Gramsci, il nome dell'inconscio

3 Febbraio 2026

Pare un’ovvietà dato che ormai ce lo si ripete da almeno cinquant’anni. Ma è ormai sempre più vero che l’esaurirsi della storicità di cui parlava Fredric Jameson riguardo al postmoderno sia un segno della nostra sopraggiunta incapacità di collocarci, di rappresentare ma anche di fare esperienza del tempo storico in quanto totalità: cioè del tempo storico non come oggetto, ma come soggetto del quale siamo parte. Lo si vede nel modo in cui pezzi di storia del Novecento prima scompaiono e poi continuano a ritornare come fantasmi nel dibattito pubblico e sociale contemporaneo: ridotti a simulacri o a significanti da brandire dalle ideologie reazionarie del presente. È per questo che una figura come Gramsci – più che nello studio accurato del suo pensiero che riguarda una, comunque, non irrilevante nicchia di pensatori e attivisti – non può ormai che essere convocato nel presente con le categorie della rimozione. “Oggi Gramsci è per noi un nome nell’inconscio” dice Angelo Villa all’inizio di Memoria dell’utopia. Gramsci e noi da poco pubblicato per i tipi di Castelvecchi. “È il luogo da cui […] ci parla” o forse “siamo noi a dialogare con lui sospendendo la barriera del tempo”. Ma chi è questo “ci”? Chi è questo noi a cui si riferisce l’autore nel titolo e nei passi citati? Ci torneremo.

Eppure, è proprio perché Gramsci per Villa è un nome dell’inconscio che il problema non è certo quello di salvarne la memoria. Non perché sarebbe in sé un progetto disdicevole, quanto perché il problema politico che questo lavoro vuole porre non è quello della memoria: cioè quel deposito archeologico di saperi, cronache ed eventi, che procede per accumulo e che dovrebbe accompagnarci in una passione per la conoscenza che ci guiderebbe verso il futuro. In un’epoca dominata dall’angoscia e dalla tentazione di rifugiarsi nell’idealizzazione del passato (lo stiamo vedendo in questi giorni in cui spopola sui social la nostalgia verso un anno per il quale non ci dovrebbe essere nulla di cui essere nostalgici: il 2016), Villa ribalta un luogo comune: non è vero che non c’è futuro senza memoria. Semmai è la memoria che si sgretola se non esiste un futuro verso cui proiettarsi.

Il problema sarà dunque quello di essere “anacronisti nel proprio tempo”. Che vuol dire innanzitutto bypassare il ritorno verso il passato per provare invece a riguadagnare una “pulsione dell’utopia”. E quindi si tratterà di giocare l’inconscio contro la memoria. Sembrerebbe paradossale: non è forse l’inconscio uno scavo verso un passato rimosso? Non si tratta in psicoanalisi – la pratica quotidiana dello psicoanalista Angelo Villa – di ritornare verso un passato così passato da essere rimosso, e quindi di rendere ancora più forte la memoria? No, sembra dirci l’autore: l’inconscio è una pulsione verso il domani. E in questo senso, fedele all’insegnamento di Lacan, sembra dirci che è sempre al presente.

E quindi, passando dalla “fine della storia” di Fukuyama a Marx, da Freud ad Hannah Arendt, dall’al di là dell’Edipo alla crisi delle strutture simboliche moderne si fa largo una domanda: la vera crisi che segna il nostro tempo non è forse quella dell’utopia (e quindi, diremmo noi, dell’inconscio come pulsione verso il domani)? Per Gramsci l’utopia non è fuga dal presente, semmai è premessa della rivoluzione. Ma la rivoluzione, distinta nettamente dalla rivolta (che brucia subito e che può rovesciarsi nel suo opposto) è progettualità politica: non solo distruzione, ma creazione e istituzione della libertà, secondo la definizione di Hannah Arendt.

A questo punto si affaccia un altro tema fondamentale: la memoria della sconfitta. Citando Benjamin, Villa ricorda che ciò che possiamo chiedere ai posteri non è gratitudine, ma memoria dei vinti. Gramsci è uno di questi vinti, e forse è proprio la sua sconfitta a generare il disagio che proviamo di fronte alla sua figura. Al tempo stesso, però, anche la sua vita testimonia una tensione generativa verso il futuro: una rivoluzione che non è “pranzo di gala” (Mao), e il cui problema è “il giorno dopo” (Trockij), ma che rimane l’unica forma politica capace di trasformare gli esseri umani e non solo il modo di produzione capitalistico.

