Edgardo Franzosini. Sul Monte Verità

Degli amici chiedono ad Apollodoro dei sette discorsi intorno all’amore e alla verità pronunciati a casa del poeta tragico Agatone. Sulla stessa storia Apollodoro è già stato interrogato da Glaucone, stimolato da un tale che l’aveva sentita da Fenice, figlio di Filippo. Sia ad Apollodoro che a Fenice la storia era stata raccontata da un certo Aristodemo, testimone, lui sì, diretto, del convivio tenutosi a casa di Agatone.

 

Arrivati a questo punto, ci si potrebbe domandare: cosa c’entra una sintesi tanto ingarbugliata della cornice narrativa del Simposio platonico con il romanzo Sul Monte Verità? La risposta sta in due luoghi, uno materiale e l’altro ideale, posti tuttavia sotto lo stesso dominio, quello appunto del nuovo romanzo di Edgardo Franzosini. Il luogo materiale è l’intreccio con cui si presenta la storia: la vicenda di Alceste Paleari, prima ballerino (e pianista), infine eremita sul Monte Verità, fondatore e unico adepto del culto della noce di cocco, che l’anonimo narratore introduce, e che scaturisce dalla notizia della morte di Else Beer (“l’ultima monteveritiana”, da lui conosciuta vent’anni prima ad Ascona, in Svizzera, grazie a un’amica di nome Noemi). Il narratore “introduce”, perché a narrare, dal quarto capitolo al diciassettesimo su diciannove totali, è Else stessa, nella rievocazione del ricordo di quell’incontro.

 


Il racconto di Else è costruito su qualche esperienza diretta, ma in gran parte fondato sulle testimonianze, da lei raccolte, del satanista Aleister Crowley, del filosofo Ludwig Klages, dell’“assoluta dea dell’amore” la contessa Franziska zu Reventlow, dell’anarchico, cantante, impresario (e mille altre cose) Theodor Reuss, e dei tanti altri che incontrarono Alceste. Else racconta di tutti quegli incontri tra Alceste e i personaggi, avvenuti sia sul Monte Verità (alias la collina di Ascona, sorta di ecovillaggio che ospitò all’inizio del Novecento una congerie di uomini e donne straordinari, noti e meno noti, figli dei fiori ante litteram, letterati e scienziati, artisti e artigiani, massoni, iniziati a dottrine esoteriche e ai più diversi culti misterici) sia, e soprattutto, altrove, tra Milano e Bergamo, Monaco e Londra, Parigi e St. Moritz; insomma, ovunque Alceste capitò prima di stabilirsi in una grotta del Monte, affacciata “su uno spiazzo spoglio e polveroso” al cui centro “svettava una palma alta almeno quattordici metri al cui piede erano disposte in cerchio alcune pietre”.

 

Un giorno, il 15 giugno del 1933, su una di quelle pietre viene ritrovata la testa sfracellata di Alceste. La misteriosa morte, anzi l’omicidio – è lecito supporre – dà luogo a un’inchiesta, affidata al Corpo di Gendarmeria Cantonale e alla Polizia italiana nelle persone di Gualtiero Biasca e dell’ispettore Mapelli. L’inchiesta sarà archiviata dopo circa cinque mesi per insufficienza di prove: “Roba inconsistente. Pochi indizi e qualche insinuazione… niente di più”. Dove non arriva la polizia arriva però la letteratura, che della prima conserva in questo caso il metodo indiziario, come accadeva del resto col precedente libro di Franzosini (Sotto il nome del cardinale, Adelphi 2013), in cui si incrociavano solo dati reali, mentre qui lo scrupolo è al servizio di una storia che mescola elementi storici e fantastici (ad esempio, proprio il protagonista) fino a rendere indistinguibile il confine. Franzosini amministra con finezza e padronanza dello strumento narrativo tanto i dati storici e di cronaca quanto le fantasticherie, le intuizioni, le immaginazioni, senza che la sua prosa mostri mai fatica alcuna, capace com’è di compensare le discontinuità e di amalgamare i caratteri, anche quelli più discordanti, degli ingredienti scelti.

 

Dietro la sua regia, il racconto di Else avanza per sottrazione, e il profilo di Alceste Paleari ne esce come un resto, come la sagoma di un personaggio ottenuta su una tavola completando pezzo dopo pezzo tutto il paesaggio, che finisce là dove inizia il suo profilo; un profilo muto ma via via più definito e che prende la parola, quindi un vero carattere, solo verso la fine del libro, per poi contrarre un nuovo mistero nelle ultime pagine, con la domanda: e se fosse stato tutto soltanto un “delirio della fantasia”?

 

Ma poi, perché “soltanto”? Conta che tutto sia vero, nel senso di fattuale, o che questo racconto valga a qualcosa? Del resto, essendo plurale e mutevole l’essenza di ciò che è reale, la verità profonda delle cose non sta forse nel valore che noi diamo alle azioni? Il luogo ideale da cui sorgono queste domande è quello cui si accennava all’inizio, e il loro senso è lo stesso che indica Platone con il suo rimandare di “tale” in “tale” la fonte del racconto che costituisce il suo Simposio: non preoccupatevi della verosimiglianza dei fatti, ma del contenuto di verità della storia che vi racconto.

 

 

Il libro: Edgardo Franzosini, Sul Monte Verità, il Saggiatore, Milano 2014, pp. 224, € 15,00.

 

Questo articolo è apparso sul numero di febbraio 2015 dell’«Indice dei Libri del Mese».

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