festival scarabocchi 2020

Murtala Mohammed

Un impatto ambientale

È in libreria Con gli occhi aperti. 20 autori per 20 luoghi, un'antologia a cura di Andrea Cortellessa pubblicata da Exòrma. Il volume raccoglie testi di Antonella Anedda, Franco Arminio, Andrea Bajani, Emmanuela Carbé, Raffaella D'Elia, Giorgio Falco & Sabrina Ragucci, Andrea Gibellini, Helena Janeczek, Alessandro Leogrande, Valerio Magrelli, Paolo Morelli, Tommaso Ottonieri, Francesco Pecoraro, Marilena Renda, Giuseppe A. Samonà, Emanuele Trevi, Vitaliano Trevisan, Filippo Tuena, Giorgio Vasta e Sara Ventroni. Dopo un saggio introduttivo del curatore, il libro si compone di testi legati a luoghi – dal litorale laziale al Sud America – che si alternano a dialoghi con ciascun autore sul rispettivo «senso del luogo».

 

Nella nostra società europeo-occidentale, italiana in particolare, a dispetto di ogni apparenza sempre più ipocrita, si dà questo strano atteggiamento in virtù del quale, se da un lato si multano, con sanzioni pecuniarie e addirittura morali, come l’esposizione al pubblico ludibrio, i clienti delle prostitute, specie quando straniere, in quanto sfruttatori ignobili del corpo delle donne eccetera eccetera, dall’altro lato invece, a un Pasolini – ma è solo un esempio eclatante che vale per tutti –, o a un qualunque altro «martire» omosessuale, tutte le marchette vengono perdonate – marchette non nel senso artistico, ovvero nel senso di lavori fatti con la mano sinistra, se destri, o con la mano destra, se mancini; ma nel senso di tutte quelle giovani, spesso giovanissime marchette che i martiri in questione, nel corso della loro vita, ovviamente tormentata e piena di sofferenze spirituali, come le opere del resto abbondantemente testimoniano, si sono comprati, come tutti, col denaro, o con le semplici lusinghe, e in ogni caso approfittando senza tanti scrupoli dei mezzi a loro disposizione, e soprattutto, com’è ovvio, della loro superiorità economica, sociale e intellettuale.

 

01 Romea - foto di Sabrina Ragucci, 2014

 

La stessa superiorità di cui, per una volta, disponevo anch’io. Fatte le debite proporzioni s’intende, non essendo chi scrive un Pasolini, né artisticamente né, soprattutto, economicamente; e, ciò che più conta, non avendo in sé la benché minima vocazione al martirio, meno che mai omosessuale – il martire etero, del resto, non esiste. Perciò, nessun tormento spirituale che mi dilaniasse l’anima: io volevo solo scopare e le mie marchette erano femmine. E siccome non avevo tanti soldi, e le puttane africane costavano meno, erano nere. Ma a parte l’aspetto economico, c’era anche forte tutta la mia innata passione per la negritude, sia in senso artistico (all’epoca, tra l’altro, ero il batterista di un gruppo hard-funk, composto per il resto da tre soldati afroamericani della Ederle), sia in senso fisico. Quanto all’età delle mie ragazze, chi poteva dire quanti anni avessero? Quella che dichiaravano suonava spesso falsa almeno quanto il nome. E poi l’età non è la stessa in ogni luogo. Qui da noi, per esempio, non è forse pieno di adolescenti di trenta, di quaranta e addirittura di cinquanta e passa anni? Alla fine uno si stanca. Almeno queste femmine, qualsiasi età avessero, erano donne. E lo stesso, nessuna scusa: lo volessi o no, e a volte l’ho voluto, la mia oggettiva superiorità, economica e sociale, mi dava su di loro un grande potere, e si sa: nulla quanto il potere può dare alla testa, specie se è la testa di uno che non è abituato ad averne.

Ma appena sbarcato all’aeroporto Murtala Mohammed di Lagos, non mi ci volle molto a capire che tutto il mio potere, vero o presunto, era svanito, e con esso anche un bel po’ delle mie certezze.

