raccontarci le parole più espressive dei nostri dialetti

 

Ernst Lubitsch. To Be or Not to Be

(Vogliamo vivere!)

E poi succede che Vogliamo vivere!, tornato in sala settantuno anni dopo (grazie a Teodora!), realizzi nel primo fine settimana di programmazione la seconda media per copia (cioè l’incasso diviso per le sale in cui è stato distribuito), alle spalle solo di Una notte da leoni 3 (sic!). Fermandosi a riflettere ci sarebbe da esultare, far festa, lasciarsi andare. Perché il capolavoro di Lubitsch è un classico, perché è un film intramontabile, perché l’effetto nostalgia richiama ancora folle di cinefili (meglio se d’antan) in sala e perché in fondo il bel cinema invecchia come il buon vino? No! Sbagliato! Scordatevi i luoghi comuni, le tirate da salotto borghese e gli slogan da pagina culturale dei quotidiani nazionali. Vogliamo vivere! non c’entra niente con tutto questo, Vogliamo vivere! è un film immortale che non ha nulla a che vedere con il passato inteso come modello, esempio di classicità o prototipo apodittico della settima arte da celebrare in maniera aprioristica. No, Vogliamo vivere! è un film che va considerato in quanto tale o, meglio ancora, quale esemplare senza tempo dell’arte cinematografica, laddove “senza tempo” individua la forza espressiva, la portata culturale e sociale e lo stile assolutamente esemplare di un’opera che non è cinema né di ieri né di oggi, ma semplicemente cinema.

 

 

 

 

Non sembrino puntualizzazioni da dibattito accademico o da cineforum del giovedì sera, quelle appena espresse. Perché accade troppo spesso che i film del passato rieditati, restaurati e rimasterizzati per il pubblico di oggi diventino delle specie di oggetti di culto e smettano di essere considerati come opere filmiche. I film non sono quadri, statue o sculture fatte per stare dentro una galleria o a prendere polvere in un museo. La logica stessa del cinema, quella delle immagini in movimento, della destinazione spettatoriale e della visione, pone costantemente l’opera d’arte cinematografica in una posizione dialettica con il mondo e con la contemporaneità. E in ogni istante la sua riproduzione (o riproducibilità), momento che secondo Benjamin la priva della propria autenticità ma ne conserva e aumenta la carica politica (intesa anche come politica della rappresentazione), apre a confronti, discussioni e concezioni dell’opera stessa sempre nuove. Ci aiuta a capire, per esempio, che la straordinarietà dell’operazione di cui Vogliamo vivere! sta al centro, ovvero il fatto che al film sia stata trovata una collocazione all’interno della programmazione ordinaria fianco a fianco con blockbusters e prime visioni, non può far sottovalutare o dare per scontato il successo e i congrui favori che esso ha incontrato. Un consenso arrivato nonostante la versione originale, nonostante i sottotitoli, nonostante una distribuzione tutt’altro che capillare e una fama che non è esattamente quella di Via col vento o Casablanca tanto per intenderci. Ma ci aiuta anche a comprendere quanto il lavoro di Lubitsch nell’imbastire questa strepitosa commedia, sia qualcosa di estremamente raffinato, frutto di un’attenzione minuziosa per i particolari, per le trovate e le situazioni comiche certo, ma anche di uno sguardo per nulla banale o distratto lanciato verso la Storia. L’arte che si sostituisce alla vita, la finzione che si insinua nel contingente e nel reale, le maschere e i travestimenti che dissimulano e stemperano la carica soverchiante del potere, la recitazione e il teatro come armi di resistenza sono infatti tutti elementi attraverso cui il regista accentua il carattere provocatorio del proprio film. Mentre il riso diviene l’elemento dissacrante per eccellenza che Lubitsch utilizza per scagliarsi contro il reazionarismo nazista che non è evidentemente solo quello della finzione cinematografica, ma è in senso esteso quello della filosofia mistificatoria dei regimi fascisti di cui il film si impone come parodia.

 

 

E sul terreno dell’arte si combatte del resto tutto il conflitto fra eroi e antagonisti: chi sa dissimulare, fingere, trasformarsi, travestirsi, mentire e assumere un ruolo diverso da sé e capisce che il gioco sta nel mettere il potere della rappresentazione dentro il quotidiano, dentro la vita vera, all’interno dell’incubo bellico, vince la guerra. Chi invece non riesce a uscire dalla rigidità del proprio ruolo e dalle logiche mortificanti della dominazione, come questi nazisti ritratti come dei perfetti imbecilli, non può che soccombere e piegarsi al potere del teatro (inteso qui anche come edificio vero e proprio) e della messinscena. In fondo Lubitsch ci pensa fin dal titolo (quello originale è To Be or Not to Be) a suggerire allo spettatore che l’ingresso del comico nel terreno della tragedia può dare risultati sorprendenti. E se Shakespeare diventa solo l’ultima vittima dell’iconoclastia lubitschiana, lascia quasi sbalorditi la facilità con cui il regista tedesco entra nel merito di una guerra che va ricordato, egli – seppure sbarcato negli Usa già da più di un decennio – stava vivendo praticamente in diretta.

 

 

Eppure non esiste una risata che sia eccessiva, forzata o stonata in Vogliamo vivere!. E anzi, il tatto, la leggerezza e la sensibilità con cui il regista affronta temi tanto scottanti – e forse il celebre “tocco” per cui è diventato famoso in questo film lo troviamo proprio qui – ci lasciano il dubbio che lo stile di Lubitsch sia davvero l’unico possibile, l’unico autentico (proprio perché frutto di una costruzione estrema) e l’unico veramente efficace. E che Tarantino, a quasi settant’anni di distanza, abbia saccheggiato a piene mani Vogliamo vivere! più di qualsiasi altro film per scrivere e realizzare Bastardi senza gloria, ci convince ancora più del fatto che il sapiente gioco di Lubitsch nell’utilizzare la Storia con la esse maiuscola e gli eventi reali anche terribili ad essa correlati, come elementi drammaturgici modellabili e riducibili ai propri scopi narrativi e alla propria concezione del mondo, rimanga uno degli approcci più brillanti e sagaci di sempre nei confronti del cinema storico, della satira politica e della commedia.

 

 

Amato, studiato, celebrato e imitato come pochi altri film del suo genere Vogliamo vivere! sembra dunque regalare nuovi spunti di riflessione e nuove suggestioni a ogni successiva visione e il suo incredibile successo, ancora una volta rimarcato dagli incassi al botteghino di questa ultima resurrezione, non può che farci sperare che altri grandi film del passato tornino in sala al più presto con le stesse modalità. Chiunque di noi titoli da suggerire ne avrebbe a bizzeffe e se parlare con i distributori non è proprio affare semplice, ciò che si deve fare è andare in sala a vedere e rivedere questo film portandosi dietro più gente possibile. Perché una bella sorpresa diventi una fantastica abitudine.
 

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