Non sparate sul pianista

Per un pianista che ha dato le spalle a migliaia di clienti armati nei postriboli di New Orleans, non essere morto sparato potrebbe già essere considerato un successo. Ferdinand Joseph LaMothe, in arte Jelly Roll Morton, sparato non lo fu mai, ma accoltellato alle spalle mentre armonizzava alla tastiera, sì. E non successe a New Orleans, bensì in uno squallido club di Washington, il Jungle Inn, di cui Morton era insieme co-proprietario, gran cerimoniere, pianista, buttafuori e, all’occasione, cuoco e cameriere. “Buttava sangue come un vitello sgozzato”, è la vivida immagine che ci consegnò la moglie Mabel. Morton poteva peccare di modestia, non certo di carattere. Era un creolo orgoglioso e sfrontato, che non amava farsi mettere i piedi in testa da nessuno, men che meno da teppisti e maleducati. Quando uno di questi si permise di usare un linguaggio poco urbano in sua presenza, Ferd non ci pensò due volte e lo prese a schiaffi. Un attimo dopo era in ospedale con degli impacchi di ghiaccio sulle ferite (“dicevano che avrebbe bloccato il sangue”, dichiarò imbufalita la moglie Mabel).

 

La vita di Jelly Roll Morton, “creolo di New Orleans e inventore del jazz”, è oggetto insieme di leggenda e di un libro ben noto agli appassionati di jazz e di musica americana. Mister Jelly Roll fu pubblicato per la prima volta dal suo autore, l’etnomusicologo americano Alan Lomax, nel 1950. Lomax, conosciuto in particolare per aver raccolto e documentato per conto del Congresso degli Stati Uniti parte dell’immenso repertorio di tradizione popolare d’America, incuriosito da una lettera che Jelly Roll Morton aveva spedito nella primavera del 1938 al giornale Baltimore Afro-American in cui, fra le altre cose, si professava inventore del jazz, invitò Morton stesso nei locali della Biblioteca del Congresso con l’intenzione di intervistarlo per ricavarne informazioni di prima mano sulla scena musicale di New Orleans nei primi anni del secolo.

 

 

A questo proposito è importante premettere che l’idea di una New Orleans culla del jazz cominciò a diffondersi negli Stati Uniti soltanto sul finire degli anni ’30, e questo grazie in particolare alle conversazioni che appassionati e collezionisti di jazz newyorchesi intrattennero con i musicisti di New Orleans. Anni fa, nel corso di un’intervista, il professor Bruce Raeburn, a lungo curatore del William Ransom Hogan Jazz Archive della Tulane University, il più importante archivio di storia orale del jazz a New Orleans, mi rivelò che fu soltanto nel corso degli anni ’40 che in città si cominciarono ad organizzare le prime società intese alla preservazione del jazz. La prima fu la National Jazz Foundation, attiva fra il 1944 e il 1947, che ispirò poi un’istituzione successiva, il New Orleans Jazz Club, fondato il giorno di martedì grasso del 1948. Il jazz, a New Orleans, ha dovuto attendere a lungo prima di essere considerato una cosa seria, oltre che una forma artistica degna di studio. Le interviste che Alan Lomax condusse con Jelly Roll Morton nel 1938 sono dunque di grande rilievo storico. Rappresentano una delle prime e delle più importanti testimonianze relative alla scena musicale e allo sviluppo del jazz di New Orleans d’inizio Novecento, e precedono di un anno la pubblicazione del libro Jazzmen, il primo vero studio sul jazz seguito, tre anni dopo, da The jazz record book. Fu proprio in quegli anni, fra il 1939 e il 1942, che i primi appassionati e studiosi di jazz giunsero a fissare quella che avevano riconosciuto essere la pura essenza del jazz come primo idioma, lo stile originale insomma, quello che oggi comunemente chiamiamo “stile di New Orleans”.

 

Curiosamente il libro di Alan Lomax trova soltanto ora la prima traduzione in lingua italiana. Ci ha pensato la casa editrice Quodlibet, la quale, grazie alla collana Chorus curata da Fabio Ferretti e Claudio Sessa, mette infine a disposizione del lettore italiano questo prezioso affresco di storia musicale d’America. Difficile dire come mai non sia successo prima. Le ragioni possono essere molte, ma una va probabilmente ascritta al fatto che il protagonista-narratore del libro, il pianista e compositore creolo Jelly Roll Morton, è stato a lungo considerato un testimone poco affidabile. La fama di mitomane e di sbruffone patologico lo ha tristemente accompagnato ben oltre la morte, sopraggiunta a Los Angeles nel 1941. L’aneddotica riguardo il suo carattere difficile, il narcisismo e una presunzione che sconfinava a tratti nell’autoparodia (nella famosa lettera al Baltimore Afro-American si firmò Massimo Compositore Mondiale di Brani Hot) o i vezzi da dandy (il diamante incastonato nell’incisivo, l’ampio assortimento di completi, i calzini che fanno pendant, eccetera), hanno a lungo offuscato il suo indiscusso genio musicale.