 

Mi sentii improvvisamente vulnerabile come non mi ero mai sentito prima. Per difendermi, da me stesso e dal mondo, una delle mie strategie preferite, quella che mi è sempre venuta naturale, è rendermi anonimo. Sparire. Trattenere un frammento di essere per sé, e diventare trasparente agli altri. Ma qui, ora, mentre aspetto i bagagli – no: il bagaglio: uno zaino da montagna col minimo necessario –, coi piedi ben piantati a terra davanti al nastro trasportatore, dovendo respingere, a volte anche fisicamente, una continua serie di assalti da parte di giovani nigeriani impeccabilmente vestiti, tutti muniti di regolare tesserino aeroportuale, che si offrono di portare per me il bagaglio e assistermi al controllo della dogana – peraltro molto simili, e chissà, magari anche gli stessi, che si erano presentati mentre ero in coda per il passaggio all’immigrazione, anche loro dotati di regolare tesserino, chiedendo il passaporto per un controllo; ma lei mi aveva messo più volte in guardia: Remember: show your passport only to the men in uniform; e vedendo anche come tutti gli altri viaggiatori si guardassero bene dal mostrare i loro passaporti a chicchessia, se non all’addetto del banco immigrazione, anch’io mi tenni ben stretto il mio –; ebbene, nel momento in cui mi rendo conto che sono l’unico bianco rimasto ad aspettare i bagagli, mi rendo anche conto che d’ora in poi, com’è logico, sarà così sempre, per tutto il tempo che rimarrò in Nigeria, e che perciò posso scordarmelo, questo vizio di scomparire.

 

02 Romea - foto di Sabrina Ragucci, 2013

 

Qui i turisti non ci vengono, solo uomini d’affari, che si rinchiudono al più presto nei loro Sheraton e nei loro Hilton, e da lì più non si muovono, se non per tornare a prendere l’aereo; molto rare le cosiddette Ong e i relativi volontari professionisti; quasi del tutto assenti i giornalisti e i comunicatori vari; insomma, affari a parte, sembra proprio che della Nigeria non freghi un cazzo a nessuno. Qui, penso, non potrai mai nemmeno fare una passeggiata senza essere notato. In quanto bianco in mezzo ai neri – con tutto ciò che questo significa, ovvero per quanto muove, nel profondo, di oscuro e di irrazionale. Tutti gli altri pallidi, intendo quelli sbarcati con me – circa una dozzina, tutti appunto uomini d’affari, tutti con un cartello con su scritto Mr eccetera ad aspettarli, erano spariti insieme ai loro accompagnatori. Per me nessun cartello, solo un appuntamento all’uscita dell’aeroporto. E se lei non ci fosse stata?

Lagos. Forse tredici milioni di abitanti; ma può essere che siano anche quindici/sedici, tenendo conto, a spanne, delle baraccopoli e di tutti quelli che vivono sotto ponti e cavalcavia. La maggior parte dei viaggiatori evitano Lagos, così nella mia guida; e inoltre: arrivare di notte sarebbe da evitare il più possibile. Inevitabile che fossi un po’ nervoso, anche se era solo il tramonto. Strana luce, difficile decifrarla. Sempre stato uno che è andato verso nord. Qui tutto è come filtrato.

 

Aggiungendo lo smog, due volte filtrato. E un’aria calda, ferma, umida, simile a quella di una delle nostre peggiori estati, che mi ha avvolto appena ho messo piede fuori dall’aereo. Il mio zaino sta arrivando. Il nastro trasportatore arranca. La struttura è arrugginita, i cilindri ossidati. Recupero lo zaino e mi avvio fendendo una folla che è ovunque; ed è una folla che vi parla, che vuole offrirvi i suoi servigi – Sir? Taxi sir? Hotel sir? Passo deciso e mai guardare nessuno negli occhi. Non potrò rendermi invisibile, ma straniarmi sì. Tutto dà l’impressione di essere vecchio, maltenuto, non perfettamente in squadra. Mi arriva spesso all’orecchio la parola oibo. E l’oibo sono io, penso, visto che significa uomo bianco. In realtà non solo, perché, come lei mi aveva spiegato, anche un nigeriano occidentalizzato diventava un oibo. Ma in questo caso, non c’era tanto da sottilizzare. Si riferivano a me. Se lei non dovesse esserci, mi dico per farmi coraggio, prendo un taxi e mi trovo un hotel. Ma mi torna in mente la mia maledetta guida: Sembra che i tassisti siano coinvolti nella maggior parte delle rapine ai danni dei viaggiatori stranieri. Mi chiedo perché cazzo sono venuto fino a qui.

