Alice Rohrwacher. Le meraviglie

Per comprendere un film come Le meraviglie di Alice Rohrwacher bisogna innanzitutto collocarlo all’interno del processo storico e sociale che gli fa da sfondo. Ne parla la regista in un articolo molto significativo per la comprensione del film pubblicato sull’ultimo numero de Lo straniero. La campagna, le attività agricole, gli spazi rurali di cui il nostro paese è ancora estremamente ricco, hanno subito negli ultimi anni un doppio processo che solo all’apparenza è contradditorio.

 

 

Da un lato si è visto un progressivo spopolamento e abbandono dei luoghi che si trovavano lontani dalle città: i piccoli paesi di montagna o quei posti che hanno più difficoltà di accesso alla rete infrastrutturale, sono stati progressivamente abbandonati; chiusi i cinema, così come le attività imprenditoriali e culturali, diradata la presenza di scuole e ospedali. Dall’altro lato però ha preso sempre più piede una tendenza culturale – a volte una pura e semplice moda – che invece ha elevato la ruralità a oggetto del desiderio: il cibo tipico, gli agriturismi, un sempre più insistito richiamo anche a sinistra a termini come “comunità” e “tradizione” che in passato erano stati appannaggio unicamente della destra, sono diventati un leit motiv ideologico trasversale. Realtà come Slow Food o Eataly ne sono un emblema, ma sono solo la punta di un processo sociale ben più profondo. La campagna uccisa come realtà lavorativa e sociale, è stata resuscitata nella forma di un’icona inoffensiva. Se la vita in campagna è così dura, molto meglio è limitarsi ad andarci a mangiare. E poi tornare a casa.


Se chi tradizionalmente abitava in campagna è andato in cerca di condizioni di vita (e di lavoro) più confortevoli, si è assistito però anche a un parziale movimento inverso, magari poco rilevante in termini numerici ma molto significativo dal punto di vista culturale. Molti giovani, spesso cresciuti in un contesto urbano e con una buona istruzione alle spalle, hanno deciso di lasciare la città per andare ad abitare in campagna. Dalla necessità si è passati alla scelta.

 


La famiglia che vediamo ne Le meraviglie è di quest’ultimo tipo. Si tratta di una coppia che ha deciso di andare a vivere in campagna perché lo voleva, o perché pensava – magari un po’ ingenuamente – che fosse meglio far crescere là le proprie quattro figlie. Come dice la regista non c’è nulla della presunta saggezza che si trasmette di generazione in generazione (e che di solito è solo ideologia a buon mercato): si tratta semmai di gente che “ha letto dei libri” e che “ha imparato a fare l’orto su dei manuali”. La prima grande idea di questo film è allora quella di collocare lo sguardo a questa altezza: non concedere nulla alla rappresentazione edulcorata di un’autenticità contadina fuori dal tempo.

 

Agnese Graziani

 

La campagna de Le meraviglie è cruda, è dura eppure non è un unilaterale racconto di una vita di stenti e di fatiche. Ci si spacca la schiena e si lavora tutti, bambini compresi, ma lo si fa sullo sfondo di una scelta, non di una necessità; per una passione, che come spesso accade nelle passioni solipsistiche e ossessive dei nostri tempi, include anche una buona dose di autodistruttività (la famiglia de Le meraviglie pare sempre sull’orlo del collasso emotivo e materiale). La seconda bella trovata del film è poi quella di articolare i rapporti famigliari in una zona grigia dove violenza – soprattutto verbale – e autoritarismo stanno accanto senza contraddizione a una relazione di complicità e riconoscimento reciproco tra genitori e figli. Perché le famiglie nel mondo reale sono così: né soltanto dei luoghi di distruzione delle relazioni, né degli idilli di comprensione, ma entrambe le cose nello stesso momento e nella stessa relazione. La figura del padre (interpretato da Sam Louwick) in questo senso è paradigmatica: è lui che da patriarca decide che cosa la famiglia e le figlie debbano fare o non fare, ma nello stesso tempo il suo ruolo incarna anche un tentativo di preservazione dell’unità famigliare nel momento in cui questa è continuamente minacciata.


