A quei luoghi continuo a tornare

 

Apriamo con questo contributo della scrittrice Carmen Pellegrino l’intervento di doppiozero a sostegno del Progetto Jazzi, un programma di valorizzazione e narrazione del patrimonio culturale e ambientale, materiale e immateriale, del Parco Nazionale del Cilento (SA). 


Gli Jazzi (da iacere, giacere) erano dimore temporanee, giacigli per il ricovero di animali da pascolo, punto di connessione tra tratturi e paesi: luoghi dell’indugio, della presa di contatto con le cose. Il progetto intende recuperare questo modo di abitare la natura, raccontando percorsi da attraversare con lentezza, riappropriandosi di spazi e luoghi e della loro storia, rinnovando esperienze – come l’osservare le stelle o il nascere del giorno – capaci di ripristinare il contatto con la natura, con il ciclo delle cose e delle stagioni. La sfida è anche quella di produrre innovazione e rigenerazione sociale, recuperando strutture e architetture rurali, mettendo in moto un circolo virtuoso di ospitalità diffusa che si nutra delle realtà esistenti e delle reti di relazione con i ‘nuovi viaggiatori'.

 

Lo chiamavamo il mare d’altri. Quel mare in lontananza che col dito indicavamo ai turisti – ‘Si vedono i faraglioni di Capri, quando non c’è foschia. Certi giorni si vedono tutti e tre’. Non era nostro quel mare, lo sapevamo. Pure, ci sembrava di poterlo trattenere dai parapetti d’altura, anche solo per la ragione del panorama. 

 

Alle spalle avevamo montagne. Intorno avevamo montagne. A guardarci negli occhi l’uno con l’altro vedevamo montagne, come se i nostri visi fossero in effetti montagna.

‘Le montagne ci hanno salvati dal bestione. Sono state loro’. Il bestione è il terremoto dell’80, il grande distruttore che, malgrado le montagne, rivoltò le case e qualche paese (Romagnano al Monte fu abbandonato in quell’anno e ora è una scheggia su cui sembra gettata l’ombra di tante case: in quel minuto e mezzo di boati chi era in casa uscì, chi era in chiesa vi restò; poi si sollevarono i pavimenti e cedettero i primi solai. Da quel giorno non fu più possibile mettere ordine in niente, così un po’ alla volta la memoria è diventata uno sguardo prensile dal paese nuovo, un occhio di rancore fra il prima e il dopo).

 

A ben guardare un mare l’avevamo. Avevamo i fiumi. I fiumi erano il nostro mare. D’estate le acque gelide spegnevano i primi incauti bollori dei ragazzini che non avevano un salvagente, e tuttavia riuscivano a rimanere a galla con un vecchio copertone di automobile. 

 

 

È sempre bastato poco per non affondare. Eppure, non siamo mai usciti dal guado. Da fuori altri venivano, prendevano e andavano via. Questa è la storia di una terra aspra, saccheggiata nel punto nevralgico della sua evoluzione: la possibilità del progredire oltre la pala e la zappa – o anche attraverso la pala e la zappa, ma in una prospettiva che la tirasse via dal ristagno. 

 

Invece, sono venute per restare solo le antenne telefoniche, le pale eoliche, le discariche quando proprio non si sapeva dove interrare i rifiuti. A un certo punto sono venuti pure i rancori e lo spatriamento, perché la patria era un terra di padri che non erano i nostri. 

 

Tuttavia, di questa terra non dirò l’innocenza a cui nessuno crederebbe, neppure io. A Postiglione – ai piedi del massiccio degli Alburni – c’è un albero due volte secolare, un pioppo giacobino sopravvissuto alla Restaurazione che li spianò tutti. Quest’albero della libertà – ritenuto formidabile per come ha resistito al tramestio del tempo – è uno dei patriarchi del Parco nazionale del Cilento. Questo grande pioppo che resta aggrappato al suolo e ancora protende in alto i suoi rami e ancora la luce filtra tra le foglie (komorebi la chiamano in Giappone), ora muore. Da anni muore, forse anche per le ordinarie sevizie fra chi governa e chi è governato. Muoiono anche così i paesi, come il grande pioppo, per inedia, perché le buone pratiche vanno osteggiate comunque. Muoiono di sospetto paesano verso chi ha un orto meno storto, un pozzo meno secco. 