 

 

Nella prefazione all’edizione del 1973 del libro, Alan Lomax scrisse: “mi ci vollero quattro anni di riscrittura per rendere sulla pagina la sua prosa (di Jelly Roll Morton, ndr) in modo che, di tanto in tanto, si riesca quasi a sentirlo parlare”. È questa una frase che, scritta da studioso, solleva una serie di problemi. Il libro di Lomax, come annota Stefano Zenni nell’introduzione, con riferimento in particolare a un saggio di Katy E. Martin sull’argomento (The Preoccupation of Mr. Lomax, Inventor of the “Inventor of Jazz”), presenta non poche distorsioni: “nella forma di omissioni, di alterazioni e delle voci di Lomax e di altri che cercano di conformare la storia di Morton alle idee di Lomax sulla cultura americana e la musica folk” (sono parole della Martin). Il rilievo non è di poco conto. Persino grave, per uno studioso di cultura popolare. La Martin ha cioè messo a confronto il testo di Lomax e le registrazioni originali di Morton oggi disponibili sul mercato, e ha rilevato delle importanti discrepanze. Il problema è che alcune di queste accentuano non solo l’idea di un Morton narciso e sbruffone, ma anche quella ben più spinosa che lo stesso Morton, da creolo, nutrisse del pregiudizio di natura razziale nei confronti degli afro-americani. Lawrence Gushee lo rilevava già nella postfazione all’edizione del 1973: “ciò ha purtroppo condotto alla detestabile idea che Morton fosse una specie di ‘razzista’, al giorno d’oggi uno degli epiteti più ingiuriosi e usati nel modo più maldestro”.

 

Alan Lomax non amava il jazz. Di più, lo detestava: “all’epoca il jazz era il mio peggior nemico. Attraverso le forze della radio stava spazzando via la musica che mi stava a cuore, il folk tradizionale americano”. Anche grazie alla testimonianza di Jelly Roll Morton cambiò in parte idea, ma nel dare voce a questo straordinario artefice del primo jazz ne alterò a tratti la testimonianza per suffragare le sue idee riguardo la cultura americana, in cerca da un lato di ciò che di più autentico vi fosse nella tradizione folklorica, e dall’altro nel tentativo di avvalorare l’idea che il jazz, proprio come il blues, fosse l’esito di tensioni che derivavano in massima parte dal conflitto sociale fra bianchi e neri, conflitto dentro al quale, nel caso della peculiare realtà demografica di New Orleans, s’aggiungeva l’ulteriore complicanza della presenza di una folta comunità creola. Detto questo, e non è poco, il libro di Lomax era e rimane un testo illuminante e imprescindibile. Per le storie che racconta, per la debordante personalità di Jelly Roll Morton, per l’originalità e l’ampiezza del suo sguardo, per la sua sapienza musicale e la sua umanità, ma anche, paradossalmente, per la manipolazione operata da Lomax. È insomma una straordinaria testimonianza sul jazz e sulla New Orleans dei primi anni del secolo, ma può e deve anche essere letto con la consapevolezza che contiene delle alterazioni che hanno probabilmente contribuito alla persistente cattiva fama di Morton. 

 

 

Lo schema che Lomax pare abbracciare è che il jazz sia nato dall’incontro fra il garbo e la sensibilità musicale creola e un sentire più istintivo e doloroso scaturito dal blues. O, per dirla con le parole dello stesso Lomax: “è questa la formula principale del jazz: competenza mulatta stagionata nel dolore nero”. Nel recente ma non memorabile film sulla vita del cornettista di New Orleans Buddy Bolden (Bolden!, diretto da Dan Pritzker; colonna sonora curata da Wynton Marsalis), si ritrova la stessa idea di fondo. Da un lato l’illusione che la nascita del jazz possa essere attribuita, non fosse che per preoccupazioni d’ordine melodrammatico, a un singolo musicista (il film si apre, a nero, con la seguente didascalia: Poco o nulla si sa di Buddy Bolden. Nacque a New Orleans nel 1877. Inventò il jazz), e dall’altro l’idea che il jazz sia l’esito di un innesto fra tradizione e sensibilità musicale creola (nella figura del clarinettista George Baquet, già con l’orchestra di John Robichaux e poi a fianco del trombettista Freddie Keppard), e purezza intrisa di dolore degli afro-americani, visti come i veri custodi del ritmo e dell’improvvisazione jazzistica.

