Quale etica per l'emergenza

Due modeste proposte: tra intenzione e previsione

 

Per risolvere della sovrappopolazione nella cattolica Irlanda lo scrittore satirico Jonathan Swift, in un opuscolo del 1729 dal titolo Una modesta proposta, propose di trasformare il problema nella sua soluzione: ingrassare i bambini poveri e venderli come cibo ai proprietari terrieri. In un recente romanzo altrettanto satirico e pure distopico (Rossa, La nave di Teseo 2019) la scrittrice e illustratrice Chiara Rapaccini espone la soluzione immaginata dagli anziani di un paese in cui si è verificata una catastrofe atomica: succhiare il sangue dei bambini per garantire la propria sopravvivenza. Ora, non stiamo uccidendo intenzionalmente bambini per guadagnarci su e nemmeno per garantire la sopravvivenza degli anziani; stiamo però sia pregiudicando il presente sia ipotecando il futuro delle giovani generazioni, questo sì, con il lasciar loro in eredità indebitamento e disoccupazione. Che è un male, ci raccontiamo, ma aggiungiamo, per consolarci e giustificarci, un male minore.

 

Lo spirito delle decisioni e la disputa filosofica

 

«È così. È necessario che sia così. È giusto che sia così. Non può essere che così. » Dobbiamo stare a casa. In situazioni straordinarie è giusto prendere decisioni straordinarie. È giusto che nel caso dell'epidemia da Corona Virus vengano prese dai governanti decisioni drastiche che impongono restrizioni, cancellazione di molti diritti e anche danni, ai cittadini. Quelle e questi sono, ripeto, il «male minore», da incassare e sopportare affinché non prevalga il «male maggiore». 

Queste e simili frasi si sentono ovunque (nelle nostre conversazioni a distanza, ovviamente). E più le regole sono rigide e più la gente sembra aderirvi ciecamente, come se cercasse di convincersi che l'uva è acerba solo perché non arriva a coglierla, come se volesse a tutti costi, e che costi, «farsene una ragione». In teoria poi ci si dovrebbe sacrificare spontaneamente per il «bene comune», come si dice pomposamente, ma dal momento che non tutti i cittadini sono dotati di spiccato senso civico si impongono regole draconiane, fatte rispettare da sceriffi improvvisati o ufficialmente delegati a farlo. Tali regole sopprimono infatti diritti che credevamo inalienabili e portano conseguenze di vario genere: leggère (non poter andare a ballare, al ristorante o allo stadio), gravi (non potersi spostare se non per stretti motivi di lavoro, per chi può lavorare), gravissime (vedersi negato il diritto al lavoro e al guadagno o, male minore, dover lavorare da casa, con intorno i bambini cui viene negato di fatto il diritto all'istruzione, alla socialità e al gioco). 

 

Ora, in base a quale tipo di etica, ci si potrebbe chiedere, si giustificano questi provvedimenti?  Qualche giorno, il 23 aprile, fa è uscito su doppiozero, un articolo di Simone D'Alessandro che offre della motivazione etica delle decisioni politiche una visione diversa e opposta alla mia. Questo non ha niente a che fare con il modello svedese presentato da D'Alessandro e che anzi attrae per vari motivi.

D'Alessandro ritiene che la scelta della chiusura totale (lockdown) praticata dapprima da Italia, Spagna e Grecia, e successivamente da Francia, Danimarca, Norvegia e Finlandia sia stata ispirata da un approccio morale deontologico universalista di tipo kantiano, in sintonia con i riferimenti etici, valoriali e culturali di quei paesi. La mia idea è invece che questi paesi, che hanno adottato la linea del rigore, hanno agito ispirandosi a un'etica di origine cristiana che definirei opportunista in luogo di universalista: si tratta della dottrina del duplice effetto, nella quale i danni cosiddetti collaterali (privazione dei diritti di libertà, del lavoro, dell'istruzione etc.) vanno incassati in quanto effetto non dell'intenzione diretta, riservata alle misure contro l'epidemia, ma di una previsione (o intenzione obliqua) di conseguenze indesiderabili ma comunque necessarie. La dissonanza di opinioni è in ogni caso interessante e rende atto dello spirito di apertura di Doppiozero. Inoltre penso che sia un tema importante quello delle ragioni e dei motivi etico-filosofici che portano alle decisioni politiche, spesso non presi in considerazione, ma presenti eccome. 

 

Un'etica per prendere decisioni

 

Non intendo qui discutere il contenuto delle regole e nemmeno la loro efficacia sugli unici due piani che sembrano interessare i governanti, ovvero sanità ed economia. Intendo invece affrontare la tematica dal punto di vista etico-filosofico, chiedendomi in base a quali argomenti e princìpi è, o dovrebbe essere, giustificata l'emissione di regole da parte dei governanti e l'adesione e il rispetto delle stesse da parte dei cittadini (e dei governanti in quanto anche cittadini). Proprio perché sono regole straordinarie comminate per situazioni straordinarie, e che sospendono principi democratici e articoli delle costituzioni democratiche, che non è cosa di poco conto.

Anticipo qui la risposta che discuterò successivamente in maniera concisa: chi enuncia e chi approva le nuove regole lo fa in ossequio a un mix di principi etici: la teoria del male minore; la dottrina del duplice effetto; e l’utilitarismo.

 

 

Dottrine del male minore, del duplice effetto e dell'utilitarismo

 

La prima ritiene eticamente lecito infliggere un male ritenuto minore (per es. quelli che in guerra si chiamano pudicamente gli effetti collaterali, ovvero le morti di civili) per proteggere da un male maggiore e raggiungere il bene (in guerra la sconfitta del nemico, in sanità la cura per la malattia).

