Mi disegni un albero e forse ti dirò chi sei

Solo il disegno di un albero abbozzato sembrava sufficiente per imprigionare l’alunno/a, già dai primi giorni di scuola in una categoria precisa: introverso, estroverso, triste, allegro, forse generoso e/o probabilmente egoista. Anche se il giudizio non era assoluto, il sospetto nell’educatore “vecchia maniera”, rischiava di protrarsi oltre la terza classe elementare.

Con l’aumento delle informazioni visive, qualcosa è cambiato; pare che il disegno di un albero non dipenda solo dal carattere di chi lo ritrae ma anche da influenze esterne, questo lo hanno compreso gli insegnanti e forse anche gli psicologi. 

Bimbi in età prescolare, vecchi pittori, grafici affermati, illustratori professionisti, tutti hanno il potere di far vivere un albero sulla carta, a modo loro. L’ultima categoria, gli illustratori appunto, è quella che non solo per motivi professionali conosco e frequento di più. Lavorando con autori contemporanei, i paesaggi più frequenti in cui mi sono imbattuta sono quelli urbani dove gli alberi, generalmente, prendono poco spazio, comunque ci sono delle eccezioni, o meglio, eccezionali disegnatori che si lasciano prendere lo spazio dagli stessi alberi. 

 

Un albero disegnato può essere in grado di annunciare un dramma, evocare il vuoto della solitudine o ricordare tristezze infantili; queste tre specie botaniche si trovano nel ricco arboreto di Gabriella Giandelli che già nel suo primo grande lavoro Silent Blanket, 1994, ambientato in una claustrofobica New York, accompagnava le cupe confessioni del protagonista con l’immagine di alberi spogli. Le stesse forme, forti e tozze, con i rami diretti verso l’alto, le riprenderà rafforzate in Hanno aspettato un po’ poi se ne sono andate, 1997; poi, nello stesso libro, inserisce una forma di albero che non avevo mai visto prima (mi riferisco sempre alle illustrazioni), sono immagini di conifere secche, scheletriche, probabilmente morte, con i rami monchi e orizzontali, delle vere e proprie architetture. 

In effetti, Gabriella Giandelli, attraverso le piante è in grado di esprimere, oltre al suo talento narrativo, anche quello architettonico. Nel libro Sotto le foglie, 2009, gli alberi, già in copertina, sono meno grafici e più figurativi, comunque restano protagonisti della narrazione e del mistero, perché avvolti da rampicanti che notoriamente sono un monito e il sospetto della cattiva salute di una pianta; a seguire Lontano, 2013, anche qui le piante hanno un ruolo di co-protagonista. 

 

Gabriella Giandelli.


Sto tralasciando molti degli alberi importanti che Gabriella ha illustrato per passione e per lavoro e passo direttamente alle ultime specie ritratte: le troviamo riprodotte nel Travel Book 24 Australia (Luis Vuitton) 2021. Questi sono alberi liberi da qualsiasi interpretazione, rappresentano il puro piacere dell’osservazione, qui l’autrice si lascia sorprendere dalla natura che ha sempre cercato, “si perde” nel paesaggio mantenendo saldo il racconto e la sequenza dei luoghi e alla fine del percorso ci coinvolge nella sua gioia per la scoperta di colori che mai aveva usato (osato) prima.

 

Gabriella Giandelli.


Parlando di quanto gli alberi disegnati possano influenzare una storia, un illustratore, nonché “nobile esempio” è Lorenzo Mattotti. Quando riguardo Hänsel e Gretel (Orecchio Acerbo) 2009, mi piace pensare che nemmeno lui si aspettasse che i suoi alberi prendessero buona parte della scena in quel libro. Sono una foresta, si moltiplicano in un labirinto, sono fluidi, sinuosi, infidi come serpenti e fanno paura più ai grandi che ai bambini.

Della stessa specie, ma più fitti e con sempre meno spiragli di luce, ne troviamo in Oltremai (Logos Edizioni) 2013. L’autore stesso dichiara un un’intervista “Dopo il mio lavoro su Hänsel & Gretel, i due protagonisti della fiaba sono usciti dal bosco e hanno lasciato la scena ad altri abitanti di quella foresta archetipica.” (…) “un racconto per immagini molto personale, dove la luce e il buio vestono un ruolo da protagonisti."