 

You must see with your own eyes. Era una frase che ricorreva spesso quando mi parlava della Nigeria. Impossibile anche solo tentare di descrivere, tanto non avrei capito. Dovevo vedere con i miei occhi. A dire la verità me lo dicevano tutte, prima o poi – per tutte intendo il mio piccolo harem, se così si può chiamare, cioè le cinque/sei ragazze, tutte nigeriane, che ormai frequentavo regolarmente, a rotazione, da un paio d’anni, e con cui ero riuscito a instaurare un rapporto, sempre inevitabilmente basato sullo scambio, come del resto tutti i rapporti, ma non necessariamente, e non solo, il classico 50 euro bocca figa (contrattando magari 30), anche se era sempre stato da lì che tutto era iniziato; poi magari, forse perché parlavo inglese, trovavo un interesse che andava oltre la semplice scopata. Se questo interesse per così dire umano fosse reciproco, e in che misura, è difficile giudicare. Quel che è certo è che, con loro, per scopare non pagavo più, o almeno non in soldi. Poteva essere un servizio taxi, stazione posto di lavoro e viceversa; oppure, specie d’inverno e nelle notti di pioggia, un semplice giro in macchina, lungo abbastanza da riuscire a scaldarsi; o un letto per la notte. E poi non è detto che ogni volta finisse con una scopata. Spesso, ma non sempre.

 

03 Romea - foto di Sabrina Ragucci, 2014

 

Altre volte si parlava e basta, o meglio, per la maggior parte del tempo, loro parlavano e io ascoltavo. Sono sempre stato bravo ad ascoltare, a patto che ci sia effettivamente qualcosa da ascoltare, s’intende. Era uno dei motivi per cui con le ragazze indigene avevo lasciato perdere. Troppe inutili chiacchiere prima di arrivare al cosiddetto dunque, e, se possibile, ancora di più, e altrettanto inutili, dopo. L’Africa invece, la Nigeria in particolare, era un argomento che mi interessava sempre, prima, dopo e addirittura senza il dunque. A forza di sentirla raccontare, e di vederla incarnata, a un certo punto mi resi conto che, in qualche modo, mi era entrata dentro, come si dice – intendo la Nigeria; e sì, un po’ anche lei –, tanto che ormai parlavo un discreto pidgin-english, e avevo imparato qualche espressione in edu e in igbo; e spesso mangiavo fried plantation, pounded yam, rice and fish eccetera – qualcuna delle mie ragazze ogni tanto cucinava. A un certo punto, a forza di sentirle ripetere You must see with your own eyes, mi convinsi che non avevo scelta: dovevo assolutamente vedere con i miei occhi.

 

Per questo ero venuto. Lei era una scusa. La verità era che io volevo venire in Nigeria per vedere con i miei occhi, e soprattutto per questo, cioè per avere un appoggio, quando lei era stata rimpatriata, in quanto clandestina, e poi aveva trovato modo di telefonarmi, avevo mantenuto vivo il rapporto per più di un anno. Altrimenti non si spiega, mi dissi uscendo dall’aeroporto. Due passi. Mi fermo e mi guardo intorno. Ondata di facchini e tassisti, o presunti tali, che litigano addirittura tra di loro – I saw him first, I saw him first!

I saw you first!, stavolta il tipo lo dice direttamente a me, e addirittura mi tocca, cerca di tirarmi verso il suo taxi prendendomi per il braccio. Mi divincolo. Il tipo insiste. Don’t touch me, ok?, gli dico prendendo distanza, ma lui non si dà per vinto. Continua a ripetere che mi ha visto per primo, e perciò devo prendere il suo taxi. Gli dico che un taxi non mi serve, anche se non ne sono sicuro. Comincio a non essere più sicuro di niente. E ancora il tipo insiste! Finché non arriva una ragazza che si mette tra me e lui, e gli urla in faccia Disappear from my face! Il tassista cerca di dire qualcosa, ma lei ripete, ancora più aggressiva, Disappear ah!?, e finalmente lui si ritira. La ragazza si gira verso di me e sorride.