La seconda introduce il dilemma etico tra intendere e prevedere, definito come tale per la prima volta da Tommaso d'Aquino e ben accolto dalla Chiesa, teso a illustrare un (forse il) modo di procedere tipico della medicina e della guerra; vi si distingue tra intenzione diretta (salvare molte vite umane nella guerra contro il nemico, militare o virologico), e previsione o intenzione obliqua (danneggiare altre – poche, tante, tantissime – persone in maniera leggera, grave, gravissima, secondo la precedente classificazione). Il rapporto è adeguato? La perdita dei diritti civili garantiti dalle Costituzioni dei vari paesi per alcuni cittadini, non per tutti, il venir meno per moltissime persone della possibilità di lavorare e guadagnare, la gravissima lesione dei diritti dell'infanzia, sono restrizioni adeguate alla salvezza di un numero impreciso di vite umane?  Questo complesso armamentario argomentativo è esaminato, per epoche pre-Covid 19, in un testo importante, interessante e pure divertente, recensito da Michela dell'Aglio nel 2015: Uccideresti l'uomo grasso? Il dilemma etico del male minore di David Edmonds, Raffaello Cortina Editore, Milano 2014.

 

La terza componente del mix, cui alternatamente si ricorre, è l'utilitarismo – o consequenzialismo, come lo definì in maniera spregiativa la sua accanita avversaria G.E.M. Anscombe. Si tratta della dottrina etica che giustifica un'azione in funzione di quanto piacere produce e quanto male evita. Chi ha emesso e emette regole fortemente costrittive con valore coercitivo ritiene evidentemente che la sofferenza delle morti sia superiore alle sofferenze inflitte alla popolazione non colpita.  Tutte e tre le dottrine etiche (male minore, DDE e utilitarismo) sono di facile comprensione ed esercitano una forte attrattiva sulle persone, qualora abbiano la possibilità di rifletterci sopra. 

 

La posizione deontologica 

 

Non altrettanto facile da comprendere e mettere in pratica è la posizione alternativa più qualificata; intendo l'etica deontologica che afferma che certe cose non si devono fare e basta perché non sono giuste, indipendentemente dal fine, che può essere anche nobile. Per esempio non si possono torturare poche persone neanche per salvare molte vite (vedi il caso della bomba posta dal terrorista che esploderà facendo una strage se non riusciremo a estorcere all'uomo le informazioni necessarie per disinnescarla).

Deontologica è la dottrina etica di Kant: le persone non devono mai essere trattate come mezzo per qualche altro fine o, in altra formulazione, dobbiamo sempre trattare gli altri mai come un mero mezzo per un fine ma sempre nello stesso tempo come un fine. Trattare ogni uomo come un fine, non trattare alcuni uomini come mezzi.  

Il che conduce all'ultimo dei temi qui concisamente affrontati, che è quello della giustizia nella sua definizione più ampia, ovvero come eguaglianza davanti alla legge.

 

Nel caso dell'epidemia di Covid 19 la legge non è e non è stata uguale per tutti. La società è infatti stata divisa in due parti, in base al criterio del male minore: chi deve «stare a casa», magari, detto con ipocrita espressione paternalista, «per il suo bene», un bene che evidentemente chi decide conosce meglio della persona oggetto della presunta benevolenza; e chi può stare fuori e incontrare altre persone, agire, lavorare (troppo talvolta, come succede ai fattorini delle ditte addetti alle consegne, che per una paga miserabile corrono su e giù a consegnare merce che le persone acquistano online perché non possono andare nei negozi, che tanto sono chiusi, mentre le compagnie di distribuzione e vendita online ingrassano a dismisura: Amazon ha aumentato i suoi introiti del 24% grazie al Covid, portando il patrimonio personale del suo proprietario Jeff Bezos a 139 miliardi di dollari). Ripartizioni simili riguardano il lavoro dipendente (garantito, più o meno) da una parte e il lavoro indipendente e non garantito dall'altra. 

 

E teoria della giustizia

 

Un'altra etica deontologica pensata in epoca contemporanea è la teoria della giustizia di John Rawls. Nella sua dottrina della giustizia come equità il bene non viene definito indipendentemente dal giusto, né il giusto è interpretato come massimizzazione del bene. Anche perché le concezioni del bene (o «male minore») differiscono tra di loro ed è preferibile che sia così, mentre è opportuno che il giusto, cui spetta la priorità, sia stabilito come giuridicamente vincolante per tutti. Oltre a ciò uno dei punti chiave dell'etica deontologica rawlsiana della giustizia è il principio di eguaglianza, che afferma che la disuguaglianza è ammissibile solo e esclusivamente se va a vantaggio dei meno avvantaggiati. Ma questo non è certo il caso dei tempi del Coronavirus, dove vediamo realizzato il cosiddetto effetto San Matteo (dal versetto evangelico Mt. 25, 29: «A chi ha sarà dato e sarà nell'abbondanza, e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha») che vale non soltanto nel caso delle ricchezze ma anche nel caso dell'uso delle risorse elettroniche e in molti altri ambiti. Rimanendo nel nostro, le pratiche di privazione del diritto al lavoro e al guadagno soltanto per alcune persone, insieme al danno per l'economia generale nel suo complesso, portano perdite soprattutto ai più poveri e marginali, violando il principio di giustizia rawlsiano.

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