“Overload”: Forster Wallace nell’acquario mediatico

Succede a tutti quanti. È più che normale: naturale. Guardare e non vedere, ascoltare e non sentire. Il corpo da una parte, la testa da un’altra. Distratta da un accidente del caso. Un pensiero, un ricordo, una sensazione improvvisa. Varchi su momenti o circostanze diverse da ora. Altrove, senza muoversi di un passo.

Andare e tornare in sé: dura lo spazio di un lampo. O meglio, durava. Perché con Internet e i Social lo sdoppiamento tra qui/adesso e ovunque/sempre è diventato una costante di vita giornaliera. Secondo l’inchiesta di PresaDiretta (Rai3) Iperconnessi, quotidianamente ci scambiamo 150 miliardi di email e 42 miliardi di messaggi su Whatsapp, che uno su tre controlla ogni 5 minuti. Tocchiamo il cellulare 2.617 volte al giorno. La linea del tempo non è più continua. È spezzata. Interrotta.

Siamo di fronte a un sovraccarico di possibilità di switchare, di saltare da un pezzo di informazione all’altro, con conseguente calo dell’attenzione a favore della rapidità e distanza del salto. In Overload, vincitore del Best of Be festival Tour 2016 e candidato ai premi Ubu e Rete Critica quale miglior spettacolo dell’anno, Sotterraneo fa scontrare questo stato avanzato di cose contro le scissioni dell’io di uno scrittore come David Foster Wallace, definito dal “New York Times” nel 2008, all’indomani del suicidio, un «Émile Zola post-millennio». In scena ci sono Sara Bonaventura, Claudio Cirri, Lorenza Guerrini, Daniele Pennati, Giulio Santolini. La scrittura è di Daniele Villa. L’entusiasmo attorno al lavoro è tale che dove l’abbiamo visto, al Teatro Cantiere Florida di Firenze, hanno addirittura aggiunto una data, l’8 dicembre, all’unica prevista, il 7, dato l’immediato sold out.

 

Il palcoscenico spoglio è punteggiato a sinistra da un acquario con dei pesci rossi e al centro da un’asta con microfono. Il contesto, da un lato, e il pretesto, dall’altro. In quella teca “nuotano” serie e concatenamento di idee e prospettive di cui si compone Overload, da cui scaturisce l’intera visione e intenzione dei Sotterraneo. Non per niente le luci di Marco Santambrogio, prima dell’inizio, ruotano quasi fossimo sott’acqua pure noi. Il microfono, invece, è lo strumento con cui rappresentano il motivo guida per cui sono in scena: dare voce all’autore di Infinite Jest (uscito in Italia per Einaudi), ai suoi multipli piani di esperienza e sistemi di ragionamento.

Ci spiega Villa: «C’è un saccheggio molto diversificato fatto di frasi e parole riassemblate da sorgenti diverse. Abbiamo riportato diverse riflessioni che Forster Wallace ha fatto in situazioni live (interviste, conferenze, incontri) e che si rintracciano su YouTube. Abbiamo riscritto a modo nostro, ma rimanendo fedeli ai fatti, raccontati nella biografia autorizzata Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi di D.T. Max (Einaudi). Infine, abbiamo parlato in modo diffuso e molto personale di alcune delle sue opere più importati, come Infinite Jest e Il re pallido, romanzo postumo e incompiuto (sempre Einaudi)».

 

Ph. Carolina Farina.


Nel teatro-gioco della compagnia fiorentina, che, per certi versi, fa proprie la non linearità e interattività del librogame, frequentato ultimamente in Il giro del mondo in 80 giorni, l’apparenza (re)inventa il vero e il reale (ri)afferma il falso.

Claudio Cirri, dritto in piedi davanti a noi, impareggiabile nella sua presenza piena e insieme sospesa, non è David Foster Wallace. Lo scandisce chiaramente, una volta raggiunto il microfono. Basta già questo: parla italiano. L’americano non conosceva neanche una parola nella nostra lingua. Cirri, piuttosto, fa Foster Wallace. Presenta i dettagli che compongono le informazioni su di lui. Li elenca con fare disincantato, tra l’identikit e il quiz. È un autore americano. Porta gli occhiali. Ha scritto di tennis. Con la sua immagine (i costumi sono di Laura Dondoli) rivela altrettanto. Scarponi, calzini bianchi con righe, pantaloni corti, la t-shirt del Pomona College, a Claremont, in California, dove insegnava Scrittura creativa e letteratura inglese. E, soprattutto, l’iconica bandana. La indossa, tiene subito a precisare, per il sudore e non perché gli scoppiano i pensieri.