 

lei — You’re here!

io — I am.

lei — Welcome to Nigeria!

 

Segue un abbraccio – e un sospiro di sollievo. Mi presenta George, il cugino che l’ha accompagnata da Benin City a Lagos. Sarà davvero suo cugino?, mi chiedo stringendogli la mano. Ma non ho molta scelta, da qui in avanti sono nelle loro mani. Ci avviamo verso una mercedes famigliare verde pisello anni ’80, coprisedili in finta pelle di pecora, parcheggiata lungo la strada, alla cui guida ci aspetta Fidelis, l’amico meccanico di cui lei mi ha parlato al telefono, quello con cui dovremmo mettere in piedi il nostro traffico di parti di ricambio. Se tutto andrà come deve andare, mi dico, diventeremo anche noi degli uomini d’affari. Ammesso che il tipo sia davvero un meccanico.


(to be continued)

 

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Motori esausti e predatori al nastro trasportatore

 

04 Romea - foto di Sabrina Ragucci, 2014

 

andrea cortellessa — Alla maniera di Bernhard, come sempre, anche questo tuo testo ha un sottotitolo falsamente “rematico”, direbbe un narratologo, tale cioè da esplicare la natura del testo. Ma scrivere Un impatto ambientale, come Un crollo dopo Il ponte (o Una segregazione dopo Il freddo), non equivale a scrivere “Romanzo”, sotto il titolo d’un testo. Con quale intenzione mutui questa dizione, diciamo, ecologico-burocratica?

 

vitaliano trevisan — Immagino si debba alla mia formazione da geometra, da tecnico. Però mi sembra anche un modo più giusto di rapportarmi alla realtà, impadronendomi dei mezzi linguistici con cui la governano gli altri.

 

ac — Quindi il tuo rapporto con la realtà è un rapporto di scontro.

 

vt — Non necessariamente, ma in questo caso sì… è proprio un impatto, perché è quel luogo a essere… così. Andare in Africa, genericamente, non è la stessa cosa che andare in Nigeria.

 

ac — Non è un luogo turistico.

 

vt — Non ce li vogliono proprio, i turisti. Non a caso della Nigeria non si parla mai, sebbene, per dire, sia il quinto esportatore di petrolio del mondo, e il primo importatore di generatori di energia elettrica. Se ne parla quando scoppia una bomba di Boko Haram, o muoiono bruciati in trenta rubando petrolio. Perfino le guide turistiche sconsigliano di andarci.

 

ac — Un bel paradosso, una guida che sconsiglia di recarsi nel posto cui si riferisce!

 

vt — La guida spiega che non si deve passeggiare nelle vicinanze dell’hotel, che non bisogna fidarsi della polizia, che è bene evitare di arrivare di notte e via dicendo. La conclusione, anche se non è esplicita, è chiara: a Lagos meglio non metterci piede. Se proprio ci tieni, ti trovi paracadutato in una città di quindici, sedici, diciassette – nessuno sa di preciso quanti – milioni di abitanti… che fondamentalmente si fanno i cazzi loro.

 

ac — Che è un po’ lo stereotipo con cui gli italiani guardano ai veneti…

 

vt — …se vuoi…

 

ac — Quando uscì Tristissimi giardini, Giorgio Falco scrisse che senza il rapporto coi “tuoi” luoghi – che però in quel magnifico libro sono sempre anche “non tuoi” – la tua scrittura, virtuosistica da sempre, perderebbe la sua più significativa ragion d’essere. Della popolazione della tua terra, invecchiata, sfiduciata, scontrosa, lì scrivevi che «essi vivono ma dovrebbero esser morti». Allora questo tuo incontro con l’Africa sembra riprendere un tòpos dell’esotismo otto-novecentesco, che contrappone un’Europa vecchia, stanca, esangue, e un’Africa magari aggressiva, violenta, ma viva, piena di sangue ed energia… Mentre la vulgata odierna recita che con la globalizzazione l’Africa è ormai come tutto il resto, e un po’ d’Africa – in senso metaforico – c’è dappertutto.