Ma Le meraviglie prova a fare anche qualcosa in più, perché mette dentro a questo sguardo complesso e sfaccettato sulle relazioni famigliari un romanzo di formazione adolescenziale, che ne costituisce il perno principale: quello di Gelsomina, la più grande della quattro figlie, che come tutti gli adolescenti vive la contraddizione tra l’appartenenza al proprio mondo e il desiderio di qualcosa che potrebbe andare oltre. Questo qualcosa è incarnato dall’arrivo nella campagna di una specie di presenza aliena, che è quella della televisione commerciale e del suo potere d’incanto, simboleggiato da una fata/conduttrice televisiva/Monica Bellucci. E così il desiderio di Gelsomina di avere qualcosa in più per la sua vita finisce per intrappolare la sua famiglia in quel tritacarne dell’ideologia contemporanea che è la retorica del “tipico” e del “tradizionale”: quello sguardo che chiede soltanto se il miele venga fatto così come lo facevano gli etruschi. E il padre che quando faceva da patriarca urlava a destra e manca, in questo contesto non riesce più a spiaccicare una parola.


Il problema è che con l’arrivo della televisione a venir turbato non è solo l’equilibrio famigliare ma anche quello del film che se nella prima parte aveva saputo gettare uno sguardo complesso su una ruralità inattuale e un po’ incosciente, finisce – un po’ come il padre di fronte alla telecamera della TV – a non saper più bene cosa dire. L’impressione è che Alice Rohrwacher non sappia proprio che riflessione tirare fuori da tutto quel materiale, potenzialmente di straordinario interesse, che aveva saputo mettere sullo schermo. Non prende la strada che pasolinianamente potrebbe difendere il valore della ruralità contro la barbarie dell’arrivo della televisione, dato che quella stessa decisione di andare a vivere in campagna è in un certo senso il frutto di una mediazione culturale urbana. Ma non prende neanche la strada del conflitto (in un certo senso eterno) tra la volontà del padre di determinare il desiderio della figlia e il bisogno di questa di trovare una strada tutta per sé, nonostante la prima parte del film abbia molti elementi per andare in questa direzione. E non decide nemmeno di indagare l’implicita violenza autodistruttiva della pluralità dei rapporti famigliari nonostante l’utilizzo dei molti personaggi comprimari sia tra le cose più efficaci del film (tra questi non possiamo non menzionare la piccola Agnese Graziani nella parte di Marinella, che buca lo schermo ogni volta che compare sulla scena). In un certo senso decide di fare tutte queste cose insieme confondendo un po’ se stessa e lo spettatore.

 

Agnese Graziani


Molte critiche qui a Cannes hanno sottolineato i problemi di scrittura de Le meraviglie, soprattutto nella seconda parte del film. Tuttavia crediamo che anche quando un film non funzioni completamente – qualunque cosa questo voglia dire – non sia mai imputabile a un presunto “errore” da parte dell’autore o dell’autrice. A maggior ragione quando si tratta di una regista come Alice Rohrwacher, il cui talento è qui fuori discussione. Il problema è, per così dire, squisitamente teorico, o persino politico. Perché voler mostrare l’estraneità di questa famiglia a quell’ideologia televisiva che vorrebbe ridurre la vita rurale a un’icona di una tradizione è non solo inefficace dal punto di vista della rappresentazione, ma forse persino sbagliato.

 

Da dove verrebbe infatti quest’estraneità? Non certo da una tradizione dato che né il padre né la madre interpretata da Alba Rohrwacher possono vantare una precedente appartenenza a questo luogo di campagna. In un certo senso loro stessi ci “ritornano” dopo essere passati dalla televisione e dal quell’ideologia della tipicità e del “locale” che la tv commerciale veicola. Così come Gelsomina e Marinella guardano la televisione, cantano le canzoni di Ambra, vorrebbero una vita più simile alla televisione perché a quel mondo, in un certo senso, già appartengono (come dice la canzone di Ambra che continuano a cantare).

 

Alice Rohrwacher, Monica Bellucci

 

Da dove viene dunque quest’estraneità? O meglio, c’è forse ancora un’estraneità all’universalità capitalistica di cui la televisione è un espressione? Non è forse la pretesa di essere estranei e di ricominciare a vivere in campagna un atteggiamento da anima bella, di chi pensa che basti tagliare i ponti con il mondo delle merci per non farne più parte? (ma esiste un mondo che non sia delle merci?) E allora perché il padre si sente così fuori posto, quando viene intervistato in tv da Monica Bellucci alla fine del film?


Non si capisce se Alice Rohrwacher voglia dirci che nessuna estraneità a quel mondo è ormai più possibile, o se invece voglia dirci che, nonostante tutto, una qualche autenticità possa ancora essere ritrovata. Forse nemmeno lei saprebbe rispondere a questa domanda, perché quell’esperienza rurale di cui ci parla Le meraviglie di queste contraddizioni ne è semplicemente parte, senza essere in grado di scioglierle.

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