 

Quando crescevo in quei luoghi di una bellezza selvatica, non addomesticata, avevo i ruderi a tenermi compagnia. Nel Cilento, soprattutto quello delle montagne, la contiguità fra il passato e il presente è stata sempre evidente, si poteva toccare. Negli anni, ho raccolto storie e immagini di case e casolari e poi borghi non più abitati, lasciati però con le piantine sui davanzali, come se i vecchi abitanti dovessero tornare da un momento all’altro. Avevo, insomma, case e poi interi paesi in cui entrare e giocare al ritorno del tempo, quando uno squarcio improvviso mi metteva in contatto con ciò che ero stata, a risalire per le generazioni da cui venivo. 

 

Poi, lo sappiamo: al di là del senso personale che luoghi e cose determinano in ciascuno di noi e in percezione diseguale, c’è un modo di darsi delle rovine che vale più o meno per tutti, allo stesso modo: ciascuno ha un abbandono per addolcire il quale si guarda intorno e certe volte, attraverso le foglie e gli sterpi, scorge una casa in bilico sulla soglia, e ne fa la sua dimora provvisoria. L’abbandono che cura un abbandono: questo allora sentivo, poi ho cercato un modo per dirlo.

Da quei luoghi sono andata via. Un giorno salutai le montagne, le gore, le grotte dallo spiazzo di ghiaia in cui si prendeva il Mansi Petina, l’unico autobus che era un ponte con il resto del mondo. D’un tratto, con una fretta sconsiderata, mi avviai verso un posto qualunque che avesse il mare vicino, e che non era come le pozzanghere in cui mi specchiavo, l’azzurro del cielo che riflettevano non era quello del mare. Non tornerò più, dissi fra me, mentre nel frusto dell’autobus (uguale a una corriera) mi allontanavo dal buio di quegli inverni precoci. Non tornerò indietro, ripetevo senza esitazione. 

 

Sono tornata tante volte. Continuo a tornare, soprattutto per sentire di nuovo le parole che sembrano venire su dalle zolle. Parole al cui suono si scuotono i passerotti che frullano via impauriti. 

Si dice strafuogo per indicare il cibo che si porta in tavola e contiene già una premonizione, per cui siedi e ti appresti a mangiare con il peso delle cose che possono andare di traverso – strafogarsi – e quando, alle fine del pasto, ti accorgi di essere vivo e persino ti alzi da tavola, pensi prendendo un respiro che è andata bene anche questa volta.

 

Si dice puozzi murì acciso per augurare più fortuna a chi è ritenuto migliore di altri, significandogli in un certo senso questa sua superiorità, come per dire che solo uccidendolo lo si potrà fermare: la morte naturale non può coglierlo, è escluso – d’altronde (e chissà se c’entra) Quanto è bello lu murire acciso era il titolo di una canzone popolare rielaborata da Roberto De Simone e nel 1975 divenne il titolo di un film diretto da Ennio Lorenzini.

 

Continuo a tornare nella mia terra senza redenzione, a cacciarvi i miei demoni, che tanto nessuno vi fa caso. Torno, prendo e di nuovo vado via, come si è sempre fatto: vado a sentirmi salvata altrove. Eppure non c’è nessun altro posto al mondo dove chiederei di poter rinascere. Lungo i sentieri di quella terra faticosa che conosce il limite, la finitudine, posso tornare a girare alla cieca, a perdere tempo e nel tempo perdermi. Attraverso rivelazioni provvisorie e furtive, attraverso immagini che sono a loro modo poetiche – nella prosa disarticolata del mondo intorno – riaccolgo la ferita nella sua bellezza. Continuo a tornare perché sono parte di un mondo a parte.

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