E quindi l’utopia, come forma dell’inconscio irriducibile alla memoria e alla storia, è l’unica modalità con la quale possiamo ripensare una pulsione vitale verso il futuro, indispensabile per non lasciare che la storia archeologica si inghiotta il presente. Gramsci è il nome di questa tensione, non tanto come figura storica, ma come testimonianza, o persino come significante. A trentacinque anni entra in un carcere fascista per restarci fino alla morte, mantenendo viva, nella forma delle sue lettere e dei suoi quaderni, l’idea di una “città futura” mai realizzata ma che continua a indicarci qualcosa, proprio perché non compiuta.

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Ripercorrere la vita breve e tormentata di Gramsci vuol dire per Villa riconoscere che la sua testimonianza conserva ancora oggi la forza di interrogare il nostro rapporto con l’utopia. È a partire da questa torsione – Gramsci come nome dell’inconscio più che come oggetto storico di una memoria archeologica – che Memoria dell’utopia prende una direzione singolare e per certi versi inattesa. Il libro di Angelo Villa non è una biografia intellettuale nel senso canonico. È piuttosto un attraversamento clinico e teorico di una vita, in cui l’infanzia, il corpo malato, la relazione con la madre, l’esperienza del carcere e la scrittura dei Quaderni vengono letti come luoghi di condensazione di un desiderio politico che non si lascia ridurre né al contenuto ideologico né alla storia degli eventi. Villa non cerca in Gramsci un fondamento teorico da riattivare, ma un sintomo da interrogare: qualcosa che continua a parlare perché irrisolto e incompiuto. In questo senso, la biografia non è mai qui spiegazione causale del pensiero, ma scena in cui il pensiero prende forma come risposta a una ferita originaria, a una mancanza che non viene mai colmata e che è compito della pulsione utopica riattivare.

L’esperienza del carcere, che rappresenta il cuore del libro, non è per Villa soltanto il luogo della repressione fascista o della sconfitta politica, ma il dispositivo che costringe Gramsci a un confronto senza mediazioni con il proprio desiderio, con l’incompiutezza del passato e con i limiti dell’azione rivoluzionaria. Nei Quaderni e nelle Lettere prende forma una riflessione in cui l’utopia non appare mai come progetto positivo o immagine compiuta del futuro, ma come pulsione che sopravvive proprio là dove si spezza ogni teleologia storica. L’utopia gramsciana nasce dal trauma e non lo cancella: anzi, è una costante riattivazione del trauma. È il tentativo di trasformare una perdita (della madre, del corpo integro, della libertà, della rivoluzione stessa) in una tensione verso l’a-venire e verso ciò che ancora non esiste. Non a caso, l’idea di unità che attraversa il pensiero gramsciano resta sempre ambigua, oscillante tra esigenza politica e fantasma regressivo: come se la spinta a un mondo diverso portasse con sé, inseparabilmente, il rischio di una fusione impossibile, di un ritorno che non può avvenire se non come spinta incompiuta verso un futuro.

Ma allora chi è il soggetto di questa interrogazione? Chi è il “noi” evocato dal titolo e dalle prime pagine del libro? Memoria dell’utopia suggerisce una risposta insolita (e persino bizzarra): non si tratta di un “noi” collettivo, né di una comunità  politica, teorica o generazionale, ma di un ci irriducibilmente singolare. In questo senso il libro di Villa assomiglia all’Idiota della famiglia di Sartre: una biografia che però eccede ogni intento storico. Non si fa qui la clinica di Gramsci ma, più sottilmente e più rischiosamente (ancorché forse inconsapevolmente), la clinica del soggetto che lo interroga. Memoria dell’utopia non è un libro di storia in senso classico né un libro di clinica o ancor meno di teoria politica (Villa non si confronta mai con la sterminata letteratura su Gramsci degli ultimi decenni), e tuttavia li attraversa tutti, senza coincidere con nessuno di essi. È un libro che ruota attorno a un nome, Gramsci, che man mano che si dipanano le molte pagine del lavoro diventa il perno attorno a cui prende corpo un coinvolgimento affatto soggettivo: il punto in cui l’inconscio dell’autore entra in risonanza con l’incompiutezza di una vita e di un progetto politico (ma non è forse quest’incompiutezza quella dell’autore stesso, decaduta ogni sua individualità?). E dove forse il soggetto interrogante finisce alla fine per coincidere con l’oggetto interrogato stesso. Proprio per questo, il “ci” a cui il libro si rivolge non può che restare aperto ed essere a un tempo origine e approdo: non una comunità da rappresentare (che è evidentemente mancante) né soltanto un’individualità: ma una singolarità che, nel confronto con Gramsci, scopre la propria pulsione soggettiva verso il futuro. È forse in questa esposizione del sé senza garanzie – in questa assunzione del rischio dell’utopia come questione soggettiva in definitiva dell’autore stesso – che risiede la strana peculiarità di questo libro di fatto indefinibile. Che forse attraversa il nome di Gramsci per mettere in definitiva in tensione il nome stesso del suo autore.

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