Primo Levi. Figure

A oltre trent'anni dalla sua morte e a cento dalla sua nascita, Primo Levi continua a stupirci. In questo momento drammatico per l'ondata di antisemitismo e di odio razzista che, come in un passato che sembrava fino a poco tempo fa un incubo lontano, sembra colpire in ugual misura i giovani, gli inermi e le anziane dignitose, le celebrazioni del centenario di Levi danno un piccolo segnale prezioso di un altro modo di vivere e di interagire con il mondo. E al di là delle cerimonie e degli eventi pubblici, i convegni e le premiazioni per celebrare questa straordinaria figura “poliedrica” del Novecento, per dirla con Marco Belpoliti, forse colpisce più di qualsiasi altra iniziativa la piccola mostra aperta in una stanza della Galleria d'Arte Moderna (GAM) a Torino (fino al 26 gennaio 2020), intitolata modestamente Figure, a cura di Fabio Levi e Guido Vaglio. Colpisce innanzitutto perché aggiunge un tassello nuovo, inedito, al ritratto di Levi che conosciamo, ma anche perché trasforma in materiali concreti, in oggetti proiettati nello spazio tri-dimensionale quell'ethos congiunto tra l'homo faber e l'homo ludens che Levi ha fatto suo altrove, attraverso la parola e la scrittura. Qui si passa dalla parola all'oggetto, o meglio, per dirla con il filosofo americano Bill Brown, dalla parola alla cosa (thing), cioè al fenomeno che nella sua contingenza resiste a qualsiasi tentativo di uso e consumo, celebrando invece la sua assoluta “inutilità”. Per parafrasare una frase pregnante di Levi in I sommersi e i salvati, è forse “l'unica utilità” delle cose inutili.

La mostra si trova in una stanza della GAM chiamata la Wunderkammer, a richiamo di quegli affascinanti precursori del museo moderno che furono le collezioni rinascimentali di figure quali Athanasius Kirchner, Elias Ashmole e Hans Sloane, che cercarono di contenere in uno spazio chiuso il mondo intero, accumulando centinaia di oggetti curiosi della natura in tutta la sua varietà enciclopedica, tra piante, animali, minerali, costruzioni artificiali, opere d'arte e via dicendo. In inglese la Wunderkammer si traduce con il Cabinet of Curiosities. Levi, benché lontano dalle manie quasi ossessive dei creatori delle Wunderkammern (anche se Calvino aveva visto benissimo la vena enciclopedica in Levi) ha comunque in comune con loro e con i loro laboratori-musei il senso della meraviglia (Wunder) e della curiosità di fronte ai fenomeni del mondo, un'attenzione acuta verso l'universo naturale e animale, le materie prime, e il contatto dell'occhio e della mano umani con essi.

 

Ph Pino Dell'Aquila.


Figure ci offre per la prima volta la visione diretta di alcune delle dozzine di sculture create da Levi in filo di rame (e in un caso in latta) in un arco di tempo che va dal 1955 al 1975. (La mostra non ha niente del “filologico”, e quindi non ci sono né titoli, né datazioni esatte.) Levi le costruiva qua e là nelle ore libere, tra il lavoro di fabbrica, gli impegni del testimone e la scrittura di libri – i suoi tre mestieri – e le faceva per diletto e per gioco, per regalare agli amici o per appendere in vari angoli della sua casa, come si vede in qualche foto e come ha notato Philip Roth nella sua bellissima intervista-incontro con Levi del 1986.

 

Le figure-sculture sono quasi tutte di animali, tra il reale e il fantastico. Infatti, in uno dei saggi più brillanti di L'altrui mestiere, “Inventare un animale”, Levi avrebbe riflettuto, tra un senso di divertimento e di sfida alle potenze della scienza e della fantasia, su quanto fosse effettivamente difficile – “pressoché impossibile” – inventare un animale che non esistesse già in natura e, inciso tipicamente leviano, “che possa esistere (intendo dire che possa esistere fisiologicamente, crescere, nutrirsi, resistere all’ambiente ed ai predatori, riprodursi)”. La stessa sfida anima il fascino per la creazione, per il mito di Genesi e i suoi epigoni che attraversa l'intera opera leviana, dalla anti-creazione dell'uomo in Se questo è un uomo alla Creazione dell'animale-uomo nel racconto-dramma Il sesto giorno. Intanto, Levi passava gli anni divertendosi a plasmare queste figure di rame, con un lavoro lento, paziente e esperto di manipolazione del metallo, tra la linea del lungo filo di rame e i nodi di congiunzione, che combinava abilmente per dare forma ai corpi degli animali, ognuno con la sua sagoma e il suo volume, e per innestarci un senso di espressione e di vitalità, evidente per esempio nell'elaborazione attenta degli occhi in serie concentrate di cerchi metallici. Vien da pensare a un altro racconto di Levi sulla creazione "dal nulla" di un essere vivente, Il servo (Vizio di forma), dove il Golem è portato in vita dal rabbino Arié attraverso l'inserimento in bocca dello spirito vitale inerente in alcune lettere sacre.

