collaborazione con un benedettino di nome Girolamo Spinelli, suo allievo e amico, e pubblicato in forma anonima come replica dissacrante al Discorso intorno alla Nuova Stella dell’aristotelico Antonio Lorenzini. Nel dialogo, in dialetto padovano rustico (a imitazione del Ruzante), si intrecciano le voci di due contadini, Matteo e Natale, i quali, armati di robusto buonsenso, discutono dell’ipotesi che la bizzarra fonte luminosa apparsa in cielo nell’ottobre dell’anno precedente potesse essere la causa della siccità che persiste da alcuni mesi. La «nuova stella» è un fenomeno sublunare, cioè meteorologico, in grado di determinare la mancanza di pioggia? Oppure è una stella vera e propria, e dunque lontanissima dalla Terra?  Qualunque sia la spiegazione, a venire demolito dalle osservazioni solo apparentemente farsesche dei due villici è il dogma aristotelico dell’incorruttibilità dei cieli – «el nervo de la rason de Stotene», il presupposto senza il quale tutta la filosofia naturale dello Stagirita «anderà in broetto».

 

Non è per motivi di studio, però, che a Massimo De Caro interessa avere tra le mani una prima edizione del Dialogo de Cecco di Ronchitti. Delle sorti dell’aristotelismo rinascimentale gli importa tanto poco quanto dello sviluppo delle idee di Galileo. Ha ben altre mire. Per questo rivolge al prefetto della Biblioteca capitolare la richiesta quantomeno singolare di essere «lasciato solo con il libro» per qualche ora, promettendo, in cambio del favore, di elargire non meglio specificate «donazioni». Ottenuta questa inaudita concessione – inaudita, perché in qualsiasi biblioteca degna di questo nome la consultazione dei «rari» è consentita solo nel rispetto di regole severe e sempre sotto l’occhio vigile di un sorvegliante –, De Caro si chiude in una stanza con la miscellanea che contiene il Dialogo e provvede a estrarre dalla borsa che ha portato con sé (e nessuno, colpevolmente, ha provveduto a ispezionare) l’armamentario necessario a realizzare il suo proposito. La copia dell’operina di Galileo che aveva stampato a casa propria (su «carta antica» ma usando una comune fotocopiatrice) da una scansione disponibile online e cucito in fascicolo, il righello e la taglierina per rifilare della giusta misura questo esemplare farlocco, infine la colla per inserirlo nella miscellanea, dopo aver slegato le preziose carte originali. Un lavoretto di un’ora e mezzo, per il quale non ci voleva, d’altronde, una grande destrezza: bastava trovare un bibliotecario o compiacente o rimbambito (non sappiamo), avere una bella faccia di bronzo e – come in qualsiasi altra azione delittuosa – essere spinti da un valido movente.

 

Ma qual è il movente di De Caro? Che cosa lo aveva indotto, negli anni precedenti, a contraffare altre due opere galileiane Le operazioni del compasso e il Sidereus Nuncius e a immettere questi falsi sul mercato internazionale dell’antiquariato librario? Quale pulsione o interesse o motivazione razionale lo avrebbe trascinato, tra il 2011 e il 2012, a depredare la gloriosa biblioteca dei Girolamini di Napoli, della quale era stato, incredibilmente, nominato (e poi confermato) direttore? Sono forse queste le domande – ipotizzo – che ronzavano in testa a Sergio Luzzatto nell’intraprendere, una mattina di novembre del 2015, quel percorso di ricerca che, tre anni più tardi, dopo decine di interviste via Skype e due incontri a tu per tu, sarebbe sfociato nel volume Max Fox o le relazioni pericolose (Einaudi, Torino 2019).

 

 

Un percorso di ricerca sui generis, il cui interesse sta innanzitutto nel sollevare un nugolo di interrogativi a proposito di ciò che Luzzatto definisce – con implicito riferimento a Marc Bloch – il «mestiere di storico». «In quale misura – si domanda l’autore – potevo fidarmi della correttezza delle asserzioni fattuali del mio impostore? Con quanta insistenza dovevo richiedergli prove materiali a sostegno della veridicità del suo racconto? E con quanta attenzione dovevo sottoporre tali prove a scrutinio critico, per scongiurare il rischio che fossero state inquinate?» Sull’errore di metodo che consiste nel mescolare storia e memoria, nel presupporre acriticamente che un testimone sia una «fonte d’informazione» attendibile per quanto riguarda non solo il racconto degli eventi ma anche l’interpretazione che ne offre, Luzzatto si era già soffermato, una decina di anni or sono, nell’incisiva Premessa al volume, da lui stesso curato, Prima lezione di metodo storico (Laterza, Roma-Bari 2010): «errore metodologico imperdonabile – così leggiamo in queste pagine – poiché il buono storico è esattamente colui che distingue con attenzione i piani temporali, ed elegge il vissuto retrospettivo dei suoi personaggi (il travaglio della loro memoria) non già a facile criterio di verità, ma a ulteriore e difficile materia di studio». 

