Odori, incroci, donne al Suq di Genova

La prima cosa è il suono. Sia che si arrivi da via San Lorenzo sia che si passi dall'Acquario, il ritmico e tribale martellare degli jambè accompagna l'ingresso al Porto Antico: il passo aumenta inseguendo il battito delle mani sui tamburi, difficile rimanere indifferenti. 

Poi c'è la gente. Avvicinandosi alla tensostruttura sul mare e superati i primi musicisti di strada, grandi e coloratissime donne propongono ai passanti eclettiche acconciature. La folla aumenta: qualcuno chiacchiera animatamente seduto attorno a bassi tavolini su larghi e pesanti tappeti, c'è chi mangia accampato, c'è chi sfoglia libri sotto una tenda aperta e verde; qualcun altro osserva l'anziano signore che crea al tornio meravigliose stoviglie di argilla, di quelle che si comprano nei mercati marocchini. 

E il profumo travolge i sensi. Una stratificazione di aromi e odori di spezie, condimenti, fiori secchi, incensi, profumi riempie le narici: siamo entrati nel grande mondo del Suq di Genova, aperto venerdì 14 giugno e che prosegue fino al 24 (festa patronale della città) per poi andare in trasferta, come ormai da tradizione, al Museo Preistorico dei Balzi Rossi di Ventimiglia il 27 giugno. 

 

 

Era il 1999 quando Valentina Arcuri e Carla Peirolero, che è oggi direttrice artistica del festival, hanno dato il via alla prima edizione della manifestazione nella Loggia della Mercanzia in piazza Banchi, un “esperimento artistico, innovativo, ribelle agli spazi culturali tradizionali”. Il Suq, spostatosi nel 2004 nella sede attuale sotto il Bigo nella Piazza delle Feste progettata da Renzo Piano nel 2001, ha resistito per più di 20 anni in una città patria di marinai e naviganti, che ha nel suo Dna il viaggio e la migrazione. E se da un lato ci sono sempre meno risorse economiche da parte di una giunta e una regione che non riconoscono il lavoro svolto sul territorio e con gli abitanti, dall'altro le soddisfazioni arrivano in ambito internazionale: il Suq di Genova è riconosciuto Best Practice d'Europa per il dialogo tra culture e dal 2011 ha il patrocinio dell'Unesco, Commissione Nazionale Italiana.

Il Suq non è solo un festival, ma è soprattutto una buona pratica, un esempio concreto di come una manifestazione riesca a creare unione e contaminazione tra gli abitanti locali e le comunità temporanee che popolano il festival, partendo dalla condivisione e dall'ascolto. Superate le porte della Piazza si è immersi nel suggestivo allestimento dello scenografo Luca Antonucci: uno stretto reticolato in cui quaranta botteghe artigianali provenienti da altrettanti paesi si alternano a quattordici ristoranti con cucine da tutto il mondo. Tra le più gettonate la bottega per farsi decorare con l'henné, per cui le adolescenti sono disposte a file di ore, e un'associazione sartoriale, new entry 2019, che dà lavoro a giovani migranti dello Sprar di Genova. 

 

Ph. Giovanna Cavallo.


E come ogni strada porta a Roma, al Suq ogni vicolo riconduce al cuore del mercato, la grande piazza coperta con il palcoscenico che accoglie a rotazione workshop per bambini, dibattiti, interventi, come Teatro e migrazioni: buone pratiche che servono con Carlotta Sami, Portavoce UNHCR Italia – Agenzia ONU per i Rifugiati, Maurizio Bertolini e Viola Zangirolami di Social Community Theatre, Bintu Ouattara e Carla Peirolero, moderati da Oliviero Ponte di Pino, una riflessione sul teatro come strumento di dialogo in diversi contesti culturali; e ancora concerti come quello di Franca Masu che ha unito la musicalità del castigliano di Alghero alle sonorità del fado, con cui ha commosso il Suq sabato sera. 

Il Suq è un grande teatro dentro il quale ogni visitatore è spettatore di una creazione collettiva, corale, e al tempo stesso autore e protagonista della propria performance: quando compra un bracciale di pietre tailandesi, assiste a una conferenza o baratta un taco di pollo, lo spettatore vive e contemporaneamente mette in scena il grande gioco del Suq, palcoscenico di un mondo ideale ma possibile. 

 

 

Il palinsesto culturale del festival ruota attorno alla rassegna Teatri del Dialogo sostenuta dal MiBAC, che per il triennio 2018-2020 propone spettacoli sul tema “Donne, isole e frontiere”.

Da madre a madre, diretto da Enrico Campanati e ispirato a L'anello forte. La donna: storie di vita contadina di Nuto Rovelli, ha inaugurato la rassegna 2019 nella suggestiva cornice tardo rinascimentale della Chiesa di San Pietro in Banchi, uno dei luoghi per le rappresentazioni teatrali insieme alla Piazza delle Feste, all'Isola delle Chiatte, all'Auditorium dell'Acquario.

 

Sara (Irene Lamponi) entra dal fondo della chiesa e percorre a passi lunghi l'elegante navata, ne conta trenta, tanti sono quelli che la separano dall'altare dove l'attenderà il giorno dopo il suo Ismail. Ad assisterla la mamma Anna (interpretata da Carla Peirolero), portamento elegante e fiero con solide e rivendicate origini piemontesi, e la suocera Maissa (Bintou Ouattara), statuaria bellezza longilinea Burkinabé. È proprio nei momenti di maggiore tensione che ci si mette a nudo, trovando conforto in quella che identifichiamo come la nostra cultura, che custodisce certezze e ricordi. Le due donne, una volta sole in scena, cominciano a confrontarsi trovando più somiglianze di quanto si potesse pensare, tra la campagna italiana del dopoguerra, con i suoi corredi ricamati a mano e tramandati di madre in figlia, e il piccolo villaggio del Burkina Faso in cui le donne per tre giorni prima del matrimonio non possono fare niente ma hanno a disposizione un pollo intero per pranzo.

 

Mentre Ouattara spicca per calda compostezza impadronendosi della scena anche con il solo silenzio, Peirolero, mentre armeggia con un corredo – che poi svela essere quello della sua famiglia – con genuina semplicità commuove e diverte incarnando un passaggio obbligato: figlia di un dopoguerra che ha vissuto la “tratta delle bianche” e oggi madre aperta ai cambiamenti e alle contaminazioni di cui una società inevitabilmente si alimenta. 

Un'oretta circa in cui le due donne ripercorrono per aneddoti le loro vere vite e quelle delle loro famiglie, in un gioco metateatrale che lascia pochi dubbi all'incertezza e dal forte sapore matriarcale in cui non solo si ripercorre la Storia, ma si sottolinea il valore evolutivo e educativo affidato alle donne nelle diverse società. 

Un guizzo di gioventù ribelle avrebbe dato rotondità e verosimiglianza al personaggio di Sara, in più punti schiacciato dalla forte presenza scenica delle due protagoniste. Immancabile il lieto fine in cui grazie al dialogo e all'ascolto reciproco si trovano punti di convergenza per costruire insieme un nuovo futuro, perfetto sunto dello spirito del Suq.

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