 

Ph Pino Dell'Aquila.


Ma non c'è niente di mistico nelle creature della Wunderkammer di Primo Levi, o se c'è, è leggero, accompagnato da una vena di ironia divertita. In questo giardino zoologico si possono quindi contemplare tra gli altri, ognuno illuminato nella sua nicchia all'interno della Wunderkammer, il gufo, la farfalla, il canguro, la balena, il coccodrillo, il rinoceronte, la testuggine, il ragno, lo squalo, ma anche il centauro, la figura angelica, il mostro-guerriero e così via. I curatori della mostra respingono l'etichetta di opere d'arte per queste strane costruzioni, e forse hanno ragione se per opera d'arte s'intende l'espressione estetica di una forma di visione d'artista. Però, possiamo dire che queste “cose” sono fortemente intrise dello spirito del loro autore-creatore, sono prodotti del suo lavoro, della sua materia (il filo di rame veniva dalla fabbrica SIVA dove Levi lavorava), e del suo spirito di invenzione e di curiosità, trasformate in presenze animate e non poco inquietanti. C'è poi un elemento di etica e di economia tipicamente leviano nel procedimento creativo, nell'uso cioè di materiali di scarto, delle escrescenze del lavoro di fabbrica e di laboratorio, recuperati e trasformati in questi oggetti fantasiosi. Anche questa potenzialità plurima di recupero, di espressione e di metamorfosi vale come forza creativa e artistica.

 

C'è, infine, nella mostra e nella storia delle origini di questo passatempo innocuo, un elemento affascinante di autobiografia, che i curatori svelano attraverso un altro inedito, questa volta un brano di un testo manoscritto di Levi del 1974, riprodotto in un pannello della mostra, di straordinaria importanza. Si tratta di un capitolo incompiuto del Sistema periodico dedicato appunto all'elemento rame ("Cu"). Sono pagine in cui Levi evoca soprattutto la figura di suo padre, l'ingegnere Cesare, morto nel 1942 prima della tragedia immane della Shoah, presenza enigmatica ma fondamentale per la formazione scientifica, letteraria e (non-)religiosa del giovane Primo – ma decisamente non, come racconta Levi divertito in "Cu", per l'alpinismo; Cesare odiava la montagna – e la cui biografia interseca insieme a quella del figlio il filo di rame. Il racconto evoca nel ricordo "l'ufficio-deposito" di Cesare in Corso S. Martino a Torino, uno spazio semi-magico come altri laboratori e luoghi di lavoro scientifico nel Sistema periodico, in questo caso zeppo di motori elettrici di varie dimensioni e potenza, e anche di tantissimi "rocchetti di rame trafilato", che sia il padre che il figlio giocavano a "piegare ed attorcere in forma d'animali fantastici [...] e forme molto belle che chiamava iperboloidi e quadriche a due falde".

 

Ph Pino Dell'Aquila.


C'è quindi una forte e commovente genealogia intima di queste sculture in rame, un filo che passa dal padre Cesare al figlio Primo, attraverso il mestiere di entrambi, e infine anche al figlio-nipote della terza generazione, Renzo Levi, professore di biofisica e di fisiologia animale, che ha collaborato con i curatori della mostra non solo concedendo le figure stesse, ma anche raccogliendo i giochi matematici del padre, le simulazioni fatte con il suo primo computer, e perfino ricostruendo in modelli geometrici proprio quelle forme "iperboloidi e quadriche a due falde" fatte dal nonno insieme al padre nei lontani anni 30.

 

Come collocare dunque questa novità, questa nuova “opera” di Primo Levi, di cui si sapeva l'esistenza ma che quasi nessuno aveva visto prima di questa mostra? Sarebbe senz'altro sbagliato relegarla ai margini delle nostre considerazioni, insieme ad altre curiosità aneddotiche, così come sarebbe errato innalzarla al livello del capolavoro sconosciuto. Forse l'area più vicina nell'opera di Levi, per contenuto, forma e prassi creativa, è la sua poesia, soprattutto la poesia non-testimoniale raccolta nel volume Ad ora incerta e in altri testi sparsi. Anche per la poesia, Levi confessa un interesse sporadico e occasionale più che una vocazione profonda letterario-estetica; anche lì si concentra sul puro divertimento, spesso legato al reame degli animali e del fantastico, ma con una vena di auto-espressione delle paure e delle ansie; e anche lì, spesso dedicava o spediva i suoi componimenti ai colleghi e agli amici (una poesia s'intitola, appunto, “Agli amici”). Alla fine, forse è in questa dinamica del dono, dell'offerta ad altri, dello scambio reciproco di gioco e di fantasia, sia nelle poesie che nelle sculture, che le “cose” di Levi ci possano offrire un piccolo atto di resistenza e di civiltà, nel momento buio del presente.

Ph Pino Dell'Aquila.

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