 

Viene riconosciuto quasi subito. L’attore e lo scrittore sono simili, in qualche modo affini. Lo scarto di differenza tra la copia e l’originale è perfettamente conforme a una conoscenza non sistematica, ma costruita, appunto, per frammenti. La parte è il nostro tutto. L’interpretazione è la realtà. Ed è tanto più evidente nel formidabile uso che i Sotterraneo fanno dello specchio del teatro, in cui l’essere rimbalza di continuo nel non essere, e viceversa, quanto la pallina da tennis nella mano di Claudio Cirri. Allora, anche se questo David Foster Wallace non è vero, per noi è come se lo fosse. Anzi: lo è.

Allo stesso modo, poiché l’acqua è reale i pesci sembrano vivi, eppure non lo sono affatto. Sono finti. Giocattoli. Overload comincia con loro alla stregua della storiella apologetica, citata espressamente sul palco, che apre il discorso di Foster Wallace ai neolaureati del Kenyon College, a Gambier, Ohio, il 21 maggio 2005. Si tratta di Kenyon College And Me, noto come This Is Water (Questa è l’acqua, presente nell’omonima raccolta, ancora per Einaudi, fonte di altrettanta ispirazione per Roberta cade in trappola di Cuocolo/Bosetti): «Ci sono questi due giovani pesci che nuotano e incontrano un pesce più vecchio che nuota in senso contrario e fa loro un cenno, dicendo: “Salve ragazzi, com’è l’acqua?” e i due giovani pesci continuano a nuotare per un po’ e alla fine uno di loro guarda l’altro e fa: “Che diavolo è l’acqua?”».

 

Ph. Filipe Ferreira.


L’«acqua» è la realtà più ovvia e per questo più difficile da vedere, dal momento che ci siamo immersi fin dalla nascita. Per lo scrittore, è la consapevolezza di capire che io sono il centro soltanto del mio mondo, non di tutto il mondo. Ciò significa riconoscere a ciascuno la propria umanità e dignità, scegliere l’empatia su una «modalità automatica», una «configurazione di base» secondo cui non esisto altro che io: io e i miei problemi, io e le mie idee, io e le mie ragioni. Il regista Carlo Mazzacurati invitava a praticare la gentilezza: «Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla. Sii gentile. Sempre».

Di contro, per i Sotterraneo l’acqua è un acquario, ristagna chiusa tra quattro lati trasparenti. È quasi «una pozza di paura e rabbia e frustrazione e desiderio e adorazione di sé», per citare ancora l’orazione al Kenyon College, nella quale ci crediamo e mostriamo liberi e veri, e invece siamo prigionieri e falsi, quanto i pesci di Overload. La distrazione, dunque, non è più normale, né naturale: la casualità è manipolata ad arte da algoritmi che stimolano, creano e autoalimentano abitudini, gesti, azioni rituali, monetizzate da poche aziende, ormai monopolistiche.

 

In un ambiente siffatto, la nostra capacità di attenzione è ridotta alla soglia di 8 secondi, avvertono studi più severi dei dati riportati (e smentiti, per la logica del vero-non vero) dai Sotterraneo. Perfino quella dei pesci rossi sarebbe più alta: 9 secondi. Articolare alcunché è improponibile. Allora il pubblico, ovviamente quando gli viene concessa l’opportunità (la drammaturgia sta agli algoritmi), può interrompere il monologo di Claudio Cirri/David Foster Wallace e attivare dei contenuti nascosti. I secondi che un qualunque spettatore ha a disposizione per rendere palese, alzandosi in piedi, la sua scelta, sua e per tutti, sono ampiamente sotto la soglia minima di concentrazione: si contano sulle dita di una mano.

 

Ph. Filipe Ferreira.


L’arrivo di uno dei performer con un cartoncino con su disegnata una freccia indica l’avvento di una nuova, imminente, possibile via di fuga. Stop alla difficoltà delle parole, avanti con l’immediatezza delle immagini. Il testo si trasforma in ipertesto, il teatro in iperteatro. Il panorama si modula sulla dimostrata incapacità di essere presenti a sé stessi troppo a lungo. Cirri continua a parlare, ma Foster Wallace non si sente. È in “modalità silenziosa”: muove solo le labbra. Inviate tv, giocatori di football americano, tenniste, soldati antichi o black bloc. Figurazioni di ogni genere e sorta gli passano davanti, dietro, accanto, lo spingono, spostano, placcano. Lo mettono a tacere. Il rumore di fondo prende il suo posto sotto i riflettori.

 

Il dispositivo (si) diverte a sfidare l’attore/scrittore, sollecitando gli spettatori a innescare i contenuti nascosti con l’aumento della posta in gioco: velocità, impatto, originalità. Apparizioni o metafore che siano, nate dal monologo o meno, per associazione, assonanza o invenzione, tali intromissioni producono su di lui un effetto fisico, peraltro senza essere, nemmeno loro, davvero reali. Non usano parole, unicamente suoni. L’azione è identificata dall’aspetto. Possiamo quindi considerarle alla stregua delle notifiche dei social network, che soddisfano il bisogno-ansia di costruirci un’autonarrazione pubblica.