 

Qualcuno forse ricorderà il film La leggenda del pianista sull’oceano di Giuseppe Tornatore, tratto dal monologo teatrale Novecento di Alessandro Baricco, e la figura ben meschina che fece Jelly Roll Morton nella sequenza del duello al pianoforte. Stracciato da Novecento. L’inventore del jazz umiliato da un pianista da crociera che non ha mai messo piede a terra, figuriamoci suonare a Storyville, il quartiere a luci rosse di New Orleans. Novecento lo liquida con queste parole (non dissimili, invero, da come Jelly Roll deve aver liquidato frotte di pianisti nel suo girovagare per l’America a caccia di sfide pianistiche in stile vecchio west):

Ma quello è completamente scemo.

E anche:

L’hai voluto tu, pianista di merda.

 

La reputazione di Jelly Roll Morton, quanto meno fra gli appassionati di jazz, è oggi di ben altro tipo. Persiste, è vero, la macchia dell’autoproclamazione a “inventore del jazz”, ma come sottolineava già Lawrence Gushee nella postfazione del 1973 al libro di Lomax, è possibile che Morton, per jazz, intendesse “una nuova forma di ritmo diverso dal consueto ragtime dell’epoca”. Un’interpretazione su cui molti esperti di ragtime e di jazz delle origini tendono ormai a convergere. Ma al di là delle innovazioni o delle intenzioni che vengono oggi attribuite a Jelly Roll Morton, ascoltando la sua musica ciò che emerge è anzitutto la chiarezza delle idee. Il suo è un jazz che brilla di schiettezza espositiva, di eleganza, formalmente rigoroso ma insieme pulsante e creativo. E questo nonostante odiasse le jam session e la frenesia che ne sprigionava: “c’è gente che suona come se volesse romperti i timpani”, disse a proposito dell’infuocata scena jazz di Chicago. Jelly Roll pensava al jazz in modo diametralmente opposto. Per dirla con le parole di Alan Lomax, quando si riferiva alla voce di Morton : “ogni frase era quasi la strofa di un lento blues… ogni strofa fluiva dalla precedente, come i mulinelli di un grosso e pigro fiume del Sud, che occulta la sua potenza sotto una placida superficie scura…”. 

 

 

New Orleans è una città unica. Senza la musica verrebbe probabilmente trascinata via dalle quiete e limacciose acque del Mississippi come un corpo senza vita. Camminare per le vie del vecchio quartiere francese significa imbattersi ad ogni incrocio in una fetta di storia del jazz: Bourbon Street, Basin Street, Rampart Street, Canal Street, Burgundy Street. È sufficiente pronunciarne il nome per avvertire in bocca il gusto della città e sentire nelle orecchie un ritmo sincopato, una tromba e un clarinetto che si inseguono in un vertiginoso contrappunto melodico. A New Orleans la storia può essere capricciosa, ma la leggenda è onnipresente. Come mi confidò il professor Bruce Raeburn nelle sale del suo archivio: “se il jazz fosse soltanto una questione di note, o se la storia fosse soltanto una questione di fatti, non riusciremmo a comprenderli per davvero, perché è l’impalpabile che può mettere i fatti in relazione fra di loro. È lo spirito dietro le note che consente la vera comprensione delle emozioni dell’uomo”. Il libro di Lomax fa precisamente questo. Pur con le sue volute forzature e le sue imprecisioni racconta l’appassionante viaggio di uno dei più grandi musicisti della storia del jazz, e nel farlo ci regala tutto quanto gli ruotava intorno, tragedie ed esagerazioni comprese. Un mondo e insieme un destino. Se lo si osserva dall’alto o su una mappa, quanto più si avvicina alla foce, il Mississippi si trasforma in un serpente. È un fiume che cerca incessantemente di cambiare direzione. E il jazz, a partire proprio da Jelly Roll Morton, in fondo non ha mai cercato di fare altro.

 

Jelly Roll Morton racconta del carnevale degli indiani di New Orleans (registrato da Alan Lomax nel 1938).

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