 

Nel caso concreto di De Caro, tuttavia, questa astratta istanza di rigore viene giocoforza a cozzare con l’impossibilità di «procedere […] a una verifica dei fatti sufficientemente accurata da riuscire indiscutibile». Come accertare la veridicità dei racconti che De Caro tesse delle sue mirabolanti avventure in Argentina? Come cernere la farina dalla crusca nelle dichiarazioni che costui rilascia a proposito delle proprie amicizie o frequentazioni con questo o quel personaggio della politica italiana, con questo o quel faccendiere? Come sottoporre a vaglio critico la sua personale interpretazione dei fatti? I riscontri incrociati, i controlli a campione, le verifiche puntuali ma episodiche sono in ogni caso insufficienti a pervenire non diciamo alla «verità», che è inattingibile, ma a una ricostruzione ragionevolmente certa degli eventi. Lo storico, o meglio, l’aspirante storico, nella sua liaison dangereuse con chi ha l’appannaggio esclusivo della memoria dei fatti, si ritrova così intrappolato in quella situazione di dipendenza – dipendenza non solo documentaria ma, nel caso in questione, anche legale – che Javier Cercas, in un articolo del 2010 a commento del suo non-romanzo L’impostore, ha descritto in modo pregnante come «il ricatto del testimone». 

 

Occorre dunque desistere dall’impresa? Lasciare ad altri – romanzieri, giornalisti, economisti, sociologi, statistici – il compito di cartografare l’inafferrabile contemporaneo? Tutt’altro. «Il buono storico – osservava Marc Bloch in quel suo testo fondamentale che è Apologia della storia o mestiere di storico – somiglia all’orco della fiaba: là dove fiuta carne umana, là sa che è la sua preda». Così Luzzatto, fiutando carne umana, non sottostà al ricatto del testimone De Caro e prosegue in quella sperimentazione storiografica di cui aveva già dato qualche saggio preliminare, mi pare, in due suoi libri precedenti, Partigia (Mondadori, Milano 2013) e I bambini di Moshe (Einaudi, Torino 2018).  Quello che ha voluto scrivere – lo dichiara lui stesso, non senza un pizzico di civetteria – è un «non-libro-di-storia». Un paradosso evidente, senza dubbio, non dissimile da quello suggerito dal famoso dipinto di Magritte intitolato La trahison des images (1929), nel quale la raffigurazione di una pipa campeggia sopra la scritta «Ceci n’est pas une pipe»: un paradosso che sottolinea, ma non scioglie, il dilemma della perpetua e insanabile contrapposizione tra segno e cosa, tra finzione e realtà, tra memoria e storia.

 

Massimo De Caro, figlio di una rispettata studiosa di storia delle donne sotto il Fascismo e di un sindacalista della Cigl, è vero e proprio uno «Zelig di provincia». Nelle foto in bianco e nero riprodotte nel libro di Luzzatto ci appare in divisa da carabiniere – lo sguardo diritto e franco sotto la tesa del berretto d’ordinanza (1997 o ‘98) –, in giacca e cravatta – compunto, in compagnia del rettore dell’Università di Foggia, del magnate russo Viktor Vekselberg, di Romano Prodi e di Vladimir Putin (marzo 2007) –, in camicia e maglione scuro – soddisfatto, al termine della sua discussione di laurea all’Università di Padova (febbraio 2015). Ha bazzicato, De Caro, quell’ambiente di traffici e scambi di favori economico-politici tra dalemiani e berlusconiani così efficacemente descritto da Claudio Gatti e Ferruccio Sansa nel loro libro Il sottobosco (Chiarelettere, Milano 2012), è stato ladro seriale e compulsivo di libri e falsario. Ma qual è il suo movente? Non diversamente dalla maggior parte dei falsari, anche De Caro asserisce di aver agito non per avidità di denaro, ma per mettere a nudo l’incompetenza degli accademici, degli studiosi accreditati: «io sono il migliore, perché infatti li ho fregati tutti, i massimi esperti di Galileo!». Parole all’incirca corrispondenti a quelle usate, per darsi delle arie, da Wolfgang Beltracchi, un falsario di dipinti di Derain, Campendonk e altri artisti, la cui avventura è narrata da Anthony M. Amore nel primo capitolo del suo The Art of the Con (St. Martin’s Griffin, New York 2015): «Sono troppo bravo per [gli esperti d’arte]. È questo il loro problema». E nessuno dei due suona convincente, non foss’altro per il fatto che entrambi sono stati smascherati proprio da quegli «esperti» che si vantavano di poter sbertucciare impunemente. Non diversamente da altri ladri di libri, De Caro dichiara di aver rubato non soltanto per cupidigia, ma anche – come nel furto del Dialogo de Cecco di Ronchitti – per salvare le opere trafugate da un triste destino di polvere e oblio. E anche in questo caso non suona convincente, così come quando tenta di nobilitare le proprie malefatte paragonandosi a «Guglielmo de’ Libri, il più grande ladro di libri della storia» (definito dallo scrittore francese Albert Cim, nel 1912, «un dilapidatore del nostro patrimonio pubblico» e «uno dei peggiori malfattori pubblici»). Detto questo, è anche chiaro che la brama di ricchezza non costituisce di per sé un movente sufficiente a spiegare tutto.

 

Max Fox, questo «non-libro-di-storia», è un’indagine condotta senza pregiudizi e con lucidità, che pone all’attenzione del lettore – purché anche questi sia lucido e senza pregiudizi – molti interrogativi, ma non dà tutte le risposte. Javier Cercas, nel saggio Il punto cieco (Guanda, Milano 2016), ha finemente analizzato il «paradosso costitutivo» di quei romanzi – per esempio, il Chisciotte, Moby Dick, Il processo o anche una sua opera, Anatomia di un istante – al centro dei quali «c’è sempre un punto cieco, un punto attraverso il quale non è possibile vedere nulla»: tuttavia, «è proprio attraverso quel punto cieco, è proprio attraverso quell’oscurità che questi romanzi illuminano; è proprio attraverso quel silenzio che diventano eloquenti». Lo stesso si potrebbe dire anche del libro di Sergio Luzzatto.

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