Il sovraccarico, però, non appartiene soltanto a noi, ma anche a David Foster Wallace stesso. I suoi racconti prendevano la vita e la portavano allo stremo: ugualmente operano i Sotterraneo. La rapidità di Overload sul palcoscenico fa il paio con le idee nella sua testa. Al punto che l’impianto complessivo pare voglia riprodurre pure il rapporto tormentato tra un autore e la sua creatività, in cui l’uno non riesce a controllare l’altra, fino in fondo. L’ispirazione, una volta sulla carta, non è mai perfetta com’era nella mente. Da lì, come se non bastasse, si consegna all’interpretazione altrui e, di conseguenza, alla massima distorsione possibile.

Questa potente e inesorabile incomunicabilità con sé e con gli altri ci riporta a quello che il Padre espone al Capocomico nei Sei personaggi in cerca d’autore di Luigi Pirandello: «Abbiamo tutti dentro un mondo di cose; ciascuno un suo mondo di cose! E come possiamo intenderci, signore, se nelle parole ch’io dico metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me; mentre, chi le ascolta, inevitabilmente le assume col senso e col valore che hanno per sé, del mondo com’egli l’ha dentro? Crediamo d’intenderci; non c’intendiamo mai!»

 

Ph. Filipe Ferreira.


Ai livelli di senso riscontrati finora, Overload ne aggiunge uno ulteriore. Come diventare sé stessi. Lo indichiamo così riprendendolo dal titolo del libro (edito da minimum fax) di David Lipsky, l’inviato della rivista “Rolling Stone” che, in occasione dell’uscita americana di Infinite Jest, trascorse 5 giorni ininterrotti (dal 5 al 10 marzo 1996) al fianco di Foster Wallace.

Claudio Cirri è ben consapevole delle interruzioni che subirà. Non sa quante saranno, poiché variano da sera a sera, a seconda dell’intraprendenza della sala. Comunque, sa che ci saranno. E tuttavia, prova, fallisce e riprova a formare o almeno affermare sé stesso, ovvero David Foster Wallace. A un certo momento, gioca la carta di chiamare in prima persona i contenuti nascosti. È inutile. Il sistema si dimostra ben più forte e finisce per inglobarlo nel suo meccanismo. Tanto «io è un altro». I Sotterraneo dimostrano di pensarla come l’Arthur Rimbaud delle Lettere del Veggente: lo scrittore americano può farlo un altro, che differenza fa? È sufficiente che lo ricordi vagamente e attiri l’attenzione. Pertanto, la bandana e il resto passano a Daniele Pennati. Per poi ripresentarsi come prima, addosso a Cirri. Quando pensi di averli afferrati, i Sotterraneo ti sgusciano via sotto gli occhi.

 

Un temporale, una specie di piena riporta a galla un po’ tutte le intromissioni visive passate in rassegna. Quasi che Overload voglia riprendere il filo iniziale del discorso. Tornare a quel 12 settembre 2008, alla morte di Foster Wallace, impiccato a una trave di casa sua. Il suicidio compare in quasi ogni sua opera e in particolare in Infinite Jest. Ai neolaureati del Kenyon College, 3 anni prima, ne parlava in questi termini: «Pensate al vecchio luogo comune della “mente come ottimo servitore, ma pessimo padrone”. Questo, come molti luoghi comuni, così inadeguati e poco entusiasmanti in superficie, in realtà esprime una grande e terribile verità. Non a caso gli adulti che si suicidano con armi da fuoco quasi sempre si sparano alla testa. Sparano al loro pessimo padrone. E la verità è che molte di queste persone sono in effetti già morte molto prima di aver premuto il grilletto».

 

Ph. Filipe Ferreira.


Perciò, Sara Bonaventura, Claudio Cirri, Lorenza Guerrini, Daniele Pennati, Giulio Santolini, consegnano la scena al dopo (spettacolo). Sono tutti vestiti semplicemente di nero. Si chiamano per nome. Usano dalla prima alla terza persona, come le marce della macchina della distrazione che li condurrà al di là di sé stessi, con sottofondo di Where Did You Sleep Last Night nella versione dei Nirvana. D’altronde, a David Foster Wallace veniva attribuito il carattere di “romanziere grunge”.

Quadri di narrazione e azione. Verso l’abisso di un trapasso finale e disturbante, che non lascia scampo a nessun essere umano. All’attore e allo scrittore. Stavolta perfettamente uguali. «Il suicidio di David – ha dichiarato la vedova Karen Green a “The Guardian” nel 2011 – lo ha trasformato in quel tipo di celebrità letteraria che lo avrebbe fatto rabbrividire.» Questa è l’acqua che si vede in giro, fuori dal finestrino delle nostre “vite di corsa”. E non fa che salire.

 

Qui il calendario di Overload e di altri spettacoli di Sotterraneo

La foto finale è di Carolina Farina

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