 

Lorenzo Mattotti.


Un racconto dove il “bianco e nero” ha una forza espressiva e l’origine naturale, forse l’embrione di queste immagini lo possiamo già trovare in alcuni alberi “ritratti dal vivo” anni prima per un carnet de voyage, Angkor (Nuages Edizioni, 2003), dove queste piante stritolano e soffocano le architetture come i disegni operano sulle nostre paure.

Una delle mie paure invece è quella di lanciarmi in teorie complicate sulla lettura di libri che hanno come co-soggetto, sfondo o protagonista, l’albero disegnato, ma non resisto e non posso fare a meno di azzardare un confronto fra questi due autori su un percorso che stanno facendo che è diametralmente opposto, per quanto riguarda la cronologia, ma splendidamente affine per il risultato e la forza del disegno.

 

Lorenzo Mattotti.


Facendo riferimento solo ai professionisti con i quali ho lavorato e che hanno ritratto il soggetto più volte, c’è un’altra illustratrice che all’albero ha dedicato un grande progetto: Pia Valentinis, che ha lavorato insieme a Mauro Evangelista per il libro illustrato che ha come soggetto narrante l’albero e s’intitola Raccontare gli alberi (Rizzoli Editore, 2012).

“Chi sono gli alberi? Creature vive che cantano, che emettono suoni nel silenzio o nella notte, che respirano, che si nutrono, che guardano, che sentono…” (dalla prefazione).

Non ricordo per quanto tempo Pia ci abbia lavorato ma ricordo bene alcune telefonate avute nello stesso periodo; mentre io parlavo, lei continuava a disegnare per consegnare le tavole che… hanno avuto un buon esito: “Libro dell’Anno” e “Miglior libro di Divulgazione” Premio Andersen 2012. 

A proposito di buoni libri che parlano di alberi e di questi tre autori che ho appena citato, avrei il desiderio di raccoglierli intorno a un bel libro, intelligente quanto loro: L’architettura degli alberi, che mi era stato donato da un amico una decina di anni fa in una vecchia edizione della Mazzotta del 2002 e solo da poco l’ho ritrovato, letto e riscoperto. Sono stata informata che recentemente è stato ristampato dall’editore Lazy Dog e diffondo l’informazione.

 

Parlando sempre di alberi disegnati, ricordo e consiglio anche la lettura del severo scrittore svizzero Gottfried Keller, che costrinse il suo protagonista Enrico il Verde a un bagno di umiltà: ritrarre un piccolo e insignificante arbusto. Vi assicuro che la descrizione del tormento inflitto al giovane pittore vi farà soffrire per almeno venti pagine. Ma Hermann Hesse ha scritto che ogni albero è un santuario e Goethe in La metamorfosi delle piante, (1780) che ogni creatura vivente, noi compresi, è una sfumatura infinitesimale di un’unica grande armonia biologica. Nel Faust spiega invece che la tragedia nasce dalla consapevolezza di poter essere anch’egli una foglia, das Blatt. Forse Ungaretti si era immerso più di tutti in questa teoria.

 

Per quanto riguarda il mio “gusto” sulla categoria degli alberi disegnati, confesso che prediligo quelli vecchi e nodosi, almeno così sembra riguardando disegni miei di qualche anno fa e se qualcuno volesse analizzare questa mia scelta, una sintesi superficiale potrebbe essere: morte (o paura della); io credo invece che sia legata al fascino che provo nei confronti delle vecchie creature e concludo citando una cara amica, Paola Pastacaldi, che ha fatto un gesto coraggioso adottando un albero praticamente morto (La quercia di Montale) e su questo vecchio essere ha scritto: “...quando cadono i rami, le foglie e la corteccia cede, noi vorremmo cancellare il pensiero del nostro stesso invecchiamento. Per questo gli alberi vengono abbattuti. Qualcosa di simile accade anche agli esseri umani. Anziani (…) con inconsapevole crudeltà li annientiamo prima che muoiano, vengono abbattuti perché sporcano, perché potrebbero cadere.”

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