 

05 Romea - foto di Sabrina Ragucci, 2014

 

vt — Mah, non è che avessi pensato a qualcosa di programmatico, però quando torni dall’Africa, non c’è niente da fare, hai l’impressione che qua siamo tutti morti. Devo anche spiegare, forse, che all’inizio io in Nigeria sono andato col progetto di mettere su un traffico di ricambi. Ricambi d’auto. Sai, quando da noi le auto sono morte lì circolano ancora venti o trent’anni… è un commercio florido e si possono fare dei bei soldi, specie in Nigeria. All’epoca ancora lavoravo da dipendente, mi ero proprio stufato, e allora ho pensato una cosa: se Rimbaud è andato in Africa a vendere armi, io andrò a vendere motori esausti.

 

ac — Questo mi ricorda Fata Morgana di Herzog, che è un film già di tanti anni fa, dove si capovolge lo stereotipo dell’Africa terra vergine mostrandola come una specie di deposito di rifiuti dell’Europa. Motori esausti… Dunque l’Africa è ancora in grado di ricaricarci le batterie. Ma non è che un po’ di Vicenza esausta si ritrova pure a Lagos?

 

vt — L’importante è farne esperienza diretta, a livello del terreno. Sono cose che non puoi capire se le sorvoli dall’alto. Se non ci vai di persona ti resta il nulla, capisci? E invece nella realtà c’è la realtà, non il nulla. Devi partire e anche rischiare. Se vai in un posto dove non rischi nulla, tipo un villaggio turistico (che peraltro in Nigeria non c’è), allora vabbè, meglio stare a casa… se decidi di girare le periferie di Lagos è un po’ diverso, non credi?

 

ac — Questa donna che incontri ti dice una frase che tu ripeti varie volte, e che indica questo tuo desiderio di concretezza: You must see with your own eyes.

 

vt — Anche l’uso del linguaggio è interessante, molto più diretto. Intendo con i nigeriani.

 

ac — Parli delle chiacchiere delle donne italiane, invece, prima del «dunque». C’è sempre stato, nei tuoi libri, questo tuo riferire cose dette. Come se la tua vita potesse apparire solo nello specchio delle parole altrui.

 

vt — In vita mia non ho mai fatto altro che ascoltare.

 

ac — Anche noi in fondo dell’Africa, qui, abbiamo solo i preliminari, diciamo… l’aeroporto…

 

vt — No, ci siamo già dentro. L’aeroporto di Lagos non è un non-luogo, è un ambiente squisitamente africano e nigeriano. I viaggiatori che lo frequentano sanno cosa possono e non possono fare, è un posto pieno di truffatori, di predatori.

 

ac — A proposito di concretezza: un aspetto che di rado toccano i racconti di viaggio è quello sessuale. L’attrazione per l’altro, un’altra etnia, all’inizio è di natura sessuale. Questo c’era pure in un gran libro di viaggio novecentesco che ti so caro, L’Africa fantasma di Michel Leiris, ma in genere invece si sorvola… Questo tuo andare al «dunque» dà anche un senso diverso, mi pare, a quella contumelia che c’è all’inizio contro Pasolini… non è una provocazione, ma una critica precisa al suo modo di rappresentare l’incontro coi Sud del mondo senza esplicitare il versante sado-masochista di chi è superiore per censo, per sviluppo, eccetera, ed è attratto da chi non lo è.

 

vt — Io non ce l’ho affatto con Pasolini. Semmai non mi piace come viene messo sul piedistallo. Che fra l’altro lui per primo non avrebbe apprezzato, no?

 

ac — Certo. Comunque l’aspetto sessuale, che invece spiega tante cose, viene quasi sempre messo fra parentesi dai suoi lettori.

 

vt — Appunto: dai suoi lettori. Comunque la cosa fondamentale, per me, è evitare i sentimentalismi, i toni sentimentalisti del cazzo. Il che non vuol dire non provare sentimenti, ovvio.

 

ac — Questo il testo lo fa capire bene, quando dici che il primo momento è quello sessuale, però poi subentra dell’altro.

 

 

vt — Il sesso